Eugenio Montale - POESIA

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Eugenio Montale

I Nobel Italiani


Premio Nobel per la letteratura 1975 con la seguente motivazione:

"per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni"

Eugenio Montale

La Vita
Nasce a Genova, nel 1896, dove trascorre le stagioni invernali fino ai trent'anni e dove frequenta gli studi regolari fino a quando la salute cagionevole non lo costringerà a prepararsi privatamente. Le estati le trascorre con la famiglia nella villa al mare di Monterosso, nelle Cinque Terre, zona di villeggiatura ligure.
Eugenio è l'ultimogenito di una famiglia di commercianti: il padre vendeva essenza di trementina per la preparazione delle vernici e riforniva, tra le altre, anche la ditta Veneziani di Trieste, di proprietà del suocero di Italo Svevo e azienda della quale si occuperà proprio lo stesso scrittore triestino in seguito al matrimonio con la figlia del padrone. Le prime composizioni del Montale giovinetto sono di carattere futurista e grottesco-popolaresco, insistono sui toni ironici e sui divertimenti linguistici dati da "rime tronche e bizzarre".
Delle poesie di questo periodo una delle poche pubblicate e di un certo peso è senz'altro "Meriggiare pallido e assorto", del 1916, nella quale si avverte la ricerca stilistica che verrà poi affinata con gli anni.
Montale prende lezioni di canto e impara l'inglese, il francese e lo spagnolo. La sua passione per la musica (egli sognava di diventare un cantante lirico) avrà un certo seguito quando, negli anni della maturità, il poeta si occuperà di recensire le opere rappresentate alla Scala di Milano. Fra le sue letture figurano Cervantes, Manzoni, Baudelaire, Mallarmé, Pascoli, d'Annunzio, Campana, Onofri.
Durante la Prima guerra mondiale combatte sul fronte di Vallarsa, in Trentino. Al suo rientro a Genova (1919) si inserisce nell'ambiente artistico-letterario della città, conosce Camillo Sbarbaro di cui diventerà amico, pubblica una prima raccolta di poesia, dal titolo ancora influenzato dai suoi studi musicali, "Accordi"(1922) e pubblica, nel '25, presso la casa editrice di Gobetti, la prima stesura di "Ossi di seppia".
Sempre nel 1925 firma il "Manifesto degli intellettuali antifascisti" redatto da Benedetto Croce e pubblica sulla rivista "L'Esame" l'"Omaggio a Italo Svevo", utile a dare la giusta popolarità e rilevanza artistica all'ormai anziano scrittore triestino, fino a quel momento totalmente ignorato dalla critica italiana.
Nel 1927 si trasferisce a Firenze dove collabora alla casa editrice Bemporad e in seguito dirige il Gabinetto "Viesseux", centro culturale di fondamentale importanza. Collabora alle principali riviste del tempo fra cui "La Fiera letteraria", "Il Quindicinale", "Solaria", "Pegaso", "Pan". Sempre a Firenze frequenta il caffè degli artisti, "Le Giubbe Rosse" e la villa di B. Berenson, "I Tatti", dove si riunivano gli intellettuali antifascisti. È di questi anni l'amicizia con Vittorini, Poggioli, Manzini, Loria, Piovene, Gadda e la nascita dell'amore con Drusilla Tanzi, allora moglie di un critico d'arte, compagna affettuosa ed inseparabile da questo momento in poi e che, successivamente alla morte del marito, diventerà sua moglie.
Nel 1938 è costretto a lasciare la direzione del Gabinetto "Viesseux" perché non iscritto al Partito Fascista. Nel 1939 pubblica la sua seconda raccolta di poesie, "Le occasioni", che raccoglie testi già pubblicati su riviste. In seguito pubblicherà, clandestinamente in Svizzera presso Contini una breve raccolta chiamata "Finisterre" (1943) dove rappresenta simbolicamente la situazione storica del momento in termini catastrofici, tragici ed apocalittici.
Alla fine della guerra si iscrive al Partito d'Azione e collabora alla rivista "Il Mondo. Lettere Scienze Arti Musica". Nel 1946 pubblica "Intenzioni (intervista immaginaria)" ed entra come redattore al "Corriere della Sera", trasferendosi a Milano dove rimarrà per tutto il resto della sua vita.Viaggia molto all'estero, in Inghilterra, Francia, Svizzera, Spagna, America, Medio Oriente.
Nel 1956 pubblica la sua terza raccolta, "La bufera e altro" in cui sono distribuite in diverse sezioni le poesie composte dal 1940 al 1956, la prima delle quali sezioni comprende il gruppo già citato di "Finisterre".
Tra il 1961 e il 1974 riceve quattro lauree "ad honorem" presso le Università di Roma, Milano, Cambridge e Basilea. Nel 1962 vince il premio Feltrinelli. Dell'anno successivo è la morte della moglie Drusilla Tanzi, simpaticamente soprannominata da lui e dagli amici "La mosca"; a lei Montale dedicherà le poesie raccolte nella sezione "Xenia" (1964- 1966). Prima della morte della moglie le aveva dedicato un'unica poesia intitolata "Ballata scritta in una clinica".
Le raccolte successive comprendono "Satura" (1971); "Diario del '71 e del '72" (1973); "Quaderno di quattro anni" (1977).
Sono da ricordare le prose autobiografiche e i taccuini di viaggio che Montale pubblica negli ultimi anni della sua vita: "Farfalla di Dinard" (1956) e "Fuori di casa" (1969); la raccolta di saggi e articoli scritti tra il 1925 e gli anni Sessanta, "Auto da fé" (1966), che presenta un'idea montaliana di arte poetica attraverso un'analisi dei rapporti tra il fascismo e la letteratura e del valore dell'arte e della cultura nella società industrializzata.
Nel 1975 esce "Quaderno di traduzioni" (1975), che contiene traduzioni montaliane di scrittori inglesi, americani, francesi e spagnoli come Eliot, Pound, Jorge Guillén e Shakespeare. Nel 1976 pubblica alcuni interventi critici sulla poesia europea del Novecento raccolti nel volume "Sulla poesia".
Montale ha ottenuto nel 1975 il premio Nobel per la letteratura. Si è spento in una clinica milanese il 12 settembre del 1981.

L'opera

La prima cosa che colpisce in Montale è la struttura poetica; una lingua che (come scrive Contini) "ricorre a parole determinatissime, dialettali addirittura. In una simile funzione stanno i termini più letterari, con un valore opposto rispetto a quello che l'estetismo o il purismo potevano rispettivamente assegnare". In pratica Montale non utilizza la rarità di certi termini per la bellezza esclusiva, esotica e classicheggiante che essi possono attribuire alla poesia ma per far risaltare la forza della parola e dei simboli all'interno del contesto concettuale che vuole esprimere.
La lingua di Montale cerca di ridurre al minimo la distanza esistente tra le cose e le parole che le rappresentano; in essa si compie un duplice processo: di liberazione dal superfluo, di ricerca della parola più aderente all'oggetto, di essenzializzazione quindi, e insieme di ricerca di tutti i particolari di una scena o di un'immagine. Una lingua insomma nello stesso tempo essenziale e narrativa: lirica, dunque, nel senso più moderno della parola, in senso leopardiano. Una lingua in cui stupisce la capacità di concentrare in una sola parola una sensazione o un'immagine straordinariamente complesse e insieme la sua puntualità di descrizione, quasi narrativa, da racconto, che contiene personaggi, vicenda, svolgimento e conclusione.
Questa lingua colpisce per la sua natura profondamente antiletteraria che non si manifesta soltanto nel tono familiare (le poesie di Montale si rivolgono quasi sempre a qualcuno e sono sempre intimamente dedicate a qualcuno) che era stato anche dei crepuscolari e neppure nella introduzione di termini del linguaggio comune o addirittura tecnici che aveva già avuto un precedente illustre in Pascoli: si ritrova invece più a fondo nel rapporto nuovo instaurato tra parole e oggetto, rapporto che tende a tracciare fra loro sempre la via più diretta e più breve.
Questo è il significato che si può attribuire alla poetica dichiarata apertamente negli "Ossi di seppia", oltre quello ovvio della preferenza di un paesaggio più umile ma più reale e quotidiano; comunque più simbolico, adatto a rappresentare, con l'elaborazione della descrizione esterna, una condizione interiore.
La parola di Montale, come quella di Ungaretti, è scabra ed essenziale ma maggiormente legata da architetture ampie e complesse che riempiono il discorso di incisi. Il linguaggio di Montale è nuovo, aspro e nudo, "pietroso",  è stato definito, come l'implacabile realtà della vita.
Materia principale della comunicazione lirica montaliana è appunto la "negazione", intesa come "assenza". Non si tratta però della "comunicazione negata", genericamente decadente, bensì di una negazione che è concettuale, espressione profonda, se non di una vera e propria ideologia, di un atteggiamento culturale ed umano che Montale tende spesso a mettere in evidenza.
La sua negazione tratta dell'uomo incapace di credere, del mondo privo di significato, del "vivere" interpretato come "male", o meglio ancora come "nulla". Un nulla che appare condensato di un paesaggio aspro e riarso (nel simbolo del descrittivismo della terra ligure in "Ossi di seppia"), in oggetti nei quali la vita sembra inaridita, impietrata, e che diventano la trascrizione oggettiva dell'aridità interiore, sentita dall'uomo sia come fatale condanna, sia come una reazione impassibile e tuttavia disperata all'oscura pena del vivere.
Il pessimismo di Montale è radicale. Vivere, per lui, è un insieme di gesti vani dietro i quali c'è il vuoto, un incomprensibile destino di delusione totale, di incomunicabilità assoluta. La stessa ironia, frequente in Montale, sia come intellettuale che come uomo e poeta, è un'ironia caustica, tagliente, se non del tutto rassegnata sicuramente con poche soluzioni da proporre. Anche il ricordo non serve, è solo una vana illusione nella quale ci perdiamo come ennesimo atto consolatorio.
C'è tuttavia in Montale l'ansia di ritrovare quello che lui, in una sua poesia, definisce "l'anello che non tiene", cioè un varco aperto nell'ingranaggio ferreo del destino, il punto in cui la catena nichilista che avvolge senza speranza l'inutilità del nostro vivere può essere interrotta e permetterci di approdare ad una qualche verità assoluta, che ci sblocchi, che ci liberi dal nulla e dal vuoto. È la ricerca estrema di un'esistenza totale, autentica, di infinito e di eternità. Proprio l'ansia di questa ricerca dà alla poesia montaliana un ritmo tragico, un'angoscia frenata da un virile pudore, ma rivelatrice di un intimo strazio. Anche le sue ultime poesie non si distaccano da questa visione; in esse il poeta appare ansiosamente proteso nella speranza di un'avventura e d'un messaggio metafisico (la ricerca di comunicazione con la moglie dopo la sua morte, una sorta di codice per vincere l'eternità del nulla) che si rivela problematico e arcano o comunque vertiginosamente remoto rispetto al nostro vivere.
Gli "Ossi" comprendono 58 poesie scritte tra il '20 ed il '25, fatta eccezione per "Meriggiare" che è del '16. Il titolo è un segno di morte (gli scheletri delle seppie che galleggiano e che le onde abbandonano sulla spiaggia) ma anche simbolo di essenzialità, di scarnificazione che sintetizza un universo di oggetti scabri ed essenziali, di presenze larvali. Il linguaggio degli "Oss" nasce da un'esperienza pascoliana e dannunziana, filtrata attraverso l'esperienza di poeti liguri come Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e Camillo Sbarbaro, tra l'altro amico di Montale, e la lezione della rivista di poesia e letteratura "La Voce", soprattutto negli interventi lirici di Clemente Rebora.
Il passaggio dagli "Ossi" alle "Occasioni", del 1939, consiste in un'operazione di stacco dalle sue radici liguri e mediterranee, in uno spostamento "da una sua prima dimensione autobiografica e soggettivistica", a una diversa dimensione che si popola di simboli oggettivi e, più ancora, di figure altre da sé in cui il poeta si identifica, e la cui azione salvifica immette la sua avventura umana e simbolica in un circolo che non è più solamente familiare, ma teatro di una comune vicenda cosmica. Il malessere esistenziale e i segni premonitori di una catastrofe imminente fanno di questo libro un testo rappresentativo di un momento storico.
Ancora più drammaticamente nelle poesie di "Finisterre", poi inserite nella terza raccolta descritta più sotto, si addensano i sintomi della distruzione e della tragedia incombente.
In "La bufera e altro" sono distribuite in diverse sezioni le poesie composte dal 1940 al 1956, la prima delle quali comprende il gruppo di "Finisterre". Tra "Le occasioni" e "La bufera" si instaura una sorta di continuità che orienta i temi montaliani nella prospettiva storica della guerra, vissuta come momento apocalittico; rifugio o conforto è la memoria, sul cui filo il poeta istituisce il suo colloquio con i morti.
"Satura" si presenta come un'opera profondamente nuova da un lato e dall'altro come sviluppo di temi e motivi che provengono dalle opere precedenti. La diversità di natura musicale, suggerisce lo stesso poeta, dipende dalla "dimensione di una poesia che tende apparentemente verso la prosa e nello stesso tempo la rifiuta". Pur raccogliendo in una sorta di "miscellanea" (secondo l'uso modesto che Montale vuol fare del titolo) componimenti di tipo, argomento, e intonazione varia, il libro si presenta con una rigorosa struttura nella scansione delle sue tre parti ("Xenia"- per la moglie dopo la morte di lei -, "Satura I" e "Satura II").


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