Grazia Deledda - POESIA

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Grazia Deledda

I Nobel Italiani


Premio Nobel per la letteratura 1926 con la seguente motivazione:

"per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazionidi plastica chiarezza della vita
della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi"

Grazia Deledda

La Vita
Nasce nel 1871 a Nuoro, da famiglia relativamente benestante. Non compie studi regolari ma, da autodidatta, diventa ben presto una lettrice accanita di opere in prosa e in versi, soprattutto quelle destinate al  pubblico borghese di fine Ottocento. Non mancano comunque, nella sua formazione, Carducci, D'Annunzio, De Amicis, Dumas e Dostoevskij, ovvero gli autori più di moda in quel periodo.
Scrittrice precoce, benché legata ai modelli di letteratura "seriale" e spesso deteriore maggiormente in voga presso un pubblico mediamente istruito, annoiato e poco critico, pubblica fin da ragazzina brevi racconti e bozzetti di vita sarda. Nella sua prima produzione, tra il 1888 e il 1890, compaiono via via anche versi e novelle più composite fino alla scrittura dei primi romanzi, dal 1892 in avanti, che impressioneranno favorevolmente l'artefice tecnico del verismo italiano, ovvero Luigi Capuana, e un critico autorevole come Bonghi. La stesura e la pubblicazione dei romanzi, in numero esorbitante e con crescente successo di pubblico adeguato ai medesimi, avviene con cadenza regolare, quasi annuale, dal 1892, anno di "Fior di Sardegna" al 1936, in cui esce, postuma, l'autobiografia "Cosima".
Nel 1900 la Deledda sposa un impiegato romano e lo segue nella capitale dove risiederà per tutta la vita; una vita appartata, dedita alla cura della famiglia e, instancabilmente, alla produzione letteraria. Nel 1926 ottiene il Nobel per la letteratura. Muore a Roma nel 1936.


L'opera

La narrativa di Grazia Deledda è fortemente legata ai temi e agli stili della letteratura italiana di consumo di fine Ottocento. Sue caratteristiche principali sono l'inclinazione ai conflitti interiori, soprattutto spirituali, e le problematiche esistenziali intrecciate alle istanze d'ambito regionalistico, sociale, sociologico, antropologico e paesistico, sardo. Le regole ancestrali da violare con il peccato sono l'occasione per espiare, successivamente, alla ricerca di una completa purificazione; tali elementi rappresentano la cifra stilistica della scrittrice, indubbiamente non originale e lontana dalle soluzioni di più ampio respiro raggiunte da Verga, Di Giacomo o De Roberto, bensì tesa alla cattura di un pubblico prevalentemente femminile, in cerca di poche ma forti emozioni imperniate su un fatalismo cupo e un esistenzialismo teso e marcatamente tardo-romantico, anche se interessato da correnti di lirica e sensibilità dotate di suggestioni decadenti.
L'impersonalità naturalista delle opere più compiute del verismo italiano è sostituita, nelle pagine della Deledda, da un'introspezione fortemente soggettivata, pur se in uno scenario arricchito da mitizzazioni, passioni primitive, credenze magiche e superstizioni. Il male, il sacrificio e il riscatto producono delitti, rimorsi, bisogno profondo di espiazione. Viene accostata ai successi editoriali di Emily Brönte e George Eliot.
Il panorama dei suoi romanzi si ripete in modo infaticabile, sempre uguale, quasi ossessivo: tipi umani, introspezioni e scenari sono gli stessi, dai primi romanzi fino agli ultimi. Al primo "Fior di Sardegna", del 1892, fanno seguito, tra gli altri della sterminata produzione, i "Racconti sardi" del 1894, il romanzo rosa "Anime oneste" del 1895, "Elias Portolu" del 1903, "Cenere"  del 1904, "Colombi e sparvieri" del 1912, "Canne al vento" del 1913, "Marianna Sirca" del 1915, "La madre" del 1920.


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