Gianmaria Ferrante - Notte a teatro - POESIA

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Gianmaria Ferrante - Notte a teatro

Freschi di stampa

Gianmaria Ferrante - Notte a teatro - Golden Press 

ISBN 978-88-89558-97-3 - Prezzo di copertina: Euro 15,00

Il santuario dell’immaginifico e del metamorfico, la potenza espressiva di analogie  continue, affollate di emersioni inconsce ed oniriche ed infine l’universale adattamento figurale di allegorie di grande impatto espressionistico, ravvivano questo racconto di racconti, questa pièce che muove da un punto di vista lirico adoperando, con gusto ed efficacia, i materiali dell’epica e del mito.
Ferrante lascia piovere, nell’abbacinante pregio di quest’opera che cattura la pancia del lettore, un diluvio di immagini, personaggi, colori e suoni  ovunque semantizzati, raccolti attorno alle valenze intrinseche della propria natura e alludenti con insistenza alla dimensione tragica, ancestrale, archetipica a cui fanno riferimento, o da cui provengono, con la naturalezza improvvisa della loro presenza, del loro ingresso in scena.
Di uno spettacolo, si tratta. Un anfiteatro allestito misteriosamente in un bosco millenario, nel corso di una notte d’agosto che emerge dal profondo; è un sondaggio d’abisso, una discesa agli inferi del nostro sentire, della percezione del tempo, della storia e delle sue simbologie. L’andamento metrico è ostentatamente ripetitivo e giocato su tre movimenti per ciascun frammento: un versicolo iniziale, una terzina (quartina talvolta) e un versicolo conclusivo, tutti legati da un unico movimento sintattico, poggiante su una prosa asciutta e priva di solecismi. La limpidezza del dettato non necessita, infatti, di sconvolgimenti del periodo; a far vibrare il tutto in maniera inconsueta e ipnotica ci pensano le figure create, vive e corpose, agite puntualmente su accostamenti di sostantivo e aggettivo, ora naturali e prevedibili, ora sconvolgenti e inusueti.
La rappresentazione assume da subito la duplice natura dell’epifania e della celebrazione misterica: ora richiama al rito, ora al sabba, ora al metateatro dove il racconto dell’attore dilegua in manifestazione del sé e proposizione dell’immanenza, con sovrapposizione costante dei piani logico-cronologici in una condizione temporale ed esistenziale assoluta. Gli elementi scenici naturali – la pietra, il legno antico degli alberi, la creta, il marmo, il fango, la melma – sfumano stridenti nella natura stessa degli attori, nella loro presenza di esseri in movimento e nella loro contemporanea fissità di statue.
Gli ingressi in scena sono improvvisi come improvvise le formulazioni della fissità successiva, o mai abbandonata in una sorta di realtà parallela, che inchioda i movimenti in prosopopee fulminanti, di insistita forza evocativa. Allora vediamo comparire un porco vestito da uomo, un soggetto eretistico, una vedova nera attribuendo a ciascuno di essi la nostra necessità percettiva in un avvitamento, salutare, delle immagini che scorrono cariche di un allegorismo di tipo marcatamente pittorico. Guerrieri e destrieri fanno la loro fugace comparsa lasciando solo il segno pallido di uno scontro bellico sulle rive del Metaponto; così la figura ipertrofica con bocca di baldracca, la scrofa, e la maga, e il furetto, e i gatti zoppi che miagolano in falsetto, corrodono di segni armoniosamente contrastanti l’apparente linearità di una notte che viene definita solo ambigua ma contiene indicazioni ben più pregnanti della semplice ambiguità.
Ferrante gioca, abile e sapiente, con gli strumenti del suono, frequentando, qui molto più che altrove nella sua opera, i giochi di accostamento fonetico rispetto al materiale onomatopeico. I versi risuonano ovunque misurati e densi, non conoscono la secchezza della parola che si limita a dire ma non si perdono mai nella ridondanza eccessiva di un effetto prolungato, di una facile eco.
A dar corpo all’atmosfera allestita per questa storia, le tre sezioni in cui essa è suddivisa: “Il Raduno”, “Fuoco bianco”, “L’Oro del mattino”. La gradazione della luce, passando dal tetro buio notturno all’incendio purificatore ma algido del mattino, accede alle dorature del giorno in cui si risolve ciò che è possibile, svanisce qualcosa del fervore cupo manifestatosi nell’ombra della notte e la vicenda si dissolve felicemente nell’accoglienza di immagini femminili splendenti e in qualche modo salvifiche.
È chiaro, la rinascita non cancella del tutto l’incubo del-l’emersione precedente ma ne attenua le asperità, consentendo l’apertura a nuova vita. I cerchi, gli archi, il mandala del luogo della rappresentazione svaniscono a tratti o modificano la loro essenza; se non fosse che, a questo punto, la rappresentazione è ormai dissolta dal chiarore del giorno, si potrebbe parlare a buon diritto di una commedia, nell’accezione originaria del termine, nell’approdo al sereno, nella riconquista della pace.
Alessandro Mancuso

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