Carlo Lorenzini - Afrodite d'oro - POESIA

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Carlo Lorenzini - Afrodite d'oro

Freschi di stampa
CARLO LORENZINI
Afrodite d'oro - Un omaggio alle donne della mia adolescenza
Golden Press - Euro 10,00


LA FEMMINA. QUALCHE PUNTO IN PIÙ

Ma se poi, la donna in casa viene a mancare,
chi è che cuoce il benedetto uovo?

Le madri, le nonne, le sorelle, le zie… non avevano la stessa autorità dei corrispondenti maschili: il padre era più della madre, il nonno più della nonna, lo zio era più della zia, il fratello più della sorella e così via… Sono cresciuto in un ambiente in cui si coltivava come un religione la superiorità maschile. Del resto sono cresciuto in un ambiente di architettura mediterranea, con campa-nili a foggia di minareti e strutture urbanistiche simili a casbe…
Ricordo che l’idea della superiorità maschile era una verità comunemente accettata e indiscussa. Si succhiava con il latte materno. Era frequente in una famiglia dov’erano figli maschi e femmine, sentire le parole rivolte alla femmina: “Ma tu non puoi pretendere di fare come tuo fratello: lui è un maschio!”. E si trattava quasi sempre di libertà personale negata: le donne nella maggior parte dei casi, a seconda del loro stato sociale, per uscire, dovevano essere accompagnate dai famigliari, oppure dal marito; oppure, se erano donne sole, da altre donne amiche; mentre i maschi, fin da adolescenti, avevano le chiavi di casa e potevano uscire ed entrare a loro piacimento. Ed era frequente sentire, sempre rivolte alla ragazza: “Non puoi pretendere che lui faccia queste cose; questi sono lavori da donne”. E si trattava per lo più di lavori domestici, considerati servili, cioè quei lavori che, in una famiglia benestante e che se lo poteva permettere erano riservati a quelle che oggi si chiamano collaboratrici famigliari, ma che allora si chiamavano ‘serve’. Tutte cose che toccavano alle donne di casa (nonna, moglie, madre, sorella). L’uomo faceva cose importanti e pesanti, e le faceva fuori di casa; e, soprattutto, faceva il soldato. Come segno ulteriore della subalternità della femmina c’era anche il fatto che a scuola le ragazze dovevano studiare meno anni dei maschi: mentre il maschio compiva il ciclo elementare con la quinta; la femmina si doveva fermare alla terza. E anche in seguito, nonostante le cose fossero migliorate notevolmente, la femmina studiò fermandosi ad un ciclo sempre inferiore rispetto al maschio; fra i due, inoltre, era quasi sicuramente il fratello che andava all’università; per lei, per la sorella, era sufficiente un diploma. E neanche il buon Dio pareva avere un giudizio troppo lusinghiero nei confronti delle donne, se in chiesa le femmine non potevano avvicinarsi all’altare durante le funzioni, né essere parti attive dei riti, pena il sacrilegio. Andando su con gli anni, per la donna le cose non cambiavano (o di poco). Infatti la ragazza appena fidanzata abbandonava la propria volontà all’arbitrio dell’uomo cui si era promessa. Nel matrimonio, poi la sposa era sottoposta all’autorità del marito. Senza il consenso del quale non ardiva di fare alcunché. Non era libera nei suoi movimenti; ne doveva render conto allo sposo. La volontà del quale non si discuteva; e la moglie non poteva intervenire a modificarla. Inoltre se il marito era in pubblico assieme ad altri uomini, la moglie non ardiva contattarlo. Ad esempio, non osava andarlo a chiamare (magari perché era l’ora del pranzo, oppure perché la cena era pronta), se era in compagnia di altri amici, all’osteria o altrove. Queste iniziative venivano considerate menoma-zione dell’autorità maritale: “Ti fai dare ordini dalla moglie?!”. “Ma chi li porta in casa tua i pantaloni? Tu o tua moglie?”. Trasgressioni in questo senso potevano venir punite con le botte. Ché il marito aveva ‘tutto il diritto’ di picchiare la moglie. E, nel giudizio comune, quel marito che picchiava la moglie “aveva sempre le sue buone ragioni”.
Ma, a questo punto, la situazione sembrava capovolgersi. Infatti, la donna che prendeva le botte non perdeva di prestigio nella considerazione pubblica. Anzi... Un occhio nero o dei lividi nel corpo potevano significare soggezione dell’uomo al fascino sessuale di lei. Un marito che tornava dall’osteria un po’ bevuto, era spesso anche eccitato e incalorito; e quindi, per sue sospettose fantasie, pronto per un nonnulla ad attaccar lite con la moglie e facile a metterle le mani addosso. La mamma, riferendosi ai suoi primi anni di matrimonio (e parlava dei tempi intorno agli anni trenta; in seguito poi il babbo cambiò atteggiamento, diventò marito amorevole e saggio) la mamma, dunque, ci raccontava quando  eravamo più  grandi  ed avevamo l'età per poter capire, che la domenica, quando il babbo tornava in casa per la cena, dopo essere stato all’osteria, era quasi sempre litigioso e manesco; e che solo  la sera a  letto riusciva  a placarlo; “e allora, durante l’amore e dopo”, diceva la mamma, “ridiventava affettuoso e dolce come un bambino". Nelle cose del sesso, dunque, la donna aveva tutta l’aria di dominare.
E infatti le colpe del sesso e dell’amore erano sempre a carico della donna, come all’unica regista: era la donna l’essere pericoloso che invischiava l’uomo, lo attraeva nella rete e lo portava alla rovina.
Dunque, negli affari del sesso e nei rapporti amorosi, nonostante le apparenze, non sembra che ci fosse molta superiorità maschile; e l’uomo con tutta la sua fama di essere cacciatore, in realtà era considerato preda della femmina.
Ma, a guardar bene, anche nell’ambito della vita domestica la superiorità dell’uomo era molto discutibile. Era molto più apparente che reale. Le donne, infatti, a forza di fare al posto dell’uomo, diventavano arbitre della sua vita. E l’uomo, a forza di farsi servire dalla donna, poi lui non era capace di fare più niente. Per cui, in mancanza della moglie (qualunque ne fosse il motivo), se non c’erano altre donne a prendersi cura di lui, il marito si riduceva alla mercé di chiunque. Diventava un ramo tagliato via dal proprio albero..
Quale è dunque la conclusione? Non saprei che dire. Se non che ci vorrebbe più saggezza ed equilibrio da una parte e dall’altra. Anche perché la Natura è saggia; e quindi anche nei rapporti fra maschio e femmina ama la legge della colla-borazione e dell’equilibrio. Pur nella diversità. E io, per quel che mi riguarda, devo dire che per un certo periodo della mia vita ho coltivato con orgoglio, come fosse stata una mia conquista, la ‘fortuna’ di essere nato maschio. Ma, dopo l’impatto con il problema donna e il problema amore, ho capito con chiarezza che non era proprio il caso di parlare di superiorità o di inferiorità, per nessuno dei due sessi. Il maschio e la femmina erano alla pari di fronte alle sgarbatezze che serbava loro la vita, in-differentemente. Semmai, se proprio c’era da sta-bilire una superiorità, a me sembrava che qualche punto in più lo avesse la femmina.

Carlo Lorenzini

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