Giosuè Carducci - POESIA

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Giosuè Carducci

I Nobel Italiani
Giosue Carducci


Premio Nobel per la letteratura 1906 con la seguente motivazione:

"non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche,
ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile
ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica"


La Vita

Nasce il 27 luglio del 1835 a Valdicastello, in Versilia, da Michele ed Ildegonda Celli. Il padre è un medico condotto, carbonaro, che partecipa ai moti del '31 ed è per questo costretto a continui spostamenti di sede lavorativa, perché sospetto, braccato, vessato. Non riuscirà mai a fare carriera perché osteggiato nelle sue idee politiche. Un periodo di residenza lungo e importante nella vita dei Carducci è quello trascorso a Castagneto Marittimo, in Maremma.
L'infanzia di Giosuè (in vecchiaia deciderà di eliminare l'accento dalla lettera finale del suo nome di battesimo) e la sua prima adolescenza si svolgono tra Bolgheri e Castagneto. Di grande intelligenza, il giovane Carducci compie studi regolari, presso gli Scolopi a Firenze. Apprende rapidamente il latino, traduce le "Metamorfosi" di Ovidio, approfondisce la lettura dell'"Iliade", dell'"Eneide" e della "Gerusalemme Liberata", di opere storiche, soprattutto sulla Rivoluzione Francese e dei "Promessi sposi" perché costretto dal padre che ammirava Manzoni come guida letteraria fondamentale del Risorgimento; in realtà Carducci non dimostrerà mai troppa ammirazione per il Manzoni.
Da giovane Giosuè è fieramente repubblicano e a favore dell'indipendenza. Individua come modello storico, per l'Italia del suo tempo, il periodo della repubblica romana dei Gracchi. È molto vicino alle teorie politiche di Mazzini.
Si laurea nel 1856 alla Normale di Pisa in Filologia e Filosofia; fonda con Gargani, Chiarini e Targioni Tozzetti, il "Circolo degli amici pedanti", un gruppo di giovani intellettuali classicisti ed antiromantici che esprimevano un forte contrasto nei confronti del moderatismo politico. L'anno successivo inizia la sua carriera di insegnante presso il ginnasio di S. Miniato al tedesco (l'esperienza dei suoi primi mesi di docenza è descritta in due opere significative, una in prosa, "Le risorse di S. Miniato al tedesco", e l'altra in versi, "Le rime di S. Miniato".
Sospettato come cospiratore dalla polizia (insieme ad alcuni chiassosi coetanei abitava una casa a S. Miniato dove gli schiamazzi erano la regola!) è allontanato dall'insegnamento e si trasferisce a Firenze. Qui lavora per l'editore Barbera, curando piccole edizioni di classici, e dà lezioni private clandestine cercando di guadagnarsi da vivere.
Sempre nel 1857 è colpito da una sventura che lo segnerà moltissimo, il suicidio del fratello Dante, forse avvenuto in seguito ad una lite con il padre. Il padre verrà addirittura accusato di omicidio e morirà di dolore un anno dopo. E' di quest'epoca la pubblicazione della prima raccolta di poesie di Carducci, "Juvenilia".
Nel 1859 sposa Elvira Menicucci, da cui avrà 4 figli, uno dei quali morirà in tenerissima età; nel 1860 insegna a Pistoia e con l'allontanamento degli Austriaci e l'Unificazione italiana è nominato professore alla cattedra di retorica ed eloquenza dell'Università di Bologna, a soli 25 anni. Reggerà la cattedra per ben 44 anni diventando un'istituzione assoluta della principale università delle lettere italiane.
Legge Hugo, Proudhon, Goethe, Heine e altri nomi del romanticismo europeo. Partecipa da intellettuale polemico con le istituzioni, con le scelte politiche e con le prese di posizione del papa, alle vicende storiche del suo tempo. Nel '76 viene eletto deputato repubblicano ma non eserciterà il suo mandato perché escluso dal sorteggio delle cariche statali. Nasce in lui l'insofferenza per la scarsa energia con la quale riteneva che i governanti del tempo si adoperassero per completare l'unità nazionale con le annessioni del Veneto e di Roma. Rimane fortemente deluso in particolare per le Convenzioni di settembre (1864) e per la fermata, da parte dei francesi e dello stesso esercito Piemontese, di Garibaldi a Mentana (1867).
Tra il 1861 ed il 1870 scrive le poesie che verranno poi pubblicate nelle raccolte "Levia Gravia" e "Giambi ed Epodi". Nel 1863 compone l'"Inno a Satana", caustico poemetto contro il clero e a favore del modernismo e del progresso scientifico.
Solo con il 1870 inizia ad attenuare le sue posizioni intransigenti di giacobino e di repubblicano; il potere della borghesia e della corona del Regno eserciteranno sul poeta un fascino irresistibile, anche se insospettabile fino a poco tempo prima. La cosa lo renderà quello straordinario megafono dell'ordine monarchico costituito che Carducci, nel bene e nel male, ha voluto essere. Scrive le "Rime nuove", in cui predilige gli affetti, la nostalgia, le tematiche della memoria, le atmosfere post-romantiche e pre-decadenti, quelle stesse che lui spesso criticava negli altri poeti e nelle quali dimostra di inciampare più volta, non si sa quanto inconsapevolmente. Sempre in questo anno muoiono la madre e il figlioletto Dante, di soli 3 anni. Ha una storia extraconiugale con una certa Carolina Cristofari Piva, che canterà in numerose poesie con il nome di Lina, o di Lidia, e con la quale porterà avanti un fitto carteggio epistolare, pubblicato poi nell' "Epistolario" in cui è possibile apprezzare la perfezione della prosa carducciana.
È nominato "Accademico di regime" e diventa il poeta vate ufficiale dell'Italia Unita, votato al potere ed osannato dal potere, soprattutto per la portata convincente della sua voce poetica, roboante, retorica, estranea a qualunque forma di dubbio, come la monarchia italiana vorrebbe tutti i suoi sudditi di quel periodo così delicato, per molti aspetti politici, amministrativi, sociali ed economici.
Carducci passa quindi decisamente da un ideale repubblicano ad un ideale rigidamente monarchico, perché sente, grazie alla monarchia, la possibilità di mantenere l'ordine, così come il classicismo è la possibilità che i poeti italici hanno per mantenere l'ordine nella poesia e in generale in tutta l'arte. Ma in fondo questa svolta repentina di Carducci non è altro che un modo di reagire alle delusioni del Risorgimento, differente, anzi opposto, rispetto a quello provocatorio e ribelle dei  contemporanei (ma della generazione successiva) poeti della Scapigliatura, da lui definiti "malati di nervi".
Nel 1878 scrive l'"Ode alla Regina d'Italia", alienandosi le ultime simpatie dei suoi vecchi sostenitori e compagni di fede repubblicana. Pubblica una nuova raccolta di poesie, l'ultima di un certo livello, intitolata "Odi Barbare". Aderisce alla politica autoritaria e rigida di Crispi; vive una senile passione per una giovane allieva, Annie Vivanti; nel 1890 è nominato Senatore del Regno d'Italia. Pubblica la sua ultima raccolta di versi, "Rime e ritmi", in cui dimostra tutta la stanchezza della sua vena compositiva.
Solo nel 1904, ormai malato e quasi cieco, lascia la cattedra di Bologna (gli subentrerà dopo qualche anno un suo allievo, Giovanni Pascoli, che egli aveva aiutato durante un periodo molto difficile della vita del suo giovane futuro successore.
Nel 1906 ottiene, primo fra gli italiani, il Nobel per la letteratura. Muore a Bologna il 16 febbraio del 1907.

L'opera
Nella poesia carducciana si possono rilevare diverse tematiche, ed esattamente tre tendenze: quella epodica ed ironica che critica la mediocrità del tempo presente e si manifesta  soprattutto nella raccolta Giambi ed epodi (1880); quella eroica che è presente in tutta l'opera del Carducci, dalle Odi barbare alle Rime; quella elegiaca, legata soprattutto alle esperienze personali del poeta; vi prevale un senso di malinconia nostalgica e di tristezza, riscontrabile principalmente nelle liriche dedicate alla morte del figlioletto Dante o all'osservazione del paesaggio, soprattutto quello dei luoghi legati al ricordo della sua giovinezza. La poesia per Carducci è un atto eroico, egli stesso si definisce un vate.
I suoi primi tentativi letterari sono rappresentati da Juvenilia, raccolta di esercitazioni letterarie che sottolineano la cultura classicista; in essa vi sono numerose citazioni di Dante e Petrarca. Nel 1868 scrive Levia gravia, in cui tratta argomenti diversi (dal latino: levis = leggero, gravis = pesante).
Giambi ed epodi è una raccolta di 32 poesie riunite in base ad un doppio ordine: tematico e stilistico. Segnano per l'autore un marcato periodo di creatività ed intervento polemico.
Nel 1887 compone Rime nuove; caratteristico di queste rime è il contenuto che  appare personale e innovativo. Emergono tematiche spontanee e meno retoriche. In esse si trovano grandi personaggi e affetti familiari. È da notare una forte prevalenza del presagio della morte e lo sviluppo di una tematica impressionista che verrà poi ripresa ed approfondita dal Pascoli. Tipica è la comparsa coloristica del paesaggio che si svilupperà nel  '900 col Decadentismo e l'Impressionismo. Per citare un esempio di questa angolatura particolare della poetica carducciana possiamo rifarci alla breve poesia "Mezzogiorno alpino" in cui il poeta ritrae uno spaccato di paesaggio di montagna indugiando sulla descrizione del colore e della luce e tratteggiando le tinte, non con lo scopo di riprodurre l'ambiente, ma con quello di interpretarlo e metterlo al servizio del verso; è quella che alcuni critici individuano come "solarità carducciana".
Nel 1877 vengono composte le Odi barbare che sono una novità nella poesia italiana perché rappresentano il tentativo del Carducci di affrontare componimenti stilisticamente nuovi, rivoluzionando la metrica. La metrica italiana infatti si basa sugli accenti, al contrario di quella latina che è quantitativa. Carducci  combina le due cose, trasportando la metrica latina, quantitativa, in quella italiana accentuativa. La definisce lui stesso come "barbara" perché per i latini sarebbe stata al di fuori della norma, come straniera, appartenente ad un lingua minore e non colta, quindi non accettabile.
L'ultima raccolta è Rime e ritmi, del 1889, composta e caratterizzata da poesie legate al  modello classicista e paesaggistico. Si sottolineano inoltre i Discorsi, che, per le numerose prose di vario argomento che contengono, ritraggono il Carducci civile e impegnato politicamente.



 
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