Racconti di Santi Martorino - POESIA

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Racconti di Santi Martorino

Spazio Libero
Santi Martorino

Santi Martorino è nato a Floridia (SR) nel 1947 dove vive ed opera. Scrittore affermato, graffiante giornalista, fa parte del gruppo di punta nella traduzione del costume e del folklore della sua terra, la Sicilia. La poesia e la scrittura sono un fiume che scorre sull’onda dei scrittori più in voga, partendo da modulazioni differenti, tra cui Borges, Pound, Verga, Pirandello,  Eduardo, Ibsen e  Sciascia;  riscopre il nesso fra uomo e poesia, e uomo e scrittura. Coralità è canto dell’etnos,  scripto è radici o memoria ed insieme sono antropologia e frammento di mito.
Ha partecipato a due edizioni del Premio letterario Viareggio nel 1991 e nel 1997 con notevole interesse di critica e vinto numerosi premi tra cui  nell’84 il Premio Kiwanis club di Piazza Armerina e nel ‘94  il  Premio letterario “V. De Simone –Villarosa (En). Ha pubblicato numerose raccolte di liriche, romanzi, novelle, tragedie e commedie, con alcune delle quali ha partecipato al Premio Letterario per il Teatro “Vallecorsi” di Pistoia.


L’enunciato narrativo breve oggi è comunemente indicato col termine racconto. Perché dunque Martorino dà alle sue narrazione il nome di Novelle? L’orizzonte letterario in cui esse si situano – forse con l’eccezione di quelle  nelle quali c’è un io narrante   – è  quello dei novellieri veristi siciliani del tardo Ottocento, in particolare Verga, autore che – com’è noto – condusse ad esiti mirabili la forma letteraria della novella. E Martorino intende segnalarcelo anche con questa desueta titolazione.
Una prosa parlata, o comunque che prenda costrutti e cadenze dai linguaggi dialettali o gergali, è frequentemente nella narrativa contemporanea, la quale per questo suo tratto stilistico è ancora in debito col verismo che aprì questa via, creando coi suoi narratori più dotati ibridi linguaggi linguistici di grande forza espressiva. E in ogni caso, autori che vogliano realisticamente rappresentare luoghi e ambienti, passioni che li scuotono, virtù e/o vizi della varia umanità che li abilita, non possono tuttora fare a meno di prenderli a riferimento il punto di vista verista, il tipo di scavo che gli autori veristi fecero nei contesti sociali.
Le vicende narrate da Martorino – nelle quali i personaggi che le popolano in modo sapiente incarnano l’eterna lotta tra le forze del bene e quelle del male – si collocano temporalmente nella seconda parte del secolo scorso, periodo storico in cui la società siciliana, forse come non mai, è stata segnata da profonde disuguaglianze e drammatiche lacerazioni ( Salvatore Failla).                                



LE ZAGARE DEI LIMONI

Janu che faceva il sensale di mestiere, tanto che si vantava di aver fatto ricchi tanti nobili decaduti, perché non sapevano maneggiare le loro risorse, a tempo debito passava  l'altra parte della vita in campagna. Coltivava giardini di limoni,  le terre di suo padre, già fattore di un nobile che aveva conosciuto molto artisti;  d'altra parte l'arte non ha confini.
Ora la sua passione erano i giardini di limoni e non disdegnava di far vedere ed odorare le profumatissime zagare. Il sabato pomeriggio di ogni settimana armava  carretto ed asino e si portava al giardino vicino al mitico fiume Anapo. I limoni soltanto gli davano  pane per vivere e lui, da abile sensale si trasformava  anche  in coltivatore.
Con la zappa faceva saie per far scorrere l'acqua che dal pozzo alla gebbia scorreva proprio sotto gli alberi del frutto raro. Ora la tecnica di coltivazione è migliorata e per abbeverare i limoni che vogliono tanta acqua basta portare dei tubi adatti fin sotto le piante e non resta che aprirli per l'irrigazione a pioggia.
Così si abbeverano tutte le altre colture della nostra zona siracusana. Non so quale politico, venendo in Sicilia e trovandosi a vedere tanta grazia di dio, parlò nel suo comizio elettorale di piantare agrumi al posto del frumento, visto che l'isola non poteva più vantarsi di essere il granaio d'Europa, dei bei tempi lontani.
Così anche i curiosi sul treno che arrivava alla stazione s'affacciavano dai finestrini per vedere sulla valle degli Iblei la veloce trasformazione dei terreni e col profumo delle zagare vederle con gli alberi secolari di ulivi.
Per l'appunto Janu era presto nei suoi terreni coltivati ad agrumi, così come aveva fatto suo padre, il fattore.
Ma per il suo gusto di farlo vedere a  tutti ci portava anche i ragazzi e ragazze ad assaporare le zagare.  Per l'appunto Janu per non essere solo a godersi quei campi, s'incontrava lì con il marchese Michele Trotta che, con la sua carrozzella, ci portava le ragazze da marito a giocare sotto l'albero di noci, mentre lui era al suo solito lavoro ad abbeverare manualmente i suoi profumati agrumeti.
Il marchese Michele Trotta aveva una certa predilezione per le belle ragazze ed era conosciuto come un donnaiolo; era infatuato di sua cugina Rossella Diadoro e li sotto l'albero di limoni se la prese profumata di zagare. Furono anni memorabili, i tempi cambiavano, i giovani emigravano e le campagne si svuotavano di braccianti. Venne anche l'industria a disturbare i sogni di quei limoni profumatissimi, frutti degli dei, che incantavano il paesaggio dell'Anapo e dei monti Iblei, sogno questa volta perverso di altri politici che pensavano si potesse conciliare le fumagli delle industrie chimiche ai giardini degli agrumi, così come Janu non cedette ai suoi figli, perché c'era sempre litigio sui propri limoni, quasi come fossero già ipotecati.
Il marchese ci teneva a quella tenuta ed si fece promettere da Janu  che era interessato a quell'acquisto, però non aveva i soldi per comprarla.
Allora Janu ebbe l'idea di farle conoscere la  notaio Vaccara che era rimasta vedova ancora in fiore ed aveva una sola figlia Iduccia Lombardo, formosa alta un metro e settantacinque, appena quindicenne, che aveva  la madre ricca di un patrimonio incalcolabile di case e palazzi in tutta la provincia, perché questa oltre la professione di notaio, faceva l'usuraia.
Per le zagare certamente andavano apprezzate le terre, che li producevano, così come scrisse per la prima volta il Goethe che ebbe la fortuna di dire: "conosci tu, il paese dove fioriscono i limoni?".
Una cosa era proprio vera, i limoni o meglio ancora i cedri purissimi, decantati dai poeti crescono solo nelle terre del siracusano ed è proprio il limone il frutto più amato dagli dei nell'Olimpo.





LA TAVERNA DELL'ANAPO

Che cos'è una taverna? Un luogo antico che corrisponde più o meno ad un pub dei tempi moderni ma direi non troppo.
La taverna dei monti  Iblei  è l'unica ad essere riconosciuta tale in tutta la valle dell'Anapo, il fiume che la resa famosa.
Sita nell'immediato altipiano di tali monti tra la serra dei "morti" e il paese, la taverna non gode più d'ottima salute, perché quando si va poi a trovare questo luogo  si vede  un rudere in una specie di località con maneggio mal messo, per  cavalli che  servano ai cavaddari. Ma allora la taverna che cosa era che ancora oggi se ne tessono gli elogi nel paese ed altrove? La taverna era prima di tutto un luogo d'incontri di carrettieri e viaggiatori con carretti,  carrozze e diligenze che dopo lungo viaggio per i monti e le strade dell'Anapo facevano riposare i cavalli per la notte. Non riposavano nelle taverne soltanto gente interessata ai commerci, ma anche nobili che si spostavano incontrare altra gente e per far muovere il paese. Si sa non c'era ancora l'energia elettrica e tutto andava con lampade a petrolio o con candele fumanti.  Inoltre il trasporto avveniva su strade sterrate, su mappe disegnate sulla mente dei guidatori, per posti avanzati e località intermedie per il buon viaggio di viaggiatori e cavalli. Nella taverna dell'Anapo tutta questa gente s'incontrava e i cavalli potevano riposare dalla lunga fatica.  Nel punto di ritrovo non soltanto si sostava,  si desinava per la sera, nella sala abilita a ristorante, ma si trascorrevano anche delle piacevoli serate specie se si poteva ballare con la bella di turno grazie ai musici che suonavano e cantavano.
Per l'appunto Marta Germano era una di quelle belle ragazze che facevano le cantanti in una di quelle taverne. Esse poi si davano alla pazza gioia e la taverna dell'Anapo era luogo dove lei esibiva i suoi lazzi e i suoi pizzi per divertire e divertirsi con i  clienti più danarosi. Marta aveva alla sua compagnia altre tre dame di rara bellezza, capelli, una bionda, un'altra, castani e l'ultima neri, una specie di trio tutto amore, che avevano facilmente imparato il mestiere più facile del mondo ed incrementavano i loro guadagni, perché le taverne erano proprio dei veri alberghi e loro facevano di tutto per accontentare i clienti. La cantante che faceva da signora alle sue dame di compagnia si prese del  mafioso Fiaccabrino, un bel ceffo che si faceva strada nelle  taverne. Questi cominciò a sfruttarle tanto da guadagnarci un mare di soldi; anche dal proprietario  si faceva pagare  il pizzo, ma una di quelle, la ragazza bionda, la damigella Lucina una notte sul letto, mentre egli dormiva con l'accordo di madama Germano, che le faceva da mezzana col suo amante, che voleva liberarsi del mafioso per prendersi la bella giovane,  gli piantò un coltello in gola e lo ammazzò. Poiché era figlio di buona madre e nessuno conosceva le sue origini e nemmeno aveva documenti, lo seppellirono nel giardino senza farne parola, anzi nessuno più lo cercò e furono tutti contenti di riprendersi i loro soldi. Poi scomparvero da quel luogo così dissacrato: la taverna!
La taverna dell'Anapo aveva intorno ad un terreno ricco d'aie dove girava l'asino per sollevare l'acqua dai pozzi, le cosiddette "norie" di famosa memoria, una serie infinita d'interessi, i cui tratti sono ancora visibili nel  paese di  Belfronte. Era l'unico luogo che faceva da stimolo naturale  non solo al panorama dei monti Iblei, i più belli della Sicilia, anch'essi tratti a morte sicura (per le vicissitudine che abbiamo più volte raccontato), che presiedono alla impareggiabile valle dell'Anapo, ridotto  solo  a nome che sprizza energia elettrica, solo per scopi industriali e militari che nemmeno i nostri politici conoscono.
La taverna faceva riposare il corpo e l'anima,  perché era l'unico luogo più vivo e vero, dove una serie infinita di persone si preparava il giorno che nasceva, per un altro tratto di strada della propria esistenza, poiché il carretto, appena attaccati i cavalli rinfrescati, ripartiva all'alba come le diligenze,  per una linea  stradale immaginaria tracciata lungo altre taverne fino a raggiungere la meta e l'orizzonte desiderati.
Nelle stalle delle taverne sostavano i cavalli, forti cavalli che si facevano notare  nei lunghi viaggi, fino all'imbrunire, quando erano stanchi e non ci vedevano più per la fatica.
E con loro le taverne rumoreggiavano di paesaggi, di terre e di mari e di monti sempre più incantati fino all'ultimo sospiro. La taverna dell'Anapo rimane uno degli avamposti  degradati e mistificati; morta nella sua esistenza, ma viva di storia di ben altre proporzioni. Una fine annunciata da questo progresso che torna sempre più indietro (e ce ne accorgiamo tutti i giorni con le crisi petrolifere che ci riportano a piedi o con la bici), non più luogo di rispetto, come sono ora altre tutte restaurate e recuperate al patrimonio paesaggistico, la vera risorsa di questa terra impareggiabile, ma pronta anche al  sepolcrale  sacrificio quale vittima sacrificale  di chi non vede e non sa vederci.





NEDDA

A Nedda nessuno aveva spiegato come è facile sprofondare nel pozzo con la luna dell'Ascensione, quando i  cavalli furenti per il Corso avrebbero impazzato nel pomeriggio di festa, per fuggire alle baccanti del paese, quelle mogli di professionisti di provincia relegate alla vita casalinga e che venivano fuori peggio di cento lingue di diavoli   per vanificare l'ambiente.
Nedda, ingannata da un giovine che le prometteva amore  mentre si divertiva con  le ragazze del paese, si sentiva mortificata come se avesse tradito la casa di suo padre, così piena di contraddizioni, e dà li cominciò a meditare una fuga perché lei diceva: - che il luogo dove era nata insieme ai fratelli non era adatto e  portava solo rovina e sfortune a tutti quanti, compresi  genitori che erano vissuti bene in città. A Nedda, di famiglia numerosa, vestita sempre del suo cuore di sartina e, dunque, capace di inventarsi un vestito di principessa alla sua anima, le malignità delle baccanti di paese, giorno di festa a parte, la dipingevano con gli occhi semplici, i capelli al vento quando di buon ora si recava con la bici a ristorare il padre che lavorava  sui  campi.
Era stata proprio questa la sfortuna di suo padre che da abile graduato dei carabinieri  si era dovuto pensionare troppo presto per raggiunti limiti di servizio, secondo il regolamento militare che prevedeva un'età massima di quarantotto anni.  A quell'età i figli erano ancora piccoli perché si era sposato a trentatre anni ed aveva cinque figli da mantenere.
Poiché il lavoro privato scarseggiava e lui non n'aveva trovato un altro di responsabilità, con cui poter guadagnare quanto bastasse alla sua famiglia, si dovette contentare del lavoro sui campi che gli dava un certo affidamento. Con questo  doveva sostenere le spese degli studi di suo figlio primogenito, che studiava  nella capitale, per essere sereno e restare lontano dalle grida di sua madre per gli acciacchi dell'età che s'era presa in giro con le vicissitudine del marito militare.
Durante gli anni, per la crisi del lavoro e delle famiglie, alcune delle quali si salvarono perché i figli divennero dei bravi professionisti,  non per tutti le cose si risolsero bene e Nedda chiedeva a Dio di maturare la sua diversità di ragazza sensibile relegata alle sventure e ai malanni della  madre.
A  volte sentire le grida le  venivano in mente gli occhi lupi della gente e Nedda sapeva che bisognava tenere tutto dentro, come avere nel cuore un pozzo grande in cui chiudere le radici della propria terra. Nel fuoco sulla "conca" stava il profondo  del  suo  segreto e nel desiderio di crescere maturava la sua rivincita  morale sulle parole zoppe ripetute a monotonia anche dalle amiche. Si, era proprio vero che i guai di una donna si proiettano alla sua famigliola e la comprensione e la maledizione erano la superstizione delle donne velate di nero.
Si diceva il silenzio è quasi un Dio da adorare, uno solo l'eterno supremo difensore contro le barbarie delle lingue   baccanti .Era finita da un po' la guerra, ma nelle case il dopo bruciava ancora almeno fino a quando Nedda riuscì a sopportare  la stessa ira al mondo della propria  madre.
A Nedda, di solito muta, toccava poi comprare il carbone per cucinare ai fratelli il piatto di lenticchie col sale e il pane che si procurava al mattino quando ancora si stropicciava gli occhi di sonno, perché Nedda doveva sì dormire, ma restare anche sveglia per badare che la madre non combinasse altri guai, come andare malvestita in terrazzo, a sera.
Prima di dormire il padre raccontava  che quel male non era ereditario ma era colpa della guerra per rilevare che era solo trascurato per mancanza di soldi e di medicine.
Ma Nedda si  faceva il segno della croce e si tuffava dentro le coperte accanto alla madre e ai suoi due fratellini.
I fratelli maggiori, uno detto il vanto del casato e l'altro considerato la pecora nera avevano conosciuto tempi migliori in famiglia, perché la ruota della fortuna gira, così che a Nedda sembravano disorientati; ma ella cantava quando riordinava la casa e s'affrettava prima di rivedere la sua Sant'Anna decantata da tutte le signore del paese all'imbrunire prima dell'angelus. Era tutto così dolce ma quel canto non abbelliva i suoi sogni e quelli  della sua famiglia.
L'accapigliarsi era triste; a volte il  cibo non bastava e Nedda si doveva contentare di un uovo solo o una zuppa di pane duro con la ricotta e il siero.
Certo che dovette crescere rammentando e ricamando la sua realtà di modista per tutta la vita,  affinché la  tessitura le desse qualche futuro. Nedda era scappata anche da scuola per l'eccessivo peso sulla testa. Ella diceva al padre che uscendo al mattino  e ritornando all'imbrunire avrebbe perso tutti i figli.
Quando vide che il padre e la madre erano minacciati dal fratello maggiore cedette presto e le sembrò opportuno emigrare in miseria col fratello, considerata la "pecora nera" che avvertiva i silenzi.
Era proprio così, che in mancanza di affetti, il padre faceva e disfaceva la tela a favore del primo figlio nel tentativo che  questi  aiutasse l'altro, più sbandato, per le vicissitudine del  padre costretto al ricovero  in ospedale  ed  operarsi di  calcolosi alla  vescica.
Nedda aveva libero il sabato e la domenica a patto che andasse a  dormire con la Marietta, la nonna che le ricordava il Calvario fino alla sera quando prima di dormire la chiamava al Rosario, finché non dormiva singhiozzando. Le ire del padre si annebbiarono alla morte della madre; quel funerale fu ricordato con stupore, ma Nedda amata ed odiata non fu toccata: era la figlia del risveglio! Dentro le mani del fratellino, che lei aveva tenuto in braccio come madre, trovò quella coroncina d'argento  al ricordo di quel vestito bianco della comunione.Gli ultimi giorni della sua intensa esistenza la passò a curarsi inutilmente la polmonite che si prese durante la fuga, da quando in paese si cominciò subito ad apprezzare la sua opera di ragazza piena di serenità,  che aveva riscattato la sua vita  come quella della sua amata  famiglia.





NOBILTA' O DIGNITA'

Nobili ce ne sono stati tanti, anzi il mondo antico  pullulava di nobili condottieri, cavalieri in aiuto a capi popolo, specie a seguito delle battaglie mittle-europee e dopo per mantenere la divisione dei privilegi e conservare il potere. Nei nostri giorni i nobili sono soltanto degli esseri squattrinati o meglio decaduti e gli ultimi nobili sono tali per araldica. Di questi ce n'è una certa quantità di nobiltà che ormai ha preso un sopravvento nella ricchezza e nella slealtà, per queste certe categorie d'individui si vantano di essere nobili fannulloni e si danno arie di personaggi impastati con un certo lievito, che è possibile paragonare all'erba cattiva che non muore mai e che si nota nel vezzo di guardarti, e non occorre che siano ricchi, ma sono invidiosi di quel certo modo d'essere nobili lavoratori pieni di virtù e dignità. Quest'ultima in definitiva è la cosa più importante, e vale più della morale e della libertà, perfino più della stessa vita. E se la nobiltà elettrizza le persone sciocche soltanto a sentirne parlare per il vezzo col quale ti guardano dall'alto in basso, senza nessuna nobiltà di cuore; c'è da dire che questi  riescono ad essere caporioni soltanto a chi fa comodo per tenere a bada un branco di pecore che pascolano per amore del vivere,  guardati da cani randagi.
E per questo la storia insegna, non poco per i disastri che tali individui riescono a creare nella loro stoltezza e demenza che era frutto di una contorta infanzia di cui i veri responsabili erano i loro padri per vizio connaturato che a loro sembrava l'anello della giusta affermazione dei propri figlioli pronti al sacrificio.
Antonio Bellassai questo aveva appreso dalle vicende della vita di suo padre prima d'ogni cosa nobile lavoratore  e poi che era un buon cristiano. Per l'appunto Antonio figlio di nobile famiglia di padre e  madre, con stemmi araldici, aveva altri fratelli, ne contava due fratelli e due sorelle. I fratelli Ruggero e Riccardo erano più grandi d'età, mentre aveva una sorella più grande Stefania e una più piccola Rotonda.
Il padre Franco Bellassai graduato dei carabinieri aveva sposato una nobile una certa Marietta De Corrado, ma era nobile e bella soltanto di cuore. I due si amavano allo stesso modo e anche i loro figli, alcuni dei quali erano riusciti a far studiare, Ruggero, il più grande a Roma e s'era diplomato. Questo non era ancora sistemato anche perché un po' scapestrato. Egli aveva studiato fuori soltanto per non essere vicino alla malattia della madre, per un brutto malanno che s'era presa da giovane per le vicissitudini della carriera del padre. Franco Bellassai, per l'appunto durante un'operazione di  contrabbando, condotta in un giorno di pioggia e vento tremendo, era fuoriuscito  con la macchina dalla strada. Stolti, un collega,  che guidava era uscito di strada ed aveva ribaltato la macchina. Franco Bellassai, il bravo carabiniere, s'era ferito di striscio all'arcata sopraccigliare destra. Il capitano Lo Judice che aveva comandato l'operazione  pretendeva che il carabiniere si ricoverasse subito all'ospedale, anche se questo era contrario e conosceva l'apprensione di sua moglie Marietta. E' così veramente che successe il fatto.  - Ma signor Capitano diceva Franco Bellassai: - non ho nulla, lasciatemi andare a casa, passerò dalla farmacia e tutto finirà lì, al massimo passerò dal mio dottore e mi farò dare una controllata. L'uscita di strada e quel rovesciamento gli aveva fatto una brutta impressione e il capitano si sentiva responsabile, perché durante l'operazione tutto era finito a monte, ed ora si chiedeva  come vedrebbero la cosa i suoi superiori. Ci scapperà per causa sua un ferito grave? Non si dava pace e continuava a ripetersi tutto quanto come fosse un interrogatorio.
- Ma tu perché Franco vuoi andare a casa e non in ospedale, forse ti dà fastidio che sei grave? Io so che tu hai preso una brutta botta, ma non è colpa mia se il tempo era inclemente. Fammi una cortesia, vai all'ospedale e così sarò tranquillo, così diceva il capitano Lo Judice al graduato Franco Bellassai. Parliamo proprio dei carabinieri, e cioè del capitano, superiore di Bellassai e dello stesso che più coscienzioso pensava alla sorte di sua moglie. Era un diverbio non certo facile, che andava approfondito, mentre gli altri, che non s'erano fatto nulla, assistevano alla scena senza proferire parola alcuna e senza prendere difese pro e contro il povero  Bellassai, che implorava tutti di aiutarlo a non superare la misura di guardia della vita umana e della nobiltà di cuore. Ma si sa sotto la vita militare, questo non conta e valgono solo i meriti e i demeriti. E poiché il capitano Lo Judice non volle prendersi nessuna responsabilità, concluse in modo autoritario:
- io capitano, tuo superiore, ti do l'ordine di andare all'ospedale, tanto a tua moglie ci penso io ad avvertirla. Non l'avesse mai fatto! E fu così che la famiglia del nobile Bellassai subì il contraccolpo, ed entrambi pagarono i tiri e molla e le proprie responsabilità. Le cose non andarono come il capitano Lo Judice aveva previsto, perché non appena la bella Marietta De Corrado,  che  faceva la modista in casa e stava facendo provare alla cliente un abito da cerimonia, vide il capitano Lo Judice  senza suo marito s'insospettì e chiese allora del suo Franco. - Dite capitano, chiese Marietta la modista, moglie del suo graduato dell'arma, dov' è mio marito? Il capitano rispose:  - é ferito all'ospedale! E proferì quelle parole con un tale impeto che la povera modista si prese uno spavento e cadde svenuta a terra, per tre quarti d'ora. Il capitano Lo Judice, già stordito per l'incidente, rimase sbalordito e si ricordò delle parole del graduato Franco Bellassai e allora tutto gli cascò dalla bocca. Proferì ogni sorta di parola che non si raccapezzò più.
La cliente intervenne con i sali per svegliare la povera modista così brava e sensibile, così come lei la conosceva e rimproverò il capitano. Il Bellassai, che fu subito dimesso, fece rapporto ai suoi superiori, perché  la cosa era banale e non c'era alcun bisogno di ricovero. E per di più i medici aggiunsero che il Franco  stava bene ed aveva bisogno di stare in pace per qualche giorno, nemmeno lo spavento che s'era preso alle parole del suo capitano, come se si trattasse di urgente. I suoi superiori appena saputo l'accaduto ed appurato i fatti, sentiti  i testimoni e la signora Tilde, cliente di sua moglie Marietta De Corrado, lo sospesero. L'accaduto costò molto a Franco Bellassai perché per lo spavento la moglie Marietta si rinchiuse nella sua nobiltà dalla quale non si riprese. Ora la povera modista fece tante cure, ma una più sbagliata dell'altra e avendo perso l'attività economica  che faceva in casa non riusciva più a tirare a campare. La famiglia stessa era cresciuta all'ombra di tale spavento della madre che veniva dal dottore mal capito e mal curato, anche  per mancanza di soldi e di medicine. La Marietta si ripeteva: - con tutti i soldi che ci vogliono, non ce la faccio  a  comprare niente e nessuno ci poteva dare torto. Sulle spalle di Franco pesava anche il carico dei suoi genitori, anziani e senza alcuna pensione. I figli, per l'appunto, un po' si sbandarono e così mentre l'uno si vantava della nobiltà della madre, l'altro se ne vergognava a tal punto da brandire arma e bagaglio ed andarsene. Più di uno presero la fuga. Qualcuno portò con sé lo stemma dinastico araldico, visto che ormai la nobiltà era decaduta e non esisteva, - come diceva Antonio Bellassai - che esiste solo la nobiltà del lavoro e dell'animo, specialmente quello del padre che nel frattempo si era pensionato ed era stato insignito dell'ordine di cavaliere al merito della Repubblica, avendo anch'egli partecipato alla guerra di liberazione nazionale ed era anche stato decorato con stelle al merito, di cui poteva fregiarsi insieme ai diplomi rilasciategli per la partecipazione alle lotte dei combattenti. Diplomi che davano la misura di una nuova nobiltà, ma che andarono perduti nel tempo. Tuttavia la pensione non arrivava mai e Franco Bellassai per i suoi problemi familiari era stato costretto ad accettare un lavoro in campagna come fattore per sbarcare il lunario.  Passati i dieci anni, arrivò la pensione e i soldi se ne andarono tutti, perché dovette pagarsi tutti i debiti accumulati nel tempo e per gli studi dei figli, per la cui sistemazione continuò a lavorare per i campi anche quando non fu fattore perché si dovette contentare del tanto meglio il quanto peggio.
Erano anni bui ed il graduato Franco Bellassai ne aveva aiutato tanta di quella gente che non si sognò mai, durante i  suoi anni sotto l'arma, di fare altro lavoro; allora bastava il regalo di  una stecca di cioccolato per rimetterci la carriera ed anche il posto. Difatti per questa lavorò fino in fondo, e non si fermò nemmeno, quando dovette ricoverarsi per togliersi una pietra dalla vescica. I dottori lo aprirono e lo richiusero dicendo che il Bellassai non poteva più fare sforzi nel lavoro dei campi. Egli si riprese e si trovò un'altra occupazione meno pesante e raggiunse la pensione al sessantacinquesimo anno di età, data più che soddisfacente per condurre un'esistenza discreta, perché prima nella vita militare si andava in pensione a quarantacinque anni, un'età troppo giovane per morire di fame. A quella età bisognava lasciare l'Amministrazione e come fare senza la pensione subito? Venendo a mancare un'entrata sicura il Bellassai non si perse d'animo e si diede da fare senza crearsi problemi di nobiltà, anzi nella sua umiltà era uomo rispettato e ben voluto da tutto il paese ed era ammirato ogni giorno per le sue imprese di conciliare il lavoro e la famiglia.
Antonio Bellassai, il figlio maschio minore, appena gli parlavano della madre veniva preso da una certa inquietudine perché intanto non si era voluto fidanzare, pur avendo trovato lavoro e una ragazza che lo aveva preso a cuore. Assomigliava tanto alla madre ed era ansiosa di sposarsi, per via dell'età che faceva ballare il sangue e le procurava insonnia per il fatto che il suo ex fidanzato, un poco di buono, era un donnaiolo fino all'eccesso. Questi aveva il padre Marchese che, non potendo mantenerlo agli studi, s'era rivolto ad un usuraio, per sostenere il gravame familiare senza riuscirci  e perciò s'era gettato da un ponte, anche perché sbandato più di un miglio per la sua nobiltà già precaria. Era stato costretto dal figlio a sacrificarsi per farlo studiare e lui invece per divertirsi aggrediva la madre e il padre e quest'ultimo poveretto non ce la faceva più con un lavoro mal pagato ai magazzini generali.   Antonio Bellassai conscio dei suoi doveri familiari aveva messo tutto il  guadagno  nel calderone del padre e così la famiglia si riequilibrò. Gli altri fratelli si perdevano per strada nel senso che la storia fece eco, ma ormai ognuno aveva la sua età, quando si pensava che  a diciotto anni si era già vecchi ed occorreva inseguire un proprio destino. Tuttavia il Bellassai riuscì a sposare le due figlie Stefania e Rotonda, mentre gli altri si diedero da fare: nobiltà o dignità, nessuno tornò indietro, anzi scapparono tutti per merito o demerito ed anche per vergogna.
Antonio Bellassai ora si era fatto fidanzato con quella ragazza che somigliava alla madre ed era contento, ma per molto tempo era stato anch'egli ricoverato, perché non era riuscito a superare lo scotto della nobiltà. Aveva subito ogni sorta di cura senza soluzione per tanto tempo. I dottori non avevano capito che la sua era paura di sbagliare, così com'era successo ai fratelli  e per questo reprimeva il sesso. Ecco: badava a sposarsi con la donna giusta e intanto voleva capire chi poteva essere!Dignità diceva il padre Franco Bellassai. - Occorre dignità! - diceva ai figli, ma questi lo ascoltavano soltanto in parte. Ma la dignità cos'era?  Per dignità lui intendeva intanto il lavoro e poi una vita di sacrifici per essere rispettati ed essere meritati dalla società anche se la società non ci merita. Tu  intanto fai il tuo dovere poi Dio provvede.
Ma i tempi erano difficili ed il lavoro non si trovava dietro l'angolo. Ne seppe qualcosa il primo figlio Ruggero che dovette sacrificarsi parecchio nel trovarlo. Qualche suo amico disse che era solo colpa sua, perché studiando fuori casa  Ruggero, la prima cosa che faceva si dava alla nobiltà delle mignotte e regalava tutto il mese che il  padre gli  mandava per studiare, privandosi anche di mangiare. Ruggero  si affidava poi ai ritratti e a qualche pasto rimediato dall'amico, che studiava con lui ed era più assennato e più grande d'età. Quest'ultimo aveva un padre invalido che gli mandava pochi soldi al mese, appena ottomila lire e l'amico doveva spaccare in quattro quei soldi per farli bastare. Ruggero invece riceveva ventimila lire al mese e faceva il gradasso, andava a mignotte e a tentare di fare l'attore, mente a scuola zoppicava  tanto che dovette riparare  nella  privata dove riuscì a diplomarsi nell'anno in cui questa  ottenne la parificazione con la scuola pubblica. Ora Franco Bellassai, vecchio raccontava tutto a suo figlio Antonio ed anche ai nipoti la sua vita, così come fanno i vecchi che si raccontano nelle loro imprese. Ai nipoti diceva dignità, ma loro quasi a sfidarlo gli toglievano gli ultimi soldi dalle tasche o dal cuscino del letto. Uno di questo Canio, buttato fuori di casa dal genero Vittorio Bramante che l'aveva ben sistemato, si fece dare la liquidazione dalla fabbrica e si diede alla bella vita della nobiltà, mangiando e sghignazzando contro il padre e la madre Rotonda, finché il mondo non gli si rivoltò contro, perché si diede allo spaccio di coca e finì fuori rotta,  preso dai carabinieri, di cui non sapeva nemmeno chi fossero, per un bel pezzo e non riuscì più a mettersi in piedi.
- Dignità ripeteva anche il genero Vittorio Bramante, ecco a che cosa servono gli insegnamenti del padre, ma i figli, se non c'è l'insegnamento fraterno, si sbandano e non ci sono soldi che bastano per mantenerli e ritrovarli in un lavoro ben retribuito e poi perduto.    E magari a pranzo non ti mangiare tutto quello che hai, senza pane; ripeteva ora  Vittorio Bramante a Lapo un altro nipote di Franco Bellassai.  - Te lo avevo detto io ripeteva Antonio Bellassai al cognato, mio padre è un santo e come tale va seppellito come merita.
Così Antonio Bellassai che aveva accumulato una buona fortuna con il suo lavoro riuscì a costruirsi anche una cappella gentilizia, per seppellirvi i suoi genitori Marietta De Corrado e Franco Bellassai  che erano morti da un bel pò, ma uno dei figli, Ruggero si ricordò della sua nobiltà e non potendo seppellire i  genitori, anche se discriminava il padre dalla madre, vietò tale operazione al fratello Antonio che voleva riunire la famiglia e dare una giusta sepoltura ai suoi morti. Morti che erano di tutti e degni di rispetto. Forse Ruggero vide nel fratello Antonio una dignità del padre che gli dava fastidio, ed anche per questo non accettò di seppellirli con tutti  gli onori, anzi  provocò un'interruzione dei buoni rapporti.
Essi erano durati tanti anni, fino a, quando Antonio non si rese conto che costui tramava contro di lui, e lo voleva distruggere, perché gli ricordava violenze d'ogni sorta  e distruzioni di famiglie. Ma quando Riccardo raccontò ad Antonio che Ruggero lo voleva rinchiudere per la sua malattia dovuta alla sua inquietudine per la nobiltà, Antonio si adirò contro se stesso e le proprie confidenze ai fratelli, specie a Ruggero che godeva di ampia amicizia, certamente mal riposta. La sorella maggiore Stefania, molto religiosa, cui era affezionato morì giovane. A lei Antonio voleva un gran bene, perché si erano aiutati a vicenda durante l'infanzia, lei più grandetta e lui più piccolo che ritornava a casa ogni sera dalla chiesa dove ritrovava la dignità di cui parlava il padre. Antonio Bellassai era stato un ragazzo precoce ed aveva parecchi amici nel lavoro e nella società. Egli riuscì a  non soffrire più per la nobiltà di cui si parlava,  perché  mal capito dai fratelli e sorelle cui voleva un gran bene. Nel frattempo, anche lui come il padre,  era stato nominato ufficiale al merito della Repubblica per il contributo dato col suo lavoro e al merito che si era guadagnato. Appena insignito di tale titolo onorifico  fece un  viaggio con sua moglie, che gli aveva regalato due bei figli rispettosi e virtuosi. Poiché con la  nascita dei figli, gli erano passati i malanni, tranne quelli degli acciacchi dell'età,  col bel viaggio che si fece si dava pace nell'animo e ringraziò la sorte che lo aveva ritrovato.





LA CASA DELLE FARFALLE

Farfalla deriva dal greco antico "lepis" che significa squama e "pferon" ala, indica un variegato mondo di farfalle diurne e notturne. Esse subiscono nel loro sviluppo una metamorfosi che comprende tre stadi larva, pupa o crisalide e farfalla adulta. Il comportamento è la risultante delle attività fisiologiche, nervose e motorie, che si manifestano con posture, movimenti, suoni,  colori, produzione di secrezione che è il successo riproduttivo dell'individuo e dunque il preservare se stesso e la progenie.
L'individuo è parte dell'ecosistema, il suo comportamento si adatta all'ambiente in cui vive attraverso l'apprendimento personale o l'utilizzo del  DNA il quale costituisce l'istinto che assorbe il calore solare.
Libertà o schiavitù degli esseri viventi? La casa delle farfalle è un proscenio dove l'uomo vive l'illusione di una vita serena .  Volontà o ragione scoprono la coscienza che  si nasconde nel profondo, causa scatenante della propria esistenza, del tradimento, della passione e del delitto. E' l'occhio cui   poggia la vecchiaia casa che, già ricca di poesia delle farfalle,  sprofonda nella  rabbia d'amore e odio dei personaggi senza alcun sorriso e nella miseria dell'anima sempre più amara. Esplosione di segreti e colpe, tragedie e speranze dei personaggi attraverso i rapporti di forza; ma è  possibile sottomettere la natura?
Carmelo Simeone si recava tutti i giorni al lavoro in città  col pullman. La moglie Carlina lo svegliava presto la mattina per colazione e subito lui percorreva la strada fino alla fermata dell'autobus. Non era solo un bus che prendeva ed appena sceso alla fermata del primo ne prendeva un altro per arrivare all'ufficio. Durante il tragitto incontrava tanti ragazzi e ragazze che andavano a lavoro o a studiare. Un giorno il primo autobus delle autolinee Impelluso arrivò tardì e dovette aspettare parecchio per prendere alla fermata il secondo  alle otto e venti. Era tardi perché gli autobus avevano cambiato gli orari e non arrivò più al lavoro prima delle otto e mezzo. Il direttore, un certo birbone severo, gli fece la paternale e n'approfittò per rimproverarlo e gli disse: - ne terremo conto durante le note di qualifica di fine anno!
E così Carmelo Simeone dovette rimanere in ufficio per recuperare il tempo perduto tutto il pomeriggio durante il quale si doveva fermare per il lavoro straordinario. Uno di quei giorni incontrò alla fermata Annetta Scalia una ragazza liceale che era all'ultimo anno degli studi; da lì a poco nacque più di un sogno che la ragazza visse in un modo abbastanza movimentato. Quando c'era il fidanzato che passava con la macchina Annetta ci montava sopra e il fidanzato Rodolfo se la ripassava un poco prima di accompagnarla al Liceo Garibaldi. Annetta Scalia che era una ragazza focosa le piaceva essere rispettata e tenuta in certa considerazione. Quando il fidanzato non passava con la macchina o passava di rado perché dormiglione e andava al lavoro dal fratello che aveva un parcheggio di macchine, Annetta prendeva l'autobus insieme alla sua amica Lucilla.  Ora Carmelo, vedendo tutti i giorni quella scena, aveva conosciuto tanto Annetta quanto Lucilla. Annetta era carina, ma Lucilla D'Agata sembrava più genuina e mentre Annetta portava l'anello al dito Lucilla aveva solo mezzo medaglione di fidanzamento che s'intravedeva dal  collo, insieme a dei fiammiferi d'oro. Nonostante ciò Lucilla era interessata al corteggiamento di Carmelo Simeone, e il povero ragazzo seppur appena sposato ci provava lo stesso, appena intimidito dagli occhi d'Annetta che mirava a buon partito. Entrambi scambiavano i convenevoli per saperne di più, ma Lucilla lasciò esterrefatti i tre amici quando all'improvviso e senza farsi più vedere  si ritirò dagli studi perché rimase incinta di un tale Matteo Teodoro che faceva il militare nel corpo dei Vigili del fuoco.Ora Annetta non contenta del suo fidanzato che l'aveva lasciata cercò di interessare Carmelo Simeone al suo discorso e gli diceva sempre, quando lo incontrava: -  Carmelo, che dice la tua penna o forse sei uno stupido che non scrivi. E per provocarlo ancora con la sua focosità aggiungeva:- Tu con le donne non ci sai fare. Dopo qualche giorno Annetta cambiò tattiche  e prese ad assicurargli che c'era un ragazzo bruttino che la mattina davanti al marciapiede, di fronte alla fermata, cercava di farle la corte e siccome lei non lo voleva perché, tra l'altro, era per lei insignificante per toglierselo dalle scatole voleva che Carmelo Simeone la abbracciasse, per farle capire che lei  era fidanzata e che per quegli non c'era nulla da fare. Difatti, appena i due continuarono ad abbracciarsi e baciarsi il ragazzo capì che doveva percorrere la sua strada e li lasciò contenti. Carmelo non ne approfittò, ma Annetta Scalia ci sognò tanto che Carmelo s'infiammasse prima con la moglie Carlina il quale la mise incinta e poi si facesse riempire di baci dalla sua focosa Annetta. Era un duetto magnifico l'amore fisico con la moglie e quello dell'anima con la sua amata Annetta. A sera tarda quando rientrava a casa, usciva e dalla cabina della piazza telefonava ad Annetta Scalia, che ancora fresca e bella spegneva la radio con la quale studiava e la stuzzicava fino a farla morire. Ma Annetta rispondeva come sapeva fare e la cosa durò a lungo, anche se Carmelo distinse sempre le due  anime gemelle. Pazza idea di far l'amore con te  e pensare a lei, così suonava quella storia. Annetta lo sapeva bene perché esperta,  poiché il suo primo fidanzato aveva esplorato  il suo giardino, quando Annetta, finito i compiti, di solito nel pomeriggio, teneva il figlio di tre anni, al  fratello di Rodolfo, un tale di nome Cesario Miccichè che aveva un garage per parcheggio macchine insieme alla moglie Rosarina. Rodolfo appena addormentato il nipotino prendeva la Scalia e si divertiva. La cosa era risaputa  anche da sua  madre, perché i due erano fidanzati e fingevano di aiutare il fratello del parcheggio. D'altra parte non c'era nulla di male, perché tutto avveniva in piena tranquillità con il beneplacito anche di Marianna sorella d'Annetta che non si scandalizzava. Così ora il povero Carmelo che s'impratichiva con la moglie che aveva conosciuto soltanto poco, non riusciva a capire Annetta Scalia che ci provava a tutto spiano  e si divertiva a prenderlo in giro. Finché un giorno Carmelo le telefonò e la pregò di dirgli se era ancora inesplorata, ma Annetta gli rispose che era caduta in desiderio da un po', perché in amore non si può dir di no, mentre il suo Rodolfo era scappato a Stoccolma con una tutta bionda e sesso e non ne volle sapere più di lei. Rodolfo anch'egli fu lasciato, ma Annetta Scalia non  volle più vederlo, perché diceva: - E se ci riprova a lasciarmi, almeno mi metto con uno che mi vuole bene, anche se  non faceva che piangere, quando pensava a quel rapporto finito male. Carmelo ora sapeva il fattaccio e voleva Annetta, ma lei voleva che Carmelo prendesse le sue decisioni; poi un giorno Carmelo le disse: - perché non ci mettiamo insieme, prima dammi la prova che mi ami e dopo ci diamo alla pazza gioia. Sai ora io sono sposato ed ho imparato come si fa, ma voglio vedere se con te va meglio.
- Ma che per una volta sola, -  rispose Annetta Scalia. Tu l'hai detto, sono io che ti voglio bene. Non ti pare che prima occorre provare a stare insieme anche se per una volta ed io non so come sei fatta. Mia moglie la conosco a te no!
Carmelo Simeone s'era infiammato come Annetta che le chiese: - Ma tu che mi dai? Allora il Simeone rispose: intanto il cuore!  E questo va bene, rispose Annetta Scalia e poi…? Che mi dai!  Tu mi dai la casa delle farfalle? A Carmelo Simeone gli crollò il mondo addosso e riprese  ma  tu lo fai per qualcosa che io ti devo dare a tutti i costi  e non ci pensi a quello che verrà?  Se vuoi ti pago le lezioni per fare il concorso ed impiegarti e poi si vedrà. Ma  Annetta rimase silenziosa, perché lo riteneva un "acchiappa farfalle", mentre Carmelo pensò che per la prova lei voleva qualcosa di solido da scambiare. Annetta venendo un giorno in ufficio con la sorella Marianna aveva incontrato Carmelo Simeone e glielo aveva presentato in circostanze luttuose perché gli era morto il padre Saverio che stava all'Esattoria e la madre Vita Dorata aspettava la pensione. La reversibilità alla vedova la dà l'Ente gestore, rispose Carmelo e s'interessò al caso. In tale occasione conobbe anche la madre che timorata di Dio ora era costretta a cambiar vita per il dolore familiare. Annetta aveva come un malore allo stomaco e Carmelo Simeone la tranquillizzò assieme ai suoi familiari.  
Fu così che il Carmelo cominciò a frequentare la casa  d'Annetta Scalia almeno fino a quando  poté confortarli con la buona novella. Annetta gli fece vedere la casa e la sua cameretta e gli diceva: vedi ora com'è la mia vita? Carmelo rispondeva: - sei tu che mi vedi come un lupo, ma invece io sono lupo non per vizio ma per il pelo.  Non sei forse tu che mi vuoi bene, ma non ti sai decidere? Gli disse Carmelo Simeone ad Annetta - che stava ora di buon umore -. E questa: - ma perché tu pur conoscendo me prima della tua ragazza ti sei sposato lei e non me? Che c'entra tu non facevi sul serio, - rispose il Simeone. E poi aggiunse ed il tuo fidanzato ed il piacere che gli davi e con il quale ti divertivi. Eri contenta così. Ora non ti va con me, perché non ti vuoi fare amare. Lo sai che mia moglie mi fa contento tutti i giorni per mettere al mondo dei figli da accudire e curare con amore. Lei sì che mi sta prendendo a cuore. Ma Annetta Scalia pensava ancora al suo fidanzato ed averglielo ricordato la fece piangere che il Simeone dovette consolarla ed andare subito via. La madre Vita Dorata la rimproverò con viva voce e lei per riderci su la riprese: - vedrai ti toglieranno una delle pensioni che  hai quale vedova e morirai di fame con quello che ti daranno.  
Da lì a qualche giorno Annetta Scalia andò a trovare Carmelo Simeone a chiedergli scusa. Carmelo le offrì il caffè per ringraziarla di essere andata a trovarlo al lavoro. Vedi, - disse Annetta Scalia a Carmelo Simeone -, fammi stare qui con te nel tuo mondo dorato e poi tutt'e due faremo gli amanti. Fammi entrare nel tuo ufficio, accanto al tuo tavolo, tu sei bravo ci sai fare e puoi far molto per me. Carmelo le rispose: - se fosse per me, sarebbe cosa fatta, ma non è così facile come tu pensi.  Da lì ad una settimana Annetta Scalia sprizzava occhi lucenti ed incontrò di nuovo Carmelo Simeone. Allora i due fecero una breve passeggiata. Erano contenti  nel vedersi! Di un po' disse Carmelo Simeone alla Scalia: - ti sei fatta fidanzata, mentre le accarezzava il visino e la teneva per mano. Si, - rispose Annetta. E con chi? Se è lecito! Con un ragazzo pompiere nei Vigili del fuoco durante il ballo di fine anno che Lucilla D'Agata mi fece conoscere, -  rispose. La ragazza non aveva perso il suo tempo, desiderava ora avere i suoi figli, perché il tempo passava e non si preoccupava più di lavorare o no. Ora c'è lui che aspetto a casa e almeno alla morte di mia madre non sarò più sola, dato che la sorella Marianna s'era già sposata con un dottore, così diceva Annetta l'ultima volta che vide Carmelo Simeone che gli parlava dei suoi pargoletti. - Vedrai, - ripeteva la Scalia a Carmelo Simeone - un giorno c'incontreremo alla pari e faremo ancora meglio conoscenza, la strada è maestra di vita e magari ci scapperà una nuova amicizia.  E in tale attesa rimasero come gli inglesi: only boys


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