Genova nel cuore - POESIA

Vai ai contenuti

Menu principale:

Genova nel cuore



"Signore, perdonami se son crollato,
se un disastro ho combinato.
Ero uno dei ponti più belli fra i tanti
progettati dall'architetto Morandi.
Univo le due anime di Genova passando sopra il torrente Polcevera
Migliaia di auto e camion mi attraversavano da mattina a sera.

Nel Sessanta ero un'opera ardita e di altissima ingegneria.
Le mie campate sfidavano la pioggia e il vento.
Mai avrei pensato che un giorno sarei stato spazzato via,
portando morte, terrore e sgomento".

"Ero in cucina quando ti ho visto che collassavi
e in una nuvola su te stesso ti accartocciavi,
trascinando nel baratro e nella polvere decine di automobilisti ignari.
Son scappato subito via lasciando in casa i più bei ricordi dei miei avi.
Sul luogo della tragedia sono accorso, dopo aver provato rabbia e smarrimento,
per estrarre chi ancora era sepolto sotto una montagna di cemento.

Ora dicono che quel che è rimasto di te insieme alla mia abitazione va demolito.
Per non far morire la città un nuovo ponte al più presto va ricostruito,
ma intanto io sono senza un tetto e sfollato,
il mio cuore dal dolore è prostrato.

Pensano più a scoprire i responsabili le autorità,
ai contributi da elargire per questa calamità,
che a darmi il permesso di entrare nella mia casa,
prima che di essa ne sia fatta tabula rasa,
per portar via un vestito, un libro e una fotografia;
memorie di un passato che sarà gettato via.

Dicono che vi sia bisogno di pompieri e sensori,
così da farmi accedere senza tremori,
perché quel moncone sopra al mio appartamento
potrebbe venir giù in qualsiasi momento".

"Ascoltami, prometto che sicuramente una mano ti darò,
in piedi finché non avrai preso ciò che vuoi resterò.
Sarei un farabutto senza cuore a far finire in un burrone
il desiderio di un ultimo tuo sguardo dal balcone".

*     *     *     *     *

   TRE MESI DOPO

"Confesso che in questi tre mesi più volte ho  temuto
che sotto l'incalzare delle intemperie avresti ceduto,
mandando in fumo di noi sfollati le speranze
di poter tornare nelle nostre care stanze.

Contro un muro di gomma abbiamo combattuto,
ma alla fine con tenacia lo abbiamo abbattuto.
E dal tunnel buio e terribile dove siamo scivolati
stiamo uscendo più sereni, meno disperati.

Sai, nel momento in cui sono entrato in casa con mia moglie e i pompieri,
ho dato un calcio alle paure di cui sono stato preda fino a ieri.
Ero felice come un bambino mentre stipavo in una ventina di scatoloni
le cose mie più preziose, persino di mio figlio il triciclo e i due aquiloni.

Prima di uscire, siamo rimasti due minuti sul balcone.
Abbracciati, non abbiamo resistito alla commozione,
quando il ricordo è corso al giorno in cui Gino era nato,
alla grande gioia con cui lo avevamo festeggiato.

Poi lo sguardo verso di te e la città ho gettato.
Le gambe mi tremavano, ero emozionato.
Superba era Genova, splendido eri anche tu.
Sarà una sofferenza non rivederti più”.

Anche per me sarà una pena tornare nella polvere e dirvi per sempre addio
quando tra non molto verrò demolito, finendo piano piano nell'oblio.
Se, però, qualche mio frammento vorrete custodire qui dove sono stato innalzato,
sarò meno afflitto perché capirò che mi avete molto amato e mai dimenticato.

ALDO TREDICI


Torna ai contenuti | Torna al menu