Racconti di Fabio Rocco Oliva - POESIA

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Racconti di Fabio Rocco Oliva

Spazio Libero


NEL CUBO

Aprì gli occhi debolmente e questi non riuscirono pertanto a restare aperti a lungo, così si ritoccarono sigillandosi ermeticamente. La luce impazziva bianca e lucente in ogni angolo della stanza e nessuna ombra sembrava aver la possibilità di ricrearsi e farsi sentire. Gli occhi si risollevarono questa volta più decisi soffrendo però la pressione della luce, rinunciando a chiudersi si stringevano rendendo l’intorno più scuro per facilitarne la messa a fuoco al cervello. La mano si distendeva sul pavimento della stanza con il palmo rivolto al soffitto e il braccio scoperto fino al gomito toccava il freddo della base del quadrato bianco in cui si trovava e fu così che cercò di alzare la testa per inquadrare il tutto e vide le gambe toccarsi rinchiuse in pantaloni di cotone blu. Il movimento della testa furtivo e inaspettato agli altri sensi gli provocò da subito giramenti di testa percependo l’involucro sua stanza in movimenti circolari e a scatti. Si toccò la testa con la mano come per cercare istintivamente di mettere ordine nelle sue capacità percettive, come a risistemare qualcosa che fluttuasse disordinatamente. Toccava i capelli ricci con forza residua. Si guardò intorno ancora e si alzò trovandosi al centro del cubo le cui pareti completamente spoglie emanavano la forte luce senza candele o lampadari. Qualcosa lo incitava a voltarsi per passare in rassegna tutto quanto fosse possibile visionare e che avrebbe potuto sciogliere le pareti che opprimevano. Nel punto in cui era poteva trovarsi in qualsiasi posizione, il pavimento era lo specchio preciso e fedele del soffitto, come ogni mura poteva a tutta ragione essere l’altra proiezione di se stessa, l’opposta proiezione di se stessa senza che la sua essenza venisse confusa, persistenza camaleontica delle mura tutto intorno al corpo impossibilitato al movimento al centro dello pseudopavimento. Erano i piedi al centro del pavimento o sospesi al soffitto o addirittura sospesi orizzontalmente alle mura verticali che congiungevano pavimento e soffitto. La testa girava spinta dai nervi del cervello senza che X potesse avere il minimo controllo sui movimenti, abbassando lo sguardo vide i piedi nudi, i pantaloni di cotone blu e la maglia di cotone blu, i peli sulle braccia, esili braccia, ossa per lo più con strati di carne non abbondanti, sfocata peluria sul viso che portò la mano ad analizzarne il terreno. Solletico alle dita. Si voltò innervosendosi negli occhi che sgravarono un buio profondo e schizzò improvvisamente girando ogni angolo del cubo tastando le mura in cerca di un qualcosa che nemmeno lui sapeva cosa fosse, luce bianca abbagliante, mura clonate, non sapeva capire dove si trovasse né per di più gli era chiaro in che punto della stanza egli fosse. Decelerò dunque e tastò lentamente le mura fino a scoprire qualcosa che aveva sotto gli occhi ma che non era stato in grado di vedere, forse di mettere a fuoco. Una porta, bianca come le pareti, senza maniglie era lì in tutta la sembianza di un dipinto, appollaiata mimeticamente a non più di pochi centimetri da X. Iniziò a tastarla con la mano per sondarne la fattezza e vi scoprì a mezza altezza, all’altezza dei suoi occhi, un rettangolo trasparente oltre il quale un fascio luminoso, bianco, percorreva un lungo corridoio rettangolare che tagliava la stanzacubo in orizzontale. Le medesime mura, i medesimi colori, e l’immobilità dilagante. S’impossessarono di X strani impulsi, sconnessi movimenti del corpo che non riusciva a fermare, girando la stanza a lungo in cerca di dubbi. Gocce scivolavano sul viso partendo dalla fronte capelluta così si sedette a terra in un posto dove avrebbe potuto poggiare la schiena.
Le mani duttili e rapide con precisione finivano di ricucire l’ultimo strappo sul corpo del paziente che era sdraiato sul lettino nel bel mezzo della sala operatoria dell’infermeria del Dott. Rosa che alla svelta faceva l’ultimo nodo alla vasta sequenza di punti precedentemente infilati nel corpo inerme. Dopo aver finito, diede disposizione ai suoi aiutanti di disinfettare il tutto e di portare il paziente fuori dalla camera e trasferirlo altrove, togliendosi intanto i guanti e gettando via la mascherina. “Ho bisogno di fumare una sigaretta, ne ha una Dott. Batore?” chiese all’altro medico che era stato con lui per tutte le tre ore dell’intervento. “ Certo, prenda, anch’io ho una gran voglia di fumare”. Gli porse le sigarette e lo fece accendere, poi prese anch’egli una sigaretta e se l’accese incamminandosi verso l’anticamera dove una finestra dava su un balcone ampio. Il Dott. Rosa aprì la finestra dando la precedenza al Dott. Batore. Il balcone si proiettava verso un parco molto ampio, fitto d’alberi di quercia e qualche panchina, uccelli volavano alti in un cielo purpureo in decadenza notturna. Qualche lampione iniziava ad operare. “E’ stato abbastanza lungo l’intervento” disse il dottor Batore. “Già, il poveretto era messo male, ma ce la farà tranquillamente. Piuttosto lei sa come è accaduto? Chi era costui?” Il dott. Batore fece qualche passo in avanti poggiando i gomiti sulla ringhiera del balcone fumando la sua sigaretta. “Non lo so. Sono venuti degli uomini in divisa hanno mostrato un cartellino al dott. Rodrigo che li ha fatti passare, poi siamo intervenuti noi…” Il dott. Rosa dubbioso chiedeva “ma adesso lo riporteranno via subito?” “ credo di si, comunque il nostro compito l’abbiamo fatto, e sinceramente anche bene”. Lasciò che la sigaretta cadesse nel vuoto attraverso sei piani di moribondi, malati , camici, sale operatorie, lacrime, parenti, “dott.Rosa smetta di fumare anche lei, se dovessimo fumare a passo di ogni emozione non basterebbero tre pacchetti al giorno. Ecco, io oggi ho smesso di fumare, basta ho chiuso.” Il dott. Rosa lo guardò sorridendo: “si hai ragione siamo dottori noi, dobbiamo o no curare il corpo?” tirò tutte le sue boccate alla sigaretta.
Non mi piace questo posto.Non mi piace questo posto. Non mi piace questo posto. E’ strano,è strano, molto. Aspetta, ci deve essere un posto più comodo di questo, più comodo, comodo…che già conosco! Non ci sono mai stato, no. no, non ci sono mai stato. Ma ero in qualche latro posto prima? Che posto era? AHHHHH! OHHHHHH! Mi dai il cucchiaio? Cosa? Un senza capelli, scuro e pieno di segni in viso. Mi dai il cucchiaio? Mi dai il cucchiaio? Ma che significa? Perché questo posto non mi piace? Non mi piace, non mi piace, brutto, stretto. Cammino. Cammino tanto. Non ci sono i… i… come si dice… i cosi, luce… AHHHHH, OHHHHH. Si è ora di mangiare, mà è ora di mangiare, l’ ho capito. È ora di mangiare, mà dove sei? Ei mà, il letto. il latta, latta, latto, latti, no, lutti, latti, si latti, latta, latte, latte, ei mà il latte, è ora. X passeggiava nervosamente costeggiando le mura del cubo fissando i piedi, e ogni qualvolta passava vicino alla piccola finestra della porta lanciava uno sguardo e un urlo, fino a che stanco si assopì sul quello che poteva essere per altri il pavimento, cercando di capire se quel posto fosse suo.
Il camice bianco del dott. Romeo sfilava in tutta eleganza nel corridoio bianco e spoglio d’ogni artificio artistico e intriso di spazi incolori e seri volti intenti al certosino fare bene il proprio dovere, quando infondo gli si materializzava la figura retta e imponente del dott. De Blasi, che naufragava vispo tra carte ammucchiate nelle sue mani linde. L’impulso della sorpresa che si generò nel dott. Romeo, dagli occhiali un po’ goffi, gli fece d’improvviso accelerare il battito cardiaco fino al punto che i piedi fremettero e si lasciavano facili e veloci mattonelle bianche sotto. “ Come sta dott. De Blasi? Quando è tornato ? nessuno mi aveva avvisato del suo ritorno. Sono contentissimo.” L’improvvisa inondazione di parole a cui fu soggetto il dott. De Blasi, naufrago tra le carte, pur non inaspettata ridimensionò le strutture d’equilibrio che questi cercava sempre di tenere salde: carte quasi affogate al pavimento- riprese al volo. “ si sono tornato ieri. Non ho avvisato nessuno- ho recuperato tutte le carte, si non è caduta nessuna- come sta lei? –forse adesso saranno un po’ in disordine.” Il sorriso del dott. Romeo: “ Io sto benissimo, l’aspettavo e finalmente… dove è andato per tutto questo tempo?” Nel corridoio stretto, bianco e senz’alcuno svago alla parete cercavano due portantini di farsi strada fino a giungere alla camera che era posta alla fine del corridoio qualche metro superate le spalle del dott. De Blasi e del dott. Romeo, dagli occhiale un po’ stretti al viso. La barella s’avanzava con X in pieno sonno osservata dagli occhio del dott.De Blasi che dovette retrocedere di qualche passo strisciando la schiena al muro e allontanandosi dal dott. Romeo. “Vedo comunque che lavoro nuovo non v’è mancato, o sbaglio? Quel paziente non lo ricordo affatto.” Il dott.Romeo recuperò i metri persi e preso sotto il braccio il dott.De Blasi, naufrago in più mari, lo condusse dal lato opposto verso la macchinetta del caffè: “ non so lei, ma io ho un gran bisogno di un caffè; le offro un caffè, le va?” Giulio sei peggiorato o mi nascondi qualcosa, o è un tuo giochetto inutile. “Ho saputo che è stato all’estero, almeno era questo quello che si diceva qua”. Monetine nella macchinetta, caffè di bustina aperto, polverina marrone a cascata nell’acqua tramite tubo, calore, bicchiere di plastica, vetro di plastica, suono apertura, preparato in un secondo. “ beh quando si perdono le tracce di qualcuno si inizia solitamente a favoleggiarne misteri” Il dott.De Blasi afferrò il bicchiere di caffè – acquoso galleggiare. “Qualcuno, ho saputo, addirittura credeva fossi scappato ai Carabi con una minorenne che avevo messo incinta qui all’ospedale”. Risata fragorosa. “dica la verità fu lei?” fragorosa risata “ già, fui io. Qua si credono di tutto”.
Il semaforo era lungamente in ferma stasi da tempo e l’orologio segnava nervosamente le diciotto, stimolo non da poco che portò le mani del dott. Rosa a frugare nel cruscotto e prendere una sigaretta e accenderla con avidità. Non posso fare tardi oggi che ho deciso di andare all’ospedale. Accelerò e superò qualche auto ferma al semaforo rosso inutile in strada deserta. La visita farà più male a me, tanto… L’auto sfrecciò sotto la statua di Garibaldi, baldanzoso in cavallo. Ecco massi in forma di passato eterno, agevolare il ricordo per non smarrire l’identità comune, per essere pronto al posto assegnato. Recuperare l’assenza, la mancanza e ricrearne ombre tangibili addirittura, non basta il senso del peccato innata storia costruita in templi di croci. Sferragliò il veicolo sui binari del tram costeggiando un padre pio di bronzo con braccio alzato e sguardo proteso. Terrificante oppressione. Come può portare gioia e serenità alle vecchiette sole? Non lo capirò mai. Sono giovane e mi inquieta, per loro sole non dovrebbe essere peggio, un vecchietto che le ricorda lo scorrere del tempo e l’imminenza della morte, non che ci si debba ingannare ma nemmeno frustarsi inutilmente per sfoggiare umiltà e dedizione …
“ ecco venga, questa è la camera del paziente che ha visto prima” Il dott.Romeo faceva gli omaggi di casa. Le mura blue, tutte uniformemente tinte, con due letti divisi da grosso armadio rosso; su ogni letto all’altezza del cuscino grandi finestre filtravano luce per i dormienti che non sapevano cosa farsene, un lampadario penzolante e una scrivania. Aria chiusa, odore del legno stanziato. “vede adesso dorme; ieri ne ha combinata una grossa. Il suo compagno di stanza, un paziente veramente tranquillo, gli aveva chiesto qualcosa, una penna o un cucchiaio, non ricordo e lui lo ha aggredito proprio col cucchiaio…le lasciò immaginare le urla del poveretto, tutti noi siamo corsi per fermarlo ma ornai era tardi e il danno era fatto, abbiamo ovviamente agito nella maniera più riservata possibile senza far sapere nulla all’ospedale dove lì ho un amico di fiducia un certo dott. Rodrigo. Adesso penso stia per tornare.  Il signorino qui lo abbiamo lasciato un paio di giorni nel cubo, come loro, o meglio gli altri lui no, chiamano la sala d’isolamento. Ma francamente ero anche contrario, non gli sarà servito a nulla, di sicuro” Entrando e vedendo il corpo coperto dalla divisa blue di X il dott.De Blasi chiese “perché mai pensa che non sia servito a nulla?che malattia ha?” Il dott. Romeo si sedette disinvolto sul letto del paziente assente “ veda… credo che anche lei adesso mi darà ragione. Qualche mese fa  fu piantato qua un uomo con pochi abiti addosso, era ovviamente lui che dormiva sulle scale d’ingresso e noi tutti fummo condotti a pensare si trattasse di uno di quei barboni fottuti ubriaconi che fingono di essere pazzi perché credono che qui si stia meglio e si vogliono far internare.” Il corpo di X sussultava. Ei dove hai messo le figurine? Figurine… verde, bianco, capelli incolti…idiota…figurine… “penso si stia per svegliare” disse il dott. Romeo e proseguì  “dicevo…gli urlammo di andarsene svegliandolo ma lui quando si alzò non seppe cosa fare se non restare impalato come un ebete cercando egli stesso di capire cosa stesse accadendo e dove si trovasse. Capimmo subito che non era un ubriacone ma che avesse sinceramente qualcosa di strano. Così fu condotto dentro e iniziai a parlargli ma per un bel po’ di tempo non seppe dire nessuna parola ma solo guardarsi intorno e guardarsi il proprio corpo come novità. Ho continuato a seguirlo e alla fine si tratta di questo: in breve, ha sviluppato un bassissimo se non minimo senso della memoria. Vede, le informazioni accumulate durante il giorno svaniscono in fretta quando il paziente, chiamato X perché nessuno ne sa il nome, cade nel profondo sonno. In quell’esperienza il cervello butta fuori quasi tutte le informazioni immagazzinate. Insomma è come se il suoi cervello nel sonno rigettasse tutto quello che il mondo esterno gli invia” Il dott. De Blasi si spinse avanti per cercare di vederne il viso “ ma come diavolo fa a camminare, a capire di camminare …” “ beh si, la cosa più strana è che il suo cervello comunque assimila delle nozioni,  solo che è molto lento nel registrarle e renderle durature; è da poco per esempio che ha capito che non dove farsi i bisogni addosso. Solo che se avverte il bisogno di espellere qualcosa appena sveglio il suo cervello non è in grado subito di comporre il puzzle e concepire ciò che noi concepiamo per risolver l’intoppo; ma se ciò gli avviene dopo quattro ore o cinque da quando si è svegliato… il cervello è come se si fosse riscaldato e allora capisce cosa fare…” “ insomma il suo cervello ha bisogno di molto tempo prima di scaldarsi e lavorare” sorridendo il dott. Romeo confermò  “certo, e credo di aver quasi capito che in lui talvolta riaffiorino insegnamenti, basilari ovviamente, quelli che un bambino riceve da piccolo, che qualcuno avrà tentato di scolpirceli per bene in mente. I due si alzarono e si avviarono verso l’uscita, lasciando un ultimo sguardo nella stanza sul letto del paziente il dott. De Blasi varcò la soglia. Senza memoria, senza il ricordo.
Mar… mar… mur ….maur…marz…mauricio...mauricio...maurizio. maurizio. Io. Io sono mauriizo. Bravo hai imparato Maurizio.Maurizio. il cucchiaio , dammi il cucchiaio, le figurine tutte le figurine, no, no, Maurizio, che fai? Che cos’erano quei due. Due per due due, due per due due, bravo Maurizio, andele, candele per me. Penna che me ne faccio, a che serve, serve? Cammino già cammino, no mi sedio qui.
Il dott. Rosa correva per il corridoio bianco e spoglio verso la sala .
Il dott. De Blasi parlava con il dott. Romeo.
Sono ancora in tempo. Beh non c’è nessuno che controlla qui. Dove posso chiedere dove è? Ma sapranno il nome? come mi farò capire?
È interessante questo caso, e sono felice che lei sia tornato.
Il ricordo in te genera piacere, il tuo piacere non è per l’attimo presente ma per il ricomporsi nella tua mente attimi passati e studiati, di storia e così ti ritornano l’emozioni che ti hanno dato, molto facile. Anch’io sono contento di dedicarmi ancora ai miei pazienti.
Ma dove è stato, insomma?
Troppa memoria…
Il dott. Rosa passò fra i due urtandoli distrattamente nel corridoio bianco e stretto e proseguendo lasciandosi alle spalle l’obbligo di scuse che solo il dott. Romeo cercò, voltandosi verso quell’individuo che era ormai metri più avanti, ma che la curiosità sul dott. De Blasi  ne placò la volontà di fermarlo, passava in rassegna tutte le piccole finestre sulle porte per trovare X. Voltò a destra. Finestra uno: vuota. Finestra due: donna. finestra tre: vuota. Finestra quattro: donna. finestra cinque: vuota. Finestra sei : donna. finestra sette: vuota. Finestra otto: donna. finestra nove: eccoti qua. Bussò alla porta più volte senza aver risposta e senza demordere. Ehm….Il dott. Rosa gli fece cenno di aprire la porta e X avanzò verso questa con passo lento e quasi calcolato, giunto la sua faccia si stampò sulla piccola finestra con occhi fissi al di là del vetro: immagine ignota come tutte le altre. Ti hanno messo una divisa blue, meglio di quella che avevi prima, almeno per me così è, per te non credo. Sguardi fissi su visi immobili. Ma chi è? Che si fa adesso? Nessuno dei due si mosse per un bel po’ di tempo, ognuno cercava qualcosa nell’altro. X si voltò lentamente ad un tratto e se ne andò sul letto.
Toccandosi i capelli incolti si diresse verso l’uscita cercando nella giacca tracce di sigarette che non trovava. Le ho dimenticate in macchina, ma che fumatore sono? Non se ne è ricordato. Maurizio, chissà se avrà capito qualche altra cosa? Lui… no. meglio comunque non dire niente a mamma che sono venuto qua, del resto non è stata una sua idea. Lei lo avrebbe tenuto in casa con noi per molto altro tempo, ma credo che alla fine lo facesse solo come compito, come se fosse una delle parche solo che a tagliere il filo ci pensa Maurizio stesso. Filate, filate, io taglio. Io metto da parte ogni cosa cerco di non buttare penso che tutto vada a riempire qualcosa che diventerà sempre più grande e potente conoscenze per dio sono medico e che significa? salvo la gente da che cosa e mi pagano pure bene molto per salvarli e dargli la possibilità di poter scegliere la possibilità  di poter essere chi? Qualcuno , qualcosa di vero no accumuli di tempo di ricordiminevaganti bravo Maurizio bravo non ti ricordi di me vent’anni insieme forse della mamma si trentadue anni insieme anche nelle stesso corpo e lei ti ha insegnato almeno a bere il latte a non fartela addosso ma a che ti serve sapere chi te lo ha detto lo usi e via  e scegli chi sei no come fai a scegliere se non te ne rendi conto non scegli sei e basta ma vai ti sei messo, no perché ti sei messo ti ci sei trovato in questo cerchio e vai avanti passando su un altro punto e sei sempre nello stesso punto ogni puntino della circonferenza diverso dal precedente ma sempre lo stesso quello di fronte è uguale al suo opposto sei un bel cerchio e non te ne rendi conto e in effetti come fai a rendertene conto io non mi rendo conto so di te ma di me so di me da te che non sono come te e che significa? Non hai ricordi puoi fare del male del bene e passarci sopra facilmente senza nemmeno avvertire che hai vissuto l’esperienza del bene e del male che non conosci proprio e questo ti fa muovere con più disinvoltura rispetto a me che la memoria invece mi ha appesantito… non hai nemmeno paura, non sai la paura, la memoria genera come prima prole la paura e con me si è tanta divertita in parto plurigemellare, sono un passivo epigono del passato, tu no, non ne hai di passato è subito cancellato e non ti sei macchiato di sensi di colpa, insufficienti e labili per stanziarsi in te per molto tempo, il tuo cervello li rifiuta, nel tuo tempo non sei per niente risultato di nulla perché non c’è somma  né volontà di possibilità di costruzione di calcolo, ti esiste dietro un calcolo che non può decifrare il risultato e per questo però sei bloccato solo ad essere una dilatazione di un probabile processo che muta sempre la probabilità del risultato ignorando la formula del calcolo. Io sento alle spalle il calcolo da cui provengo ma non vedo davanti a me la volontà di quantificare la somma consequenziale perché c’è solo l’uguale anche se vedo sempre l’ombra pressante del numero fisso che è lo scacco inevitabile a cui forse sarò costretto a giungere. Tu non sai niente ogni cosa potrebbe essere per te quella giusta ma peccato ti manchi la lucidità di cogliere le differenze, l’ altro che ti si distingue.
Prese il pomello della porta che dava sul parcheggio e pigiò pressando verso l’esterno e fu di fronte a notte inoltrata, così attraversando la soglia si trovò ai bordi delle lunghe scale ma prima di scenderle si voltò verso l’ospedale per restarvi qualche secondo fermo a proiettarsi nei mattoni, poi risoluto s’avviò verso l’automobile.


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