Racconti di Anna Maria Fabiano - POESIA

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Racconti di Anna Maria Fabiano

Spazio Libero


E' nata in  Calabria nel 1952. Abita nell'hinterland cosentino. Docente di lettere e scrittrice. Varie pubblicazioni, ultima Il colore del mare (ed. Gangemi, Roma), romanzo di un viaggio mentale. Appassionata di teatro, musica e agricoltura, nonché di Fabrizio De Andrè.



QUELLA CASA VICINO AL TORRENTE

C’era una volta una vecchia casa disabitata che un topolino solitario aveva scelto come rifugio, dopo tanto vagabondare in una campagna piena di pericoli. Era, la casa, piena di mobili impolverati, ammassati senza ordine uno sull’altro. In un angolo della grande sala foglie secche di anice avevano impregnato ogni cosa del loro odore intenso. Le finestre erano sprangate e le povere stanze, senza il tepore del sole e l’allegria della luce, sapevano di tetro. Erano spente. Ma il topolino ci stava bene, lì dentro. Perlomeno non c’erano gattacci minacciosi a turbare la sua vita monotona, ma tranquilla.
Solo, dunque, ma in compagnia della nenia di un torrente, che scorreva proprio sotto la finestra della camera da letto, trascorreva così le sue giornate, cibandosi di poco, girovagando da un locale all’altro, facendo lunghe dormite e assaporando il piacevole sapore della pace.
Passavano così i mesi, i giorni, le ore. Nulla cambiava, nulla succedeva. Eppure…
Un giorno il topino ebbe uno strano presentimento. Quella vita piatta e grigia gli sembrava troppo bella, per poter durare a lungo. Già, perché bisogna sapere che lui aveva dei trascorsi  molto angolosi: aveva gioito tanto, in passato, ma aveva anche tanto sofferto. E le gioie più intense sono accompagnate sempre da grandi dolori e per questo lui godeva così tanto di non dovere più essere felice. Sembra un controsenso, vero?
  Ma torniamo a quel presentimento. Era da un po’ che il torrente scorreva con più lena, forse colpa dell’autunno che portava la pioggia…tanta acqua scrosciante e carezzevole …e quel birbante d’un topolino amava l’autunno, il vento, la pioggia, ed era un formidabile cacciatore di guai. Tra l’altro, a furia di stare solo, si era ammalato di fantasia. E la fantasia talvolta diventa un morbo.
Presentiva qualcosa, dunque. Come pazzo di dolce euforia, correva da una stanza all’altra, inquieto, saltellante, ebbro di vita. Si soffermava poi a guardare, con strano senso di attesa, quel portone sprangato e aveva però tanta paura. Paura e desiderio che il portone si aprisse. La frenesia cresceva a dismisura e certo fu proprio colpa sua se un bel giorno accadde davvero. Colpa sua? O del destino? O di altro? E chi lo sa? E poi che senso ha? Sapere o non sapere. Ciò che avviene non si cancella, ma procede. E purtroppo tutte le cose hanno un principio ed una fine. Al centro sta il fluire degli eventi che ti avvolgono con prepotenza, ai quali puoi solo opporre la fora violenta delle sensazioni. Un bel giorno il portone si aprì.
Entrò una bambina pallida, bruttina, magrissima. Era molto strana. Aveva mani sottili e grandi da donna, con unghie lunghe e appuntite, era alta, spettinata e i suoi occhi, verdi e grandi, ritagliavano sguardi incerti e indecifrabili. Al topolino sembrò una fata. Sì, era veramente strana eppure lui la vedeva bella, anzi bellissima e gli metteva addosso strani brividi e avrebbe voluto vederla andare via subito: invece la guardava, come ipnotizzato. Lei non lo vide, gli passò accanto con passo agile e felpato e andò oltre. Come ci rimase male lui! Si nascose in un angolo e pianse un milione di lacrime amare.
La strana bambina aprì le finestre, e la luce del sole di ottobre era così abbagliante che raggiunse il topolino nel suo rifugio. Lui trasalì di paura, una folle paura. E la reazione fui istintiva. Con suo sommo stupore, cominciò a ruggire verso l’angolo in cui si trovava lei. La quale si accorse finalmente di lui. Per nulla intimorita, gli si avvicinò lentamente, lo guardò e gli parlò: -Sei grazioso-disse con tenerezza- Perché hai ruggito? Non ti si addice, sciocchino. Vieni, vieni a me, non temere .-
Il topolino dispettoso rimase colpito anche dalla voce di quella strana bambina. E la paura tornò a tormentarlo. E l’istinto di difesa ingigantì la sua presa. Ruggì ancora, con disperazione quasi. La bambina, sempre sicura e determinata, fece ancora qualche passo verso di lui.  -Tu non mi inganni topolino buono- gli disse- Lo vedo bene che non sei un leone-  Sorrise civettuola, aggiungendo -Non hai gli artigli- Ma imperterrito il topolino ruggì per la terza volta e così forte che quella casa tremò. Allora lei lo prese tra le braccia e, tenendolo amorevolmente, si avvicinò alla finestra. -Guarda- gli disse con lacrime di perla negli occhi verdissimi -Guarda come risplende il sole. Come illumina l’acqua del torrente. E guarda le foglie variopinte. Io lo so. Tu non sei fatto per il male. Tu porti una maschera che non è la tua. Tu sei fatto per l’amore. È la solitudine che ti ha reso dispettoso e asociale. Ma io desidero aiutarti, se me lo permetti. -
Conquistato, vinto, ma piacevolmente, il topolino smise di ruggire. Lei allora lo baciò e lo posò a terra. Poi tolse da uno zaino una bacchetta magica e cominciò a toccare ovunque. Come per miracolo la polvere, il disordine, i cattivi odori sparirono e la vecchia casa abbandonata e sporca si trasformò in una reggia scintillante.  -Vedi tesoro- disse allora la fatina- adesso questa sarà la nostra casa. Io verrò tutti i giorni qui da te e noi vivremo felici solo del nostro amore. –
Il topo non credeva alle sue orecchie e nemmeno ai suoi occhi. Tutto quello scintillio, quelle luci, quell’eleganza e…quelle parole d’amore da parte di una fata nei suoi confronti. – Ma io sono solo un topo!- tentò di replicare – e tu invece una fanciulla tanto bella, tanto elegante e regale. Come puoi esserti innamorata di me? Cosa ho fatto per meritarlo?-  -Davvero mi vedi così bella?- chiese lei con una certa aria di compiacimento. - Certo. Perché me lo chiedi?-  - Perché mi piace sentirmelo dire- rispose con voce indecifrabile. E sparì velocemente, così com’era venuta.
Da quel giorno la vita del topolino cambiò radicalmente. Ormai tutto aveva acquistato un nuovo sapore, le cose assumevano contorni che lo avvolgevano con soffice delicatezza. E dappertutto lui vedeva e sentiva la sua amata fanciulla. La sentiva nelle note monotone dello scorrere dell’acqua, la vedeva negli angoli, avvertiva la carezza amorevole della sua mano sul suo capino e soprattutto ripassava mentalmente le sue parole “Tesoro, questa sarà la nostra casa”. Gli sembrava di vivere un sogno e temeva di doversi svegliare da un momento all’altro. Tuttavia non si svegliava. Attendeva ansiosamente, saltellava, piluccava il saporito formaggio che la bacchetta magica della fata aveva ricavato dalla polvere.
Finché un bel giorno la sua tenacia fu premiata: la bambina tornò. Gli parve più bella che mai e capì, attraverso la sottile nebbiolina dell’amore che tutto può, quanto ormai fosse diventata importante per lui, quanto gli fosse indispensabile, quanto peso avesse la sua esistenza per la sua.
Così per corazzarsi ancora una volta, ma forse senza neanche troppa consapevolezza, non riuscì ad impedirsi di ruggire ancora, e questa volta con una ferocia a lui stesso sconosciuta. Sorridendo impavida, la fanciulla lo prese tra le braccia -Te l’ho detto, topolino, non mi inganni. Non sei feroce né tanto meno somigli lontanamente ad un leone. Hai solo tanto bisogno di tenerezza ed è per questo che io sono qua .-
Il topolino credette di impazzire per la gioia. E allora cominciò a piangere, dapprima lentamente, e a sgorgare erano solo poche lacrime trasparenti; poi però, piano piano, il pianto si tramutò in singhiozzo e il singhiozzo era violento e tale da sconquassare il petto. Infine si placò.  -E va bene- disse alla fine- Voglio crederti, anche se tutto quanto accade ha dell’incredibile. Ma se tu mi deluderai, cosa ne sarà di me?- -Deluderti? E perché mai? Io non ho mai deluso nessuno. So solo regalare splendide sorprese. -  -Lo so- asserì l’ingenuo topolino con dolcezza -A me ne hai fatte già tante!-   -Aspetta e vedrai, mio romantico roditore…-  E lo baciò con assurda passione.Non notò lui lo sguardo di soddisfazione della fanciulla misteriosa. Non l’espressione di appagamento.
Da quel giorno la bambina prese ad andare ogni giorno alla casa vicino al torrente. Portava da mangiare ogni sorta di leccornie, che lui divorava avidamente dalle sue lunghe mani. Poi lo stringeva sul cuore, gli narrava la storia dolce e sublime del piccolo topo trasformato in un bel principe dalla forza dell’amore, e lui sognava, gioiva, esultava.
Come lontane gli apparivano quelle noiose giornate di solitudine, quella polvere, quell’aspetto disadorno e provvisorio della casa, ora trasformata in una reggia scintillante. E come gli appariva insopportabile l’idea di dover tornare a vivere solo come un tempo!
-Come ti chiami?- chiese un giorno il topino alla sua amata- Non me l’hai mai detto. Un lampo illuminò il suo sguardo verde, mentre un sorriso enigmatico si dipingeva sulle sue labbra. – Mi chiamo Insidia- rispose con voce cantilenante -Ti piace tesorone, questo mio magico nome….- No, non mi piace tanto- osservò lui con una strana tristezza – Mi mette addosso una specie di paura che non ho mai conosciuto .-
La fanciulla continuava a sorridere. – Perché mi guardi in quel modo?- chiese lui, sperando di essere preso in braccio. Lei invece andò verso la finestra. Spostò un lembo della tenda vistosa che nascondeva la vista del torrente. Le sue acque scorrevano placide e il profumo dell’erba arrivava fin lassù. -Non devo guardarti, mio angioletto?- e la sua voce era cupamente cantilenante -Non vuoi caro?-  -Sì, lo voglio- rispose il topolino perplesso, ed il suo piccolo cuore batteva assurdamente d’amore e di follia    -Ma perché hai quello strano sguardo?-  -Perché ti voglio bene, tanto bene. Se sapessi quanto! Ti amo anzi, ti amo, mio dolce animaletto sospettoso. Perché io sono Insidia, trasudo lascivia, ti amo dolcemente, mentre guardo le acque del torrente…E, nel cantare questa nenia, la fanciulla piangeva con lacrime abbondanti.
Quella sera, al momento del commiato, il cuore del topolino era oppresso, fasciato da una rete fitta di emozioni contrastanti. Quel nome poi non gli piaceva per niente. Avrebbe preferito chiamarla Speranza, o Aurora, o Tenerezza…ma non Insidia. Perché mai quel nome così viscido?

Arrivò l’inverno e passò velocemente. Il torrente era diventato simile ad un fiume che scorre impetuoso. Fuori faceva tanto freddo, a volte c’era pesino la nebbia, ma dentro si avvertiva solo un magico tepore, che si diffondeva da tanti caminetti accesi di fiamme saettanti. E poi giunse la primavera e riempì la natura di viole profumate e l’acqua del torrente si assottigliò fino a diventare un rigagnolo che scorreva pigramente dentro argini troppo ampi. E arrivò l’estate. Il torrente si era quasi prosciugato. Non un solo gemito riuscivano più a produrre le sue acque, le timide viole erano appassite: tutto era brullo, arido, asciutto.
Un bel giorno il topolino si fece coraggio e disse alla bambina:
-Perché non rimani sempre con me? Perché vieni la mattina e vai via la sera? Ti prego, rimani.
-Non posso- rispose lei con la solita espressione enigmatica- Non posso stare sempre con te.
-Ma perché? – insistette lui capricciosamente.
-Perché tu in fondo non hai bisogno della mia costante presenza.
-Chi te lo dice?
-Lo so. E poi io ho molti, molti altri doveri da compiere.
-Che vuoi dire?- chiese lui, inorridito dal senso che aveva intravisto in quelle parole.
-Quello che hai capito e che devi imparare ad accettare. Che tutto non sei tu nella mia vita. No.
-Scherzi?- domandò sempre più angosciato.
-No, non  scherzo. Dico la verità. E tu devi accettarla, ti ripeto. E poi, cosa hai da lamentarti? Ti ho   dato questa splendida reggia. Altri non hanno avuto tanto…
-Riprenditi la tua reggia, stendi la tua bacchetta magica e fa’ che tutto torni come prima. Visto che sei così potente, restituiscimi l’autunno, la polvere, il profumo di anice e la mia solitudine benedetta.
E, nel dire così, il topolino correva disperatamente da una parte all’altra della grande sala elegante.
-Cosa hai da lamentarti, ingrata bestiola. Forse che ti ho detto addio per sempre?
-Sarebbe stato meglio- mormorò con un groppo alla gola.
-E allora lo dico: addio per sempre.
-No!- quasi urlò- no, no, ti prego. Non  abbandonarmi. Perché non mi vuoi più bene. Cosa ti ho fatto?
-Ma chi ti dice che non ti voglio più bene. Te ne voglio tanto, tanto, tanto quanto tu nemmeno riesci ad immaginare.
-Sei bugiarda. Se tu mi volessi bene, staresti sempre con me.
-No, non è così. Non posso stare sempre con te- disse con la solita voce cantilenante, che voleva essere dolce, ma che invece risuonava metallica -Per questo ti ho regalato questa splendida reggia, solo per questo. Solo per questo sai….
Ma sembrava parlasse solo a se stessa.
-Riprenditi questa splendida reggia e ridammi la certezza di averti.
-La certezza l’avrai.
-Quando?
-Quando sarai mio.
-Ma io sono tuo-
-No, non ancora. Purtroppo non ancora…mio adorato amore. Dio, se sapessi quanto ti amo! Ti amo tanto, così tanto da volerti possedere totalmente…

Purtroppo la bella favola aveva subito una grossa incrinatura. Da quel giorno la fanciulla non andò più quotidianamente a far visita al suo…amato. Lui passava gran parte del suo tempo rintanato in un angolo a piangere con disperazione. Si sentiva solo, confuso, abbandonato, tradito.
Passò anche l’autunno e il poverino non se ne accorse neanche.
Giunse ancora il cupo inverno. Il torrente aveva una voce cattiva, scorreva selvaggiamente tra i suoi argini pronti a sfaldarsi .Le meraviglie della reggia gli apparivano ormai inutili e prive di denso, a doverle contemplare da solo. E allora ripensava alla sua vita di un tempo, quando viveva veramente solo, con l’odore di anice appassito, e la polvere dei sogni, e le attese palpitanti,  e quello strano senso di euforia senza senso.
E capì che le cose sono belle solo quando puoi e sai immaginarle e avvertì in  sordina che spesso, desiderosi d’amore e torturati dall’ansia di un senso, noi vediamo rosa il nero e percepiamo dolce il fiele e travestiamo di verità la menzogna. Contorciamo la realtà, per rifarla secondo il nostro metro fin quando poi, ad un tratto, capita un evento che ha il solo scopo di denudare spietatamente la realtà.

Dopo giorni e giorni di inutile attesa, finalmente un mattino la bambina arrivò. – Ciao, tesoro mio- disse con voce che voleva assomigliare a quella di un tempo- Sono venuta a dirti che ormai potrò visitarti solo di tanto in tanto. Ma ti voglio sempre bene, e tu lo sai-.
Il topolino si chiese se a quel nome Insidia non si addicesse per cognome Sadismo.
Quella voce inzuccherata, che un giorno l’aveva riempito di gioia, adesso gli metteva addosso una fastidiosa sensazione di rifiuto. E gli sembrava anzi che, fin dall’inizio, fosse stato così. Cercava di rifletterci su e a momenti avrebbe voluto scappare il più lontano possibile da quella crudele fatina che lo aveva illuso di poter diventare un principe, grazie alla potenza suprema dell’amore. Una strana forza però emanava da quello sguardo e quasi lo ipnotizzava.
-Dimmi, piccolo mio, mi vuoi ancora bene?- chiedeva intanto lei, ed era bellissima.
-Sì, tantissimo purtroppo. Tantissimo. Non riesco ad impedirmelo, mio malgrado.
-Che cosa faresti per me?
-Tutto.
-Proprio tutto?
-Sì, proprio tutto. Ancora non sei appagata? Ancora non sei sazia?
-E cosa mi daresti?-seguitava la fatina incalzante ed ossessiva.
-Tutto.
-Proprio tutto?
-Sì.
-Ebbene, allora voglio la tua vita.
-Te l’ho data tanto tempo fa- rispose lui con un sottile filino di voce.
-Perché?
-Perché senza di te non esisto. Perché non riesco a sfuggire al tuo sguardo, nel quale vorrei annegare. Sono solo e perduto e piango quando non ci sei.
-Bene. Allora mi hai conquistato pienamente. Chiudi gli occhi, per favore. Sto per mantenere la mia promessa: avrai quella splendida sorpresa che certo aspettavi, mio tesorone.
Incredulo e forse estasiato, il topino chiuse gli occhi nell’attesa.Ma niente avveniva. E allora li riaprì e…Vide tante cose. Ne vide solo una. Vide la verità.
Non era in una reggia scintillante, non c’era la sua fanciulla dolce e bellissima. C’erano solo due occhi dallo sguardo non più indecifrabile, ma rapace, ladro e crudele su una testa enorme di gattaccio che tendeva gli artigli verso lui tremante.
-Volevo la tua vita- disse- Ma la volevo interamente, offertami da te stesso.
E in due bocconi lo sbranò.





CARMELA

Il trenino cammina lentamente tra valli e dirupi. Attraversa campi, sovrasta torrenti, sbuffa pigramente, entrando in una galleria scavata in una gola di montagna. Ne esce allegramente. Tutt'intorno i colori dell'autunno creano una cornice incantata.
Dentro tanta gente che ciarla senza posa. Il trenino rallenta. Si ferma. Scende un bigliettaio, ne sale un altro. Ad attenderlo ansiosamente c'è Stella. Solo lì può incontrarlo, sorridergli. I suoi genitori adottivi non sono favorevoli a questa unione. Ma Stella ha la complicità di tutte, sul trenino.
Nello scompartimento riservato, non dalla legge, ma dal buon senso, ai non fumatori, un gruppo di maestrie lavora a maglia, per ingannare il tempo. Maria invece legge il suo libro. Ogni tanto lancia fuori dal finestrino qualche sguardo. È così bello il paesaggio autunnale, visto dall'alto delle montagne, attraverso cui fischietta il "trenino giocattolo".
Un'ennesima fermata. La piccola linda stazione si riempie di maestre. La scalinata da percorrere non è ardua in discesa, ma per Maria non ci sono problemi. C'è il suo amico insonnolito ad attenderla, con gli occhi carichi di sonno e le canzoni di Battisti al alto volume. È un bel ragazzo bruno, con due occhi carichi d'inchiostro, che traspare attraverso il velo del sonno precipitosamente interrotto. Pochi minuti e arrivano al centro del paese, nella piccola piazza dove Luisa aspetta fedelmente.
- Vi accompagno fino a scuola?
- Con questo bel sole…
- Camminare stanca_ commenta il pigro amico dall'aria insonnolita.
- Non noi. Almeno non me. Dopo due ore di treno….A domani e grazie.
- A domani certo. - Con l'aria visibilmente delusa.
A scuola. Chiamiamola scuola. Una vecchia casa di una minuscola frazione di un piccolo paese, una stanza gelida e immensa, con banchi vecchi di secoli, una cattedra rotta, una stufetta presuntuosa, che vorrebbe combattere il rigore di 900 metri sul livello del mare.
- Su bbenute 'e mastre! Su bbenute! 'A mia è chilla bionda, 'a vostra è nivura…
- E cchi bbue, mo. Su bbelle tutte e due. 'A nivura e la bionda.(2)
Sannu cantare biellu!
- 'U sacciu! Un te fare 'a sperta.
- 'A mia è chilla bionda. (1)
Gemma è una bambina malata. Malata di cosa? E chi lo sa! Ogni tanto sviene, le esce la bava dalla bocca, urla, piange…Poi si placa. La sua maestra è Luisa, non Maria. Ma non c'è alcun problema. Sono le cosiddette pluriclassi, dove tutto è possibile. Una stanza vecchia e fredda, adiacente una stalla piena di topi, servizi igienici assenti…
Ma se fa troppo freddo la mamma di Carmela manda subito due tazzine di caffè bollente, per ristorare, per attutire i disagi e…se fa ancora più freddo le due maestrine vanno a casa di Carmela, siedono accanto al focolare e tutti i bambini appresso e si fa scuola così, parlando, cantando, soffrendo, amando. Si fa scuola con amore, senza stereotipi culturali, senza fronzoli, senza cerebralismi.
E poi che senso avrebbe? Quei bimbi non arriveranno che alla quinta elementare. Poi lavoreranno, forse partiranno…Genova, Torino, Milano…Saranno parrucchiere, commesse, collaboratrici domestiche e conserveranno nel cuore l'immagine di due maestrine, una bionda e l'altra bruna, che li facevano recitare, cantare, ballare, ridere, amare, sognare, fantasticare, che rendevano la scuola la cosa più bella che la vita può regalare.
Carmela è bellissima. Ha gli occhi neri neri come il carbone, una vivacità tutta particolare, un temperamento di fuoco, un cuore di platino. Carmela è ribelle, combattiva, testarda, per nulla disposta a lasciarsi plagiare.
Carmela ha dieci anni, ma ha già compreso il sapore della lotta. Appena Maria aveva preso servizio in quella scuola…Carmela aveva aizzato tutti i suoi compagni affinché non la facessero parlare né spiegare. E tutti ubbidivano a Carmela. E Maria era così terribilmente giovane, solo qualche anno più di loro. Disperata aveva mandato subito a chiamare la mamma…
- Signorina mia, cum'aiu de fare! 'A capu a chissa cce volerra tagliata! Nu pocu 'e pacienza, ppe amure d'a Madonna. Ca sinnò daveru 'a capu ci la spaccu ccu nnu palu…! (2)
No. Non era quello il metodo. Maria sentiva in qualche modo che la violenza e la forza selvaggia di Carmela avevano la loro matrice. Che non poteva, no non poteva accettare le ingiustizie sociali, umane, politiche, divine, maledette di cui era vittima, proprio perché aveva un cuore di platino ed un'anima di piombo.
Maria e Luisa, la bionda e la bruna, giovani maestrine piene di furore eroico e di profonda attrazione per la giustizia, sono adesso al Municipio.
Cosa vogliono? Che strane richieste! Banchi nuovi, stufe nuove, stanze imbiancate, dignità e decoro, sia pure nella miseria, per quell'angolo di mondo paradisiaco e struggente, a 900 metri sul livello del mare, pieno di profumo di bosco e di sole.
 
È Natale. Nell'aula che non è tale, la fredda stanza di una casa di una minuscola frazione di un piccolo paese di montagna arde un caminetto acceso.
Alberi di Natale allestiti in modo fiabesco. Luci e colori, stelline, fili colorati, dipinti al muro, banchi seminuovi, sedie accettabili, una cattedra degna di questo nome.
Ma oggi nulla conta.
Solo il presepe vivente.
I bimbi infilati dentro sacchi e stivali, san Giuseppe e la Madonna, angeli e musiche, il suono di una chitarra, la musica di Mario che accompagna voci melodiose e dolcissime.
Carmela è la Madonna. Una madonna bruna, con gli occhi lucidi e saettanti, che recita nella sua lingua, nel suo dialetto passionale, versi intensi e profondi, e guarda Mario con amore, perché Mario è un ragazzo bello, buono, bravo ed è il cugino di Maria, la maestrina bionda che adesso è per lei tutto l'universo.
- Non mi devi lasciare mai!- le dice in italiano, perché Carmela adesso sa usare l'italiano.
Parla, legge e scrive divinamente, perché è intelligente e forte, brava e sfortunata, buona e ribelle contro una legge umana e sociale inaccettabile.
- Prima o poi dovrò andarmene. L'anno finirà e tu andrai alle scuole medie e…
- E tu vieni a insegnarmi alle scuole medie.
- Lo farò- sorride Maria, mentre il cuore le si stringe in una morsa di ghiaccio.
- Se non verrai a insegnarmi anche alle scuole medie, io riempirò di topi tutti i cassetti delle aule, griderò ogni minuto e saranno costretti a mandarti a chiamare, per farmi diventare buona.
- Carmela, Carmela mia, anche se non sarò più la tua maestra…
- Allura 'un vue capire! Iu a ttie un te lassu mai…(3)
Nei suoi occhi neri e scintillanti il dolore è intenso e selvaggio, come il sangue che scorre nelle vene della gente del sud, e nel cuore di Maria, giovane maestrina che non  ha ancora imparato il valore del distacco professionale dalle cose, la prima piaga si fa prepotentemente strada e con lei la gioia e il dolore di quel mestiere meraviglioso.

Il trenino sta per partire.
La scuola è ormai finita, l'estate è nel suo pieno fulgore e le maestre, giovani, meno giovani e giovanissime che siano, hanno consegnato i loro registri, le relazioni, le pagelle. Sono tutte lì ad aspettare il fischio.
Stella sorride adesso, si è fidanzata ufficialmente, ha ottenuto il sospirato permesso. Sono tutte felici per lei. Luisa saluta Maria, è salita su fino alla stazione per darle l'ultimo bacio di quell'anno scolastico difficile, ma bello e indimenticabile. Insieme hanno lottato, la guerra non l'hanno vinta, ma numerose battaglie sì. Non lo dimenticheranno quel loro primo anno come insegnanti "di ruolo", rimarrà per sempre impresso nella memoria e…
- Guarda, Maria, sta arrivando Carmela.
- Oh no- sussurra l'altra che ha paura di piangere davanti a tutti, rendendosi ridicola.
- Maria, Maria! Aspetta, aspetta!- grida  la bimba bruna, quasi  ad attribuirle persino il potere di guidare il piccolo treno.
Sta per muoversi infatti  il giocattolo motorizzato e la bimba bruna fa appena in tempo a porgerle, attraverso il finestrino, una lettera con un grande cuore rosso disegnato sopra.
Le lacrime rotolano lungo il suo bellissimo volto dal colore olivastro e anche Maria piange, mentre qualcuno commenta "Poi cambierà tutto. Ancora è una maestra giovane, non ha imparato a voltare pagina" e qualcun altro formula pensieri ancora più cinici.
Il trenino parte, fischiando. Fa tanto caldo e, dai finestrini aperti, entra un gradevole profumo di vegetazione. Le vacanze vicine procurano un profondo senso di sollievo ed ognuna, di tutte quelle insegnanti giovani e meno giovani, si sente libera, serena, entusiasta al pensiero delle mille cose che si potranno fare, ora che non ci sarà più l'impegno di quelle levatacce al mattino, di quelle ore interminabili di viaggio, di quel pesante cruccio di inculcare nozioni e concetti nelle piccole menti di bambini troppo vivaci fisicamente, ma così poco agili mentalmente.
- Maria, dove andrai a passare le vacanze?
- Al mare. Sì, credo al mare. Sulla costa tirrenica…
- Bello, beata te! È bella la tua età, tu non hai bambini da allevare e mariti da accudire. È bello avere vent'anni…
- Li hai avuti pure tu, Ida. Ora è il mio turno!
 Lo dice sorridendo, ma il suo cuore è oppresso. Vorrebbe isolarsi, aprire quella busta, leggere quelle righe, ma non può. Non si può adesso. Non si deve non ascoltare Ida. Ida non ha una vita facile. Il marito fa il macellaio ed è un uomo orribile. Ida non sa che Maria lo sa, perché una sera, dopo che aveva cenato a casa loro e l'aveva poi riaccompagnata a casa, aveva tentato di metterle le mani addosso.
- Perché sabato non vieni a casa mia a cena?
- No, no…sabato non posso- risponde un po' troppo frettolosamente.
- Non ti piace il mio modo di cucinare?
- Ma che dici? Tu sei una cuoca eccezionale.
- E allora? Non sopporti i bambini? Eppure loro ti adorano, come gli alunni, del resto. Tu hai tanta pazienza con loro. Franco ti può venire a prendere e anche riaccompagnare. A lui fa piacere….
- ….No, Ida, non posso davvero. Verrò a trovarti un pomeriggio con Fabrizio. Così te lo faccio conoscere.
- Come va con lui?
- Al solito. Alti e bassi. Non è così bello come ricordi tu… avere vent'anni, Iduccia mia…- e nel dirlo, Maria le pizzica teneramente una guancia.
Ida adora Maria. È così cara, quando decide di ascoltare i problemi di tutti. Ed è così bella, con quei capelli lisci e biondi e quegli occhioni azzurri come il mare e quella capacità di parlare con tutti, persino con Franco, sempre musone e insopportabile, quel suo maledetto marito che la tiranneggia e che non può lasciare, perché sarebbe peccato e Dio non la perdonerebbe…

Finalmente a casa. Maria, quel giorno, è forse l'unica mestrina del treno  che non si sente così felice di essere in vacanza. Sono quei momenti in cui, sciolta la tensione, di colpo vedi tutto buio e difficile. Ida, con quel mascalzone di marito. Fabrizio. La storia, ormai, è a un tiro dalla fine. L'estate al mare, sulla costa tirrenica, a subire il vuoto e il caldo di una stagione che detesta, che riesce ad amare solo a piccole dosi. La separazione dalle colleghe e amiche, da Luisa, dalle loro passeggiate a piedi.
E Carmela.
Dovrà pur decidersi ad aprire quella busta, con quel grande cuore rosso disegnato.
" Mia adorata Maria,
a scrivere sono io, Carmela, ma parlo a nome di tutti. Sì, siamo tutti che scriviamo
perché tutti ti vogliamo bene. Maria, la scuola con te e con Luisa era diventata più
bella, perché tu e Luisa siete belle. Io a scuola  mi sono sempre  scocciata, perché
non  mi piaceva studiare.
Maria, ti posso dire un segreto? A me non mi piaceva studiare perché io sui libri non  ci capivo proprio niente.
Adesso invece mi piace leggere,  perché capisco tutto e voglio diventare una maestra come te.
Maria, se tu non verrai più a insegnarmi le cose, io piangerò sempre e non ti potrò
mai dimenticare, per tutta la vita. Mamma però mi ha spiegato che tu non ti puoi alzare tutte le mattine alle cinque e quindi devi trovare una scuola vicina a casa tua, senò dimagrisci di più. E io non voglio vederti ammalata, perciò prego a Dio che ti fa insegnare vicino a casa tua.
Però mi devi giurare, con le dita sulla bocca, che ogni mese mi vieni a trovare e se
tu non me lo giuri mi ammalo io e tu vai all'inferno.
Mia adorata Maria, io che ti scrivo sono Carmela e per tutta la vita ricordati di me!"
             La tua Carmela monellaccia
 

"Quando avrai imparato il distacco professionale dai sentimenti, non avrai più di questi problemi" si era sentita dire Maria dalle colleghe "vissute". Non è che ci avesse creduto molto. Ora, però, non lo aveva ancora imparato. Questo era un dato di fatto.
E le parole di Carmela avevano scavato nel suo cuore una profonda voragine, dentro la quale venivano inghiottiti il suo volto, i suoi occhi, la sua voce, i suoi capelli e insieme a tutto questo gli altri piccoli volti dei bambini di quella minuscola frazione di quel piccolo paese di montagna a mille metri sul livello del mare.

Note

(1) Sono arrivate le maestre!  La mia è quella bionda, la vostra è quella bruna\\ E cosa vuoi, ora. Tanto sono belle tutte e due. Sia la bruna sia la bionda. \\ Sanno cantare bene\\ Lo so, non darti delle arie! La mia è quella bionda.
(2) Signorina mia, come devo fare. Bisognerebbe tagliarle la testa. Un po' di pazienza, per amore della Madonna. Altrimenti davvero le spacco la testa con un bastone.
(3) Allora non vuoi capire: io non ti lascerò mai.





ANNA

Nevica lentamente sul piccolo paese di montagna.
La neve cade a piccoli lenti fiocchi che si posano dappertutto, come a volere accarezzare dolcemente ogni cosa.
È pungente il freddo in montagna e l'aria, frizzante e gelata, odora di fumo di tanti comignoli, di patate calde, di pane appena sfornato.
Sullo sfondo di un angolo incantato di mondo, imbiancato dalla neve e profumato di tepore, una bimba dorme nel suo lettino, seppellita sotto tante coperte di lana molto più pesanti di quanto non siano calde, ma così belle, così  legate a quella vecchia casa, così  speciali.
Lavorate a maglia dalle abili mani della nonna, che utilizza ogni ritaglio di lana per confezionarle, quelle coperte sono uniche al mondo nel loro peso, nel loro mescolarsi di colori, a volte così contrastanti, nel loro essere così poco ricercate e imbevute di sana " paesanità".
Dorme accanto, la vecchia nonna dal capo bianco. Dorme avvolta in una camicia di flanella, tra morbide lenzuola di lana antica, sotto una vecchia imbottita di colore rosso cupo. Ha già mormorato la sua solita preghiera serale, fatta di termini dialettali un po' in disuso, che hanno però il potere di incantare chi le ascolta, di mettere direttamente in contatto con il Paradiso.
Sant'Anna m'è nanna, la Madonna m'è mamma, Gesù Cristu m'è patri, tutti l'angiuli mi sunu frati e suoru…E mo c'aiu tutti s'amici fidili, mi fazzu la cruci e mi mintu a durmiri(1)…
Mentre l'orologio della vicina chiesetta scandisce le ore, i quarti d'ora, le mezz'ore, i minuti e tu pensi che tutti vicini, nel paese, sono lì con te ad ascoltare l'orologio e la preghiera antica della nonna.
Ma d'un tratto, nel cuore della notte, ti svegli. Hai freddo, c'è tanto silenzio, solo quel vecchio orologio continua a scandire il tempo, senza sosta.
- Nonna.
- Cchi ccè, bella. Pienzica un te piglia lu suonnu? (2)
- No, non riesco a dormire. Mi vengono in mente brutti pensieri.
- E  noni, bella 'e nanna. Un te spagnare. Vue venire a tte curcare ccu  mmia?(3)
- Sì, sì. Vengo subito.
Salta fuori dal suo lettino, si corica accanto alla vecchia nonna dalla pancia grossa, si accoccola vicino al suo tepore…
- Nonna, me la racconti una storia?
- Se, gioia, se. Tu chiuda l'uocchi ca iu cuntu…'Na vota, a nnu paise luntanu luntanu  stavia nu Rre c'avia sulu figlie fimmine…(4)
E' dolce la voce cantilenante della vecchia nonna che racconta la storia di Fantaghiro, la bellissima fanciulla guerriero che combatte al posto del vecchio padre, fino a conquistare il territorio nemico e con lui l'amore del Re avversario… La paura scompare, il sonno piano piano vela gli occhi, il cuore trova pace e la bambina si addormenta, stretta stretta al pancione della  nonna.
Ti addormenti così serenamente, da  poter poi attingere a quei frammenti di sonno innocente per il resto della vita.

A Capodanno in paese è tutta una festa. In ogni rione un grande falò illumina un pezzetto di notte.
Che ci sia  o meno la luna, non cambia molto.
Si cammina felici per la strada principale, si assapora il gusto dei veglioni, allietati dal suono allegro e struggente della fisarmonica.
- Se esci stasera, copriti bene- raccomanda la mamma- Non sei abituata a questo freddo.  Stai attenta.
- Non ho freddo.
- Ma fa freddo!
- Ma io non lo sento. E poi vado alla focara(5) di Portapiana. Dormo lì, stanotte.
Voi non mi aspettate, state tranquilli.
La focara arde crepitando. È un vecchio ceppo secolare, durerà tutta la notte e, assieme al buon profumo delle vivande e dei dolci, infonderà nel cuore la speranza di un avvenire meraviglioso, pieno di sogni realizzati.
Nel grande salone hanno allestito una splendida festa. Tutti i ragazzi e le ragazze ballano felici vecchi balli popolari.
Raffaele suona la fisarmonica. È bravo e a lui si accompagna Lina, che suona con passione e ardore, infondendo nelle note tutta  la solitudine che le attanaglia il cuore e l'amarezza e la voglia di scappare, di andarsene lontano,  il più lontano possibile, in una grande città, lontana dalle focara, dai balli popolari, dai pettegolezzi incresciosi.
Una mocciosetta le si avvicina, le mette un bigliettino in tasca, le sussurra :- E' de Rusaru…(6) IL cuore le batte da morire, le note si stemperano in tocchi sempre più struggenti…Presto tutto sarà solo un ricordo. "S'i nda fuiuta.." (7)diranno le vecchie pettegole e lei sarà marchiata, bollata per sempre, ma felice…
Chissà se lo sarà!
Alle tre del mattino la bimba crolla dal sonno. Anna la porta via, stanotte dormirà a casa sua, nel suo lettone, in mezzo a lei e a suo marito. Indosserà un grande pigiamone di flanella, calze di lana e uno scialle e chiuderà gli occhi felice ed entusiasta di quello splendido capodanno di paese.
È notte fonda, sempre più fonda. I sogni aleggiano nella stanza da letto di Anna, fanno a gara per garantirsi la mente della bimba, per catturarne la fantasia. Anna le accarezza il piccolo volto infantile, le vuole bene come fosse sua, farebbe qualunque cosa pur di farla felice. Ad un tratto…Cosa succede? Un fracasso, voci, tante voci, e ancora la fisarmonica e una voce, concitata di vino e di allegria, e tante voci…
Senz'essari chiamati simu venuti, oie simu venuti, alli patruni 'i via li bboni truvati, alli patruni 'i via …(8).
- Anna, cosa succede?
- Niente, è la strina. Ora dobbiamo dare a tutti da mangiare e da bere, sinnò ne malediacianu…(9)
-  Davvero? A quest'ora?
Anna sorride divertita, ed anche il marito, dello stupore ingenuo della bimba. La avvolge in una calda vestaglia, la incita, si scende sotto e…Dio quanti sono! Una trentina di persone, ubriache, esaltate, folli di capodanno.
E Anna, paziente e accomodante, mette su un enorme pentolone per preparare spaghetti agliu e uogliu e pipariellu (10) a tutta quella gente che sennò ti maledice.
Si mangia, infatti, si beve, si canta, si balla, si raccontano fatterelli piccanti come quel peperoncino rosso e forte, che ha trasformato le labbra della bimba in due anelletti di fuoco e ha colorato la sua anima di colori inebrianti, che mai più potranno abbandonarla e saranno custoditi eternamente nella parte più profonda del suo essere.

Anna, con la bambina che la segue come un cagnolino fedele, munita di un lungo bastone, cammina agile e svelta in mezzo al bosco. La pioggia recente ed il sole ormai caldo hanno riempito la natura di funghi. Anna è bravissima a trovare i funghi. Anna è bravissima in tutto. Anna è svelta, simpatica, sa far ridere quando sei triste, sa far sorridere quando i capricci diventano insopportabili, sa imitare la gente, sa cucinare, sa cantare, sa raccontare antiche leggende. E sa far passare la paura dei serpenti.
- Ma sei proprio sicura che non ci sono le vipere?
- 'E vipere cce su, bella mia, e sinnò un forramu intr'a muntagna.(11)
- E se mi mordono?
- Nue muzzicamu ppe prima. E un te spagnare. Pecchì me puortu arrieti ssu palu?(12)
- Le vipere hanno paura dei pali?
- Sentono il rumore e scappano. Vedi? Guarda come si fa!
- Anna, quando vuole farlo, sa parlare bene anche in italiano. Non ha studiato, non per lo meno come avrebbe voluto. Ma legge tanto, legge romanzi d'amore anche impegnati, come quelli di Tolstoj e forse sogna, chi lo sa, i suoi pensieri non sono sempre decifrabili.
Perché Anna è allegra, piena di vita, ma a volte il suo sguardo insegue altri mondi e la bambina vorrebbe tanto conoscerli, non sentirsi esclusa, vedere anche lei  quel mondo che Anna interpreta con i suoi grandi occhi sempre super truccati.
Ma adesso il cestino è strapieno di funghi, mentre il piccolo paniere della bambina contiene profumate fragoline di bosco che felice ed entusiasta è riuscita a rintracciare qua e là. A casa le condirà con zucchero e limone e le mangerà assieme alla nonna, golosissima di leccornie, mentre Anna invece si occuperà dei funghi, per conservarli in mille modi.
In mezzo ai boschi, alla natura, alle cose semplici la vita scorre lieta e la sera, adesso che non fa freddo, ci si addormenta così bene sotto le coperte leggere e il suono dell'orologio, che scandisce le ore, le mezzore ed i  minuti è la più tenera e ineffabile ninna nanna che esista.

Nella grande vecchia sala della nonna sono radunati molti uomini che parlano di politica. A momenti le loro parole sono abbastanza comprensibili, ma in altri momenti hanno il sapore oscuro della rabbia e della incomprensione.
Sono voci che possono mettere a volte tanta paura addosso.
Si vuole cambiare, si deve cambiare, le cose non vanno bene così.
Il potere non può restare ancora a lungo nelle mani di chi pensa solo a mangiare e non si interessa della realtà dei poveri, degli emigrati, dei sofferenti.
Alla bimba piace tanto ascoltare il suo papà che parla di politica, anche se non ha ancora capito bene cosa sia la politica. Quando, però, le voci diventano così strane, quando qualcuno usa un tono diverso dal solito lei prova uno strano timore e allora scappa  a rifugiarsi in cucina, dove  la mamma lavora a maglia e la nonna all'uncinetto.
- Mamma, perché gridano?
- Gli uomini gridano sempre quando parlano di politica.
- Ma papà ha sempre ragione, vero ma'?
- A volte sì, a volte no.
- Patritta tena sempre raggiune!- dichiara con enfasi la nonna dalle mani piene di dolori e leggermente deformate- Patritta è bbuonu, tena llu core de oru.
Ricordatinne sempre, bella 'e nannà.(13)
È bello ascoltare la nonna che parla di suo padre.
Aveva due anni, quando restò orfano del proprio papà, che morì in guerra, come tanti. E lei, così racconta la nonna, per tirare a campare, dovette sudare sette camicie. Lavare panni, sgobbare, soffrire, patire la fame.
Quante volte si prendeva la testa fra le mani e piangeva, mentre il suo pancione cresceva cresceva e dentro c'era la sua povera bambina, destinata a nascere senza neanche averlo mai visto, quel povero papà, di cui resta solo un nome scolpito sul monumento degli eroi.
- Nonna, ma com'era tuo marito, mio nonno, era bello, nonna, era buono? Era alto? Era generoso? E a papà mio voleva bene?
Con gli occhi fissi alla foto del baffuto nonno morto in guerra, la bimba ascolta racconti ascoltati  mille volte e sempre si emoziona e sempre sente dentro forte e profondo il legame con chi non ha mai conosciuto, ma al quale sa di dovere in parte la sua stessa esistenza.
- Luice era bbuonu e volia sempre gienti alla casa. Illu facia trasire e tutti e nun sia mmai me lamentava. Piglia 'u vinu, me dicia, ca nn'amu 'e fare nu beccheriellu tutti quanti. Piglia 'u pane, piglia 'u casu, ca chillu ca ccè ni l'amu e spartire.(14)
- Ma se eravate poveri, nonna, perché voleva dare da bere e da mangiare a tutti…
Lo sa, la bimba, conosce bene la risposta. Ma vuole sentirla ancora, vuole sapere tutto del nonno Luice nervoso ma buono, generoso, altruista, alto e bruno, bello e lontano, così lontano nel tempo che certo anche la povera nonna, vedova da sempre, deve sforzarsi di inventare per parlare di chi le ha dormito accanto per qualche sporadica notte, lasciandola sola con il suo bimbo di due anni e la sua bimba nella pancia, per volare nel Paradiso, accanto agli altri poveri sfortunati eroi di una grande guerra inutile come tutte le guerre.

Nella grande falegnameria oggi non si lavora. A dire il vero, non sembra più neanche una falegnameria. Hanno allestito due tavoli lunghissimi, uno di fronte all'altro, e in mezzo una pista da ballo. Ad un angolo del grande stanzone suona un'orchestrina, ma questa volta Raffaele non potrà far risuonare le dolci note della sua fisarmonica. No, questa volta proprio no, visto che oggi è il giorno del suo matrimonio.
Raffaele si sposa con la sua amata Erinella, dopo tanti anni di fidanzamento e la falegnameria oggi è in festa per loro.
Si mangia, si suona, si canta, si balla, si raccontano fatterelli piccanti, si brinda, ci si ubriaca.
Erinella, piccola di statura, bruna di capelli, con due occhi neri ed espressivi è una sposa bellissima e la bimba si commuove, per quell'evento straordinario. Ma la commozione dura poco e sono  il gioco, l'ilarità, l'allegria, le birichinate a farla da padroni. Insieme ad altri bambini, corre, salta, ride…è tutto bellissimo quel giorno e poi c'è Anna, la sua adorata e insostituibile grande amica che, per come può, condivide con lei tanti frammenti di tempo e, come al solito, riesce a trasformare in senso umoristico qualunque situazione.
- Anna, perché tutti spingono Enzo a ballare con Lisa?
- Pecchì vuonnu cumminare ssu matrimoniu!(15)
- Lisa con…Enzo?!?
- Eh, pecchì, ud'è bbuonu?(16)
- Ma Lisa è innamorata di un altro.
- E tu cchi 'nde sai?(17)
- Me l'ha detto lei. Uno del suo paese. Me l'ha fatto anche vedere. È più bello di Enzo.
- Ma a Lisa non la vuole.
- Non la vuole? Lisa è brava e buona.
- Ma tena certi pili alle gambe…Illu, invece, para nnu palu vestutu!(18)
La bimba scoppia a ridere.
- Guarda, Anna, stanno ballando. Ma non sanno ballare…
- Illu le ciampa lli piedi ed illa sta tisa cumu na corda…(19)
- Come sono ridicoli, come sono strani!
- Basta ca illu un se  pungia alli pili…(20)
Ride a crepapelle la bimba, si stringe ad Anna, la guarda con adorazione; solo lei è capace di farla ridere così, solo lei. Come potrebbe vivere senza  la sua presenza? È solo una parente acquisita, è vero, ma è per lei  così importante…
Anna è dinamica. Anna è alta. Anna è piena di brio. Anna è capace di fare ridere tutti. Anna si veste in modo particolare. Anna si trucca. Anna guida l'automobile in un paesino dove pochissime donne hanno la patente. Anna invita tutti a cena. Anna alleva i suoi bambini in modo moderno e spregiudicato. Anna è giovane. Anna vende il latte, per non fare la casalinga.
Il latte. La mattina si alza presto, pulisce la casa e poi va a prendere il latte alla fattoria, per venderlo in un bugigattolo alla gente che va là con bottiglie, pentolini e contenitori. E la libretta(21) dove segnare il conto. Ma se ogni tanto qualcuno, per sbaglio, paga sul momento, Anna consente alla bimba di dare il resto e non c'è gioco al mondo che le piaccia di più, perché si sente importante e grande, perché Anna le parla sempre come se lei fosse grande.
Le permette di badare ai suoi figlioletti, le insegna a cantar loro la ninna nanna, glieli affida fiduciosamente, la fa sentire importante. Sì. Anna la tratta come se fosse grande. Sempre.
Sempre?
No, forse no. Non le parla dei suoi sogni infranti, della maschera che indossa, delle  frustrazioni nascoste, del male subito,  dell'infanzia difficile, dell'adolescenza irta, della mamma ammalata. Non parla mai di cose tristi. Anna è allegra e tutti la cercano e la vogliono per amica, per ridere, per ascoltare barzellette ed imitazioni, per godere di quel suo umorismo unico e irripetibile.
Ma qualcuno le chiede mai cosa ci sia dietro la facciata?
 

NOTE

(1) Sant'Anna è mia nonna, la Madonna è mia madre, Gesù Cristo è mio padre, tutti  gli angeli sono miei fratelli e sorelle…E visto che ho tutti questi amici fedeli.  faccio il segno della croce e mi metto a dormire.
(2) Cos'hai, bella, forse non riesci a dormire?
(3) E no, bella di nonna, non avere paura. Vuoi venire nel mio letto?
(4) Si, gioia, sì. Tu chiudi gli occhi, che io racconto…Una volta, in un paese lontano lontano, abitava un Re che aveva solo figlie femmine…
(5)  Falò.
(6) Te lo manda Rosario…
(7) L'ha portata via, sono fuggiti.
(8) Senza essere invitati siamo venuti…ed ai padroni di casa diamo il "ben trovato"…
(9) Altrimenti ci malediranno!
(10) Spaghetti con aglio, olio e peperoncino.
(11) Certo che ci sono le vipere, bella mia, altrimenti non saremmo in montagna.
(12) E noi mordiamo per prima. Non ti spaventare. Perché, secondo te, porto con me questo bastone?
(13) Tuo padre ha sempre ragione. Tuo padre è buono, ha il cuore d'oro. Ricordalo sempre, bella di nonna.
(14) Luigi era buono e voleva sempre tanta gente in casa. Invitava tutti e guai se mi lamentavo! Prendi il vino, mi diceva, perché dobbiamo brindare tutti insieme. Prendi il pane, il formaggio perché dobbiamo condividere con gli altri tutto quello che abbiamo.
(15) Perché stanno tentando di "organizzare" un eventuale matrimonio fra di loro.
(16) Perché, non è adatto a lei?
(17) E tu cosa ne sai?
(18) Ma ha dei peli alle gambe! Lui invece sembra un "bastone vestito".
(19) Lui le pesta i piedi e lei sta diritta come una corda tesa.
(20) Speriamo che non si punga ai peli delle sue gambe!
(21) Il libro dei conti




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