Dario Fo - POESIA

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Dario Fo

I Nobel Italiani


Premio Nobel 1997 con la seguente motivazione:

"seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere
restituendo la dignità agli oppressi"


Dario Fo

La Vita
Nasce nel 1926 a Leggiuno Sangiano, in provincia di Varese, nipote di un fabulatore popolare da cui imparerà il gusto di un'arte luinguistica ed espressiva che saprà rendere tanto originale, benché legata alle antiche tradizioni, e che nei decenni affinerà in modo efficace e completo. Adolescente si trsferisce a Milano per studiare all'Accademia di Brera e alla Facoltà di Architettura del Politecnico; scoprendo presto la sua vena giullaresca, si occupa di satira ma, pur abbandonando gli studi per iniziare la carriera di attore, non smetterà mai di disegnare, dipingere e interessarsi alla critica d'arte. Interessanti sono i bozzetti da lui disegnati per le scene dei suoi stessi spettacoli, che illustrano e corredano le pubblicazioni in volume dei testi
Come attore esordisce all'inizio degli anni Cinquanta in radio, con i monologhi del Poër nano, dedicati alle figure di Caino e Abele, messi in graffiante ed esilarante macchietta. Amico di Franco Parenti e Giustino Durano, approda al "Piccolo Teatro" di Milano, dove prende parte ad alcune riviste di successo ("Il dito nell'occhio" e "Sani da legare", agli albori del cabaret italiano), spesso bersagliate dalla censura per gli aspetti di aperta denuncia sociale che contengono. Conosce l'artista Franca Rame, che diverrà sua moglie e sarà collaboratrice di tutti i suoi successivi spettacoli; già nel 1959 i due fondano una propria Compagnia, scrivendo e rappresentando un numero notevole di farse prima e commedie poi, ora sottilmente surreali, animate da comicità clownesca e anticonvenzionale, ed ora decisamente impegnate e connotate politicamente. Tra i vari titoli si ricordano "Gli arcangeli non giocano a flipper" del 1959, "Chi ruba un piede è fortunato in amore" del 1960 e "Settimo: ruba un po' meno" del 1964.
Dario Fo è autore, attore (anche di cinema, in pochi e non molto significativi episodi), mimo e regista, ovvero un artista di teatro completo. Nei primi anni Sessanta inizia a lavorare in televisione, conducendo la rivista musicale "Chi l'ha visto?" e il popolare verietà "Canzonissima", che farà conoscere al grande pubblico la coppia Fo-Rame ma creerà loro i primi problemi seri di censura, costringendoli ad abbandonare il programma dopo poche puntate per "divergenze artistiche e ideologiche". Terminata burrascosamente l'esperienza televisiva, Dario Fo sente stretto anche il panorama del cosiddetto "teatro borghese", nel quale si è mosso fino a questo momento ritagliandosi una ristretta ed elitaria fetta di pubblico; avverte invece l'esigenza di affrontare il proprio lavoro come impegno di classe ben preciso, iniziando una serie di ricerche nell'ambito della cultura popolare, soprattutto del teatro e della canzone, che daranno vita all'importante "Ci ragiono e  canto"  del 1966. Sono anche gli anni della collaborazione con cantautori impegnati quali Enzo Jannacci, con cui Dario Fo scriverà e metterà in scena spettacoli di canzoni per il teatro.
Dopo "La signora è da buttare" del 1967, la Compagnia di Dario Fo e Franca Rame nel 1968, sull'onda delle spinte date dalla vitalità del contesto sociale e dal particolare clima politico, viene trasformata in "Associazione Nuova Scena", con cui i due si terranno lontani dal teatro tradizionale e sfrutteranno canali politici legati alla sinistra italiana (prima quella istituzionale del PCI, poi, in rotta con lo stesso partito, quella dei gruppuscoli extraparlamentari più critici e attenti alle dinamiche popolari), rappresentando opere di "propaganda e provocazione". Negli spettacoli di questo periodo sono importanti i riferimenti alla tradizione del teatro popolare, dai giullari medievali alla Commedia dell'Arte, e gli interventi satirici e di informazione critica sul presente, sulla politica, sulla stampa.  
Nel 1970 l'Associazione si trasforma ancora e diventa, in linea con il rapido mutare dei tempi e delle sensibilità idelogiche, il "Collettivo Teatrale La Comune", ancora più marcatamente impegnato nella contestazione extraparlamentare e nella lotta di disinformazione nei confronti degli organismi istituzionali e dei settori di potere. Sono gli anni di "Morte accidentale di un anarchico" del 1970, sul caso nato intorno al misterioso suicidio del ferroviere anarchico Pinelli, "Pum,Pum! Chi è? La polizia!" del 1972, "Il Fanfani rapito" del 1975, "Guerra di popolo in Cile" del 1973, "Tutta casa, letto e chiesa" del 1977.
Fin dagli anni Sessanta Dario Fo è impegnato nella ricerca di elementi legati alle rappresentazioni sacre ma tratti dai vangeli apocrifi, da fonti non ufficiali e da testi popolari. È l'inizio del progetto di "Mistero buffo", forse l'opera più significativa dell'intera produzione in quanto assolutamente innovativo non solo dal punto di vista della scrittura teatrale, ma anche per l'uso del linguaggio, del corpo dell'attore, dell'aspetto evocativo della messinscena, del suo rapporto con il pubblico.
Dagli anni Ottanta in poi, nel rapido mutare del clima sociale e politico italiano, il pubblico di Dario Fo cambia: non più un pubblico impegnato e coinvolto, come l'autore e attore, in un progetto comune e in un condiviso discorso di classe, ma un pubblico magari anche più numeroso di prima però più distaccato, meno critico. Si riavvicina al circuito dei teatri tradizionali con "L'opera dello sghignazzo" del 1981, "Il fabulazzo osceno" del 1982, "Quasi per caso una donna: Elisabetta" del 1984, "Il papa e la strega" del 1989.
Negli anni più recenti Fo ritorna alla televisione, partecipando a trasmissioni televisive come ospite, con parti dei suoi spettacoli ma anche nelle vesti di critico d'arte, o di "raccontatore della pittura e dei pittori", rispolverando la mai sopita passione per le arti figurative e mescolandola piacevolmente con le sue straordinarie doti di affabulatore; scrive e mette in scena ancora numerose rappresentazioni legate all'attualità, alcune nuove, altre riprese da testi di molti anni prima adattati secondo le esigenze contestuali, come "Johan Padan e la descoverta de le Americhe" e "Isabella, tre caravelle e un cacciaballe" del 1991 e 1992 (in occasione del Cinquecentenario dell'impresa di Cristoforo Colombo), o inerenti questioni giudiziarie e politiche immerse negli strascichi della turbolenta stagione del terrorismo e dello stragismo di stato, come "Marino è libero, Marino è innocente"del 1996, sulle debolezze e i lati oscuri del processo per l'omicidio del commissario Calabresi. Si tratta di opere ancora coerentemente polemiche e ricche, sempre intrise di satira e di sberleffi nei confronti del potere, ma non più spettacoli di lotta, per il venir meno, o il mutare, delle istanze politico-sociali precedenti. Del 1994 è "Mamma! I sanculotti" e del 1995 "La luna e la lampadina", il cui titolo richiama il verso di una celebre canzone scritta molti anni prima con Enzo Jannacci.
Dario Fo ha al suo attivo anche due regie di opere liriche quali "Il barbiere di Siviglia" nel 1987 e "L'Italiana in Algeri" nel 1994
Nel 1997 ottiene il premio Nobel per la letteratura, sesto ed ultimo, per il momento, tra i letterati italiani. La notizia del premio assegnatogli verrà accolta da alcuni intellettuali e uomini illustri con un certo malumore, quando non addirittura con sarcasmo. La cosa non stupisce né inquieta Dario Fo, consapevole del proprio ruolo di guitto scomodo, inviso al potere da lui stesso sbeffeggiato per una vita; in fondo il destino dei giullari è sempre stato quello di suscitare quanto meno sospetto nelle istituzioni. Forse l'ultimo atto, per così dire, "rivoluzionario" della storia dell'autore-attore lombardo, fino a questo momento, è proprio il riconoscimento del Nobel ad un giullare del popolo, episodio che ha dell'incredibile ma che, per più di un motivo, risulta pienamente meritato.

L'opera

Il momento più alto della produzione di Dario Fo è senza dubbio "Mistero buffo", in quanto sintesi di tutto il lavoro di ricerca, sia nell'ambito della cultura popolare che per quanto riguarda la scrittura scenica e l'uso della parola, della voce, del corpo, che l'autore ha portato avanti nella sua vita. "Mistero", infatti significa "rappresentazione sacra", e come tale è all'origine di tutto il teatro italiano popolare. L'aggettivo "buffo" richiama invece le caratteristiche più evidente della secolare cultura degli oppressi, soprattutto italiani, capaci di contrapporsi alle vessazioni molteplici e reiterate dei potenti di tutte le epoche grazie alla forza dissacrante della risata, al rovesciamento parodico di ciò che altri riteneva sacrosanto e ineluttabile.
"Mistero buffo" è il vertice di una cultura profondamente eversiva, espressa in tutte le opere di Fo con quel tanto di illusoria ingenuità che gli ha permesso di individuare, nella forza popolare autentica, consapevole e ribelle, le energie necessarie ad un rovesciamento delle condizioni storiche di sottomissione e ingiustizia patite per secoli. Il sogno di una cultura nuova che poggia esattamente sulla propria forza culturale. L'utopia che sta al fondo di questa idea artistica ha vitalizzato l'intera opera dell'autore-attore lombardo, consentendogli di offrire una nuova angolatura di osservazione degli emarginati e degli oppressi, con opportuni e originali approfondimenti psicologici e, soprattutto, con la splendida invenzione linguistica del grammelot, una sorta di lingua popolare universale, buffa ma concreta, ispirata alle parlate dialettali dell'area padana (con sconfinamenti significativi nell'umbro medievale) e alla lingua letteraria e popolaresca insieme che, da Francesco d'Assisi e Jacopone da Todi, raggiunge gli esempi seicenteschi del Folengo e del Ruzante.
In "Mistero buffo" c'è un solo attore in scena, prevalentemente Dario Fo stesso, che introduce in maniera informale, ma precisa nei termini filologici e storici, la "giullarata" che sta per eseguire (l'intera opera ne comprende nove, ispirate a episodi della Passione di Cristo ma con frequenti sconfinamenti in altri momenti della storia dell'uomo). L'introduzione è spesso di taglio cabarettistico, con frequenti ricorsi alla battuta esilarante, alla deformazione grottesca della realtà, alla critica al presente (magari un avvenimento di cronaca degli ultimi giorni che ha creato dibattito, o indignazione, ed offre ora lo spunto per un collegamento. Il pubblico è chiamato a partecipare con il cervello, attivandosi per seguire gli agganci logici e analogici del discorso. Il racconto vero e proprio si snoda poi in un armonioso ed accattivante percorso fatto di evocazioni mimiche e linguistiche che consentono, pur senza l'uso di maschere o di altri attori in scena, di dar voce e movimento ad una miriade di personaggi.
Fo non utilizza solo le corde della parodizzazione e dei lazzi dissacranti: "Mistero buffo", come del resto l'intera sua opera, conosce momenti di altissima poesia, intensi, struggenti e disperati, amplificati dalla straordinaria macchina scenica che l'autore ha fatto di se stesso come attore, ma dotati di una profondità letteraria che solo i più disattenti si ostinano ancor oggi a negargli, considerando al più un geniale animale di palcoscenico. Sarebbe come dire che Pirandello, un altro dei nostri sei premi Nobel per la letteratura, era solo un eccellente capocomico.


 
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