Racconti di Katia Bernacci - POESIA

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Racconti di Katia Bernacci

Spazio Libero


MARTINA

Negligentemente procedeva, percependo a stento  i movimenti e le voci di coloro che oltrepassava. L’andatura discontinua, il viso vagamente imbronciato. Strida all’unisono lo costrinsero a sostare e voltare il capo. Minuti, scorrevano simili a ghiaia calciata con troppa forza. Il suo sguardo cupo inseguiva il volo degli uccelli nell’aria. Il cammino riprendeva con l’inconsapevole alzarsi di uno e dell’altro piede, tra i due un incerto vuoto di pensiero. Il cielo plumbeo pareva gonfiarsi sempre piu’ di minuto in minuto e gli alberi, strano scherzo ottico, si ritraevano all’invadenza del grigio. Invadenza che dilagava anche attraverso gli occhi socchiusi di Nico. Ecco, una sorta di impotenza si faceva strada nella parte piu’ profonda del suo essere, come lo scoppio di un improvviso temporale primaverile. Tanto che, tutti i suoi muscoli sembravano essersi contratti nel medesimo istante.
Non riusciva a risalire al momento della sua vita che aveva causato il cambiamento. Quello schiocco di lucchetto che portava con se’ lunghe ore di conflitti interiori, quella consapevolezza che aveva sbranato ogni brandello di coscienza addormentata. Il concepire che la morte procede al nostro fianco, rendendo servi senza parvenza di dignita’ tutti coloro che le si avvicinano nel dolore, questo aveva cambiato tutto.
Una lacrima oscillava pavida all’angolo dell’occhio di Nico, le nubi si addensavano ora trasportate dal fiato del vento, gettando ancora opache ombre, sui cadaveri nodosi degli alberi.
Nico strinse le braccia attorno al proprio corpo, mentre la sensazione di tenere ancora tra le braccia il caldo corpicino, dalla fragranza soffice, si propago’ in lui…
Il lampadario, un’ossatura in plastica a forma di bigne’ ricoperta da un tessuto rosa anni ’70, come se ne puo’ trovare nelle case  di villeggiatura, giro’ su se’ stesso, sospinto dalla corrente d’aria.
Ombre misteriose, proiettate sul soffitto in un folle vortice; Martina fisso’ ammaliata il gioco di chiaroscuri : gli occhi sgranati, la piccola bocca socchiusa, le ditine delle mani che si aprivano e si chiudevano, agguantando l’aria.
Nico sorrise suo malgrado, “Ciao Martina” disse con quella sua voce un po’ bassa.
“Enghe” esordi’ Martina che   osservo’ con interesse il giovane allampanato che occupava il suo spazio visivo. Martina tese le braccia minuscole e inarco’ la schiena, cercando di protendersi verso il suono che si spostava per la stanza. Nico rise, intonando il motivetto di una pubblicita’ rimastagli impressa, accennando un passo di danza.
Martina vago’ con lo sguardo dagli occhi alla bocca di lui, dall’espressione si sarebbe detto che stesse ascoltando  una melodia irresistibile.
Nico soffio’ sul visetto di Marina e questa serro’ le palpebre per poi riaprirle, esitante. Nico alzo’ lo sguardo verso l’orologio triangolare appeso  alla parete: “E’ l’ora della pappa!” conclude, raddrizzandosi in posizione eretta. Martina fisso’ l’aria innanzi a se’, vuota.
Qualche istante e poi, come se il pensiero fulminante della solitudine l’avesse raggiunta con tutta la sua disperazione, il silenzio della stanza fu squarciato  da  un urlo lancinante.
“Oh no…”, Nico si fermo’, addossando il corpo allo stipite della porta, gemendo piano. “Ti prego Martina!”, gemette ancora. Il caffe’ bolliva sul piccolo fornello, uno sguardo alla caffettiera, poi Martina…e  si volto’ e ritorno’ verso la piccola. Si chino’ sulla culla cantilenando.
Frugandosi nella tasca dei pantaloni. Le sue dita si chiusero su di un foglio bianco, ripiegato in quattro parti. A quel tocco le labbra pallide si tesero. Il foglio si trovava ora aperto nelle sue mani ghiacciate, i suoi occhi vagarono velocemente da una riga all’altra:
“E’ in cielo che tu devi salire, su nei campi pallidi della luna dove uno sterminato deposito conserva, dentro ampolle messe in fila, le storie che gli uomini non vivono…”.
Quelle parole, tratte da un libro di Calvino, le aveva ricopiate e le rileggeva a volte, quando si trovava  con i malati che assisteva. Un’ombra di tristezza. Una storia come tante. Martina era malata. La chiamavano “la peste del duemila” la sua malattia, colpisce anche gli innocenti, adesso come un tempo, quell’altra peste.
Sarebbe rimasto al suo fianco finche’ sarebbe stato troppo tardi per sperare. Per lui Martina era diventata qualcosa di piu’, forse la figlia che aveva desiderato. Nico allungo’ una mano per prendere il poppatoio di Martina e si verso’ una tazza di caffe’. Non sapeva a che ora sarebbero rientrati i genitori di Martina e doveva vegliare la bimba per molte ore ancora.
Martina lancio’ uno sguardo al giovane che appoggiava la fronte allo stipite della porta. Non temeva per il proprio futuro, sentiva che non ci sarebbe stato. Lacrime le scivolarono sulle gote  per quel ragazzo che avrebbe sofferto per la morte cosi’ vicina. Non comprendeva la ragione per la quale tutto cio’ era a sua conoscenza. Da sempre sapeva cosa avrebbe sofferto in quei brevi mesi di vita e cosa avrebbero sofferto le poche persone che l’avevano amata. Per tutto questo non avrebbe voluto esistere, la maggior parte della sua idea dell’esistenza era formata da dolore, dentro e fuori di se’. Ma, in certi momenti, vedeva, attraverso i tendaggi traforati, la luce, il colore, l’odore di quel viso che si avvicinava al suo, le morbide labbra che le solleticavano il viso, facendola sorridere nonostante l’inteso dolore che per intere ore non l’abbandonava. Si concentrava, per scacciare quel buio. Un punto lontano, chiaro di affetto, veniva focalizzato nella sua piccola mente, s’ingigantiva sempre di piu’, sino a che il chiarore non l’inghiottiva ed alle volte faceva scomparire il dolore.
Giocava, quando si stava per addormentare, inventava storie ed ogni volta aggiungeva un pezzo di sogno. Quella era la sua storia, quella che sarebbe potuta essere e che non sarebbe stata mai.
Nico studio’ l’alternarsi di espressioni sul visetto di Martina.
Martina non avrebbe potuto lasciar tracce di se’,  vivere avventure, di amare, di sentirsi invecchiare, non avrebbe avuto nulla di tutto questo. Ed al rimpianto si univa un certo odio che iniziava a provare per coloro che l’avevano generata, senza altro pensiero se non l’estasi di un istante. Due vite che non avevano amato la vita stessa
Quando la guardava  Nico poteva scorgere il viso di una ragazza, poi di una bambina e ancora una donna. Gli sembrava di impazzire, quando queste immagini volavano per la sua mente, ad un ritmo ossessivo. Un legame indissolubile.
Martina ogni tanto si assopiva senza rendersene conto, cosicche’ il suo sogno avanzava solo di una manciata di fotogrammi. E ogni volta si preparava con lena a rivivere le ultime immagini, per poi poter procedere piuì velocemente alla sua storia. Ed ecco, la magia nuovamente arrivava. Con uno strano senso di oblio Martina si lascio’ vagare:
Si vide sull’uscio di una costruzione in mattoni, un abito del colore del cielo sul corpo snello. Il viso dai grandi occhi espressivi scrutava l’orizzonte, alla ricerca di qualche novita’ sulla quale soffermarsi, le sue labbra mormoravano strofe di una canzone forse inventata.
Appoggio’ lo sguardo vacillante su di un giovane uomo che si stava avvicinando e poi si appoggiava mollemente alla recinzione, di fronte a lei. Martina non riusciva a staccare gli occhi da quelli di lui. Sentiva che qualche cosa stava accadendo e, non ricordandosi di aver deciso di farlo, il suo corpo si mosse di alcuni passi e con la mano sfioro’ la pelle chiara del braccio di lui.
Di sogno in sogno, di mese in mese Martina di avvicinava alla morte e contemporaneamente viveva la propria vita. Quanto tempo era passato e quante sensazioni! Quanto amore.
Nico si sentiva vecchio e stanco , un po’ triste per la fragilita’ che percepiva attorno a se’. Abbasso’ lo sguardo su Martina. Il tempo era passato velocemente, forse troppo, con una cadenza quasi marziale. Martina adesso si trovava in uno squallido ospedale, permeato dall’odore di disinfettante, stesa su di un lettino che portava tracce di dolori passati. Nico si sentiva in preda alle allucinazioni, voltava il capo verso il lettino e scorgeva un viso sereno ma rugoso che lo osservava sorridente.
Martina ripiombo’ nel dormiveglia. Come si sentiva leggera senza il dolore, il suo corpo pareva essersi fatto inconsistente. Quanti momenti aveva vissuto con i sogni… o era realta’?
Si senti’ spegnere, in un alone di tenerezza, circondata dall’amore di Nico. Non piu’ dolore, un ultimo sguardo e, infine,  l’ultimo respiro.
Nico si lascio’ cadere su di una sedia, Martina era morta,  aveva sentito su di se’ quell’ultimo sguardo pieno di saggezza, lieto e trasparente.
Un groppo gli strinse la gola, sarebbe rimasto solo, solo con una manciata di sensazioni.
Una cantilena…E’ in cielo che tu devi salire, su nei campi pallidi della luna dove uno sterminato deposito conserva, dentro ampolle messe in fila, le storie che gli uomini non vivono.



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