Racconto "Casa Stein" di Gianluca D'Aquino - POESIA

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Racconto "Casa Stein" di Gianluca D'Aquino

Premio "L'Incontro"

CASA STEIN


La pioggia del primo inverno scendeva vigorosa sulla strada di terra battuta, riempiendo pozzanghere nelle quali tamburellava violentemente. L’intensità delle stille era tale da rendere impenetrabile alla vista le sagome inanimate degli alberi del bosco e di eventuali viandanti. La luce bluastra tagliava trasversalmente l’atmosfera cupa causando inspiegabili riverberi di tetra natura.
Nella cecità dei sensi abbagliati dal rumore intenso della pioggia che investiva le fronde degli alberi, fra tuoni lontani e intermittenti bagliori di fulmini, qualcosa mosse invisibilmente lungo la solinga via.
Il latrato dei cani ne rivelò l’arrivo lungo la strada che conduceva all’antica residenza degli Stein. Nell’abbaiare rabbioso degli animali c’era una connaturata paura, un’avversione che affondava le proprie radici in un passato indefinito e impossibile da individuare. Tornavano tutte le notti da moltissimi anni, da quello sventurato crepuscolo d’autunno che li aveva visti combattere per la vita contro le acque del fiume Gutach, e perdere. Si sedevano accanto al fuoco, con i vestiti bagnati, fino al mattino seguente.
Il fuoco, quella sera, ardeva di vive lamelle incandescenti capaci di emanare un intenso calore e un aroma di legna bruciata che invadeva piacevolmente l’intera abitazione.
La casa della famiglia Stein si trovava immediatamente fuori dell’abitato di Triberg im Schwarzwald, il villaggio di Triberg nella Foresta Nera, in Germania. Il signor Stein, il primo a giungere a Triberg e a stabilirvisi, acquistando l’antica dimora, era nato da una famiglia ebraica ortodossa nella vicina Polonia. Aveva lavorato come direttore di banca in paese e, con l’eredità ricevuta dopo la morte dei genitori, sul finire della propria esistenza, aveva deciso di trasferirsi definitivamente nella Foresta Nera. Nel corso degli anni, aveva avuto due figli maschi e la sventura di una femmina. I cadetti erano morti in guerra e l’unica figlia rimasta aveva sposato un ebreo immigrato che aveva trovato la morte per mano di un manipolo di invasati antisemiti. Rimasta vedova e madre di tre figli maschi, Chochana, così si chiamava la figlia del dottor Stein, aveva perduto i genitori, prima la madre poi il padre, in pochi drammatici mesi.
Nel tardo pomeriggio di una fredda giornata d’autunno inoltrato, i tre ragazzi si erano avventurati nel bosco di larici e betulle ingiallite, fino a raggiungere le piccole rapide del fiume Gutach, che precipitava attraverso scure rocce levigate. Il corso d’acqua prendeva poi la via della pianura solamente dopo aver percorso per un breve ma intenso tratto il bosco di Triberg fra spume, gorghi e insidiose strette rocciose.
I tre giovani, Israel, Rabi e Yoel, rispettivamente di quindici, dodici e dieci anni, iniziarono a rincorrersi lungo la riva, fino a raggiungere il punto in cui alcune rocce scivolose affioravano fra i gorgoglii delle acque gelide, come a formare un periglioso passaggio a filo d’acqua fra le due sponde del fiume. Israel sfidò i più piccoli a una prova di coraggio e velocità, stabilendo che il più rapido a raggiungere la sponda opposta saltellando sulle rocce avrebbe avuto diritto alla razione di torta di mele degli altri. La ricorrente torta dello Shabbat, in casa Stein.
Yoel lamentò di essere il più piccolo e quindi svantaggiato, così Rabi propose di anticipare la partenza di alcuni metri concedendo reciproci vantaggi in relazione all’età.
Yoel partì per primo, tre metri più indietro prese il via Rabi e alla medesima distanza, per ultimo, Israel. Quando giunsero alla prima roccia affiorante fra le spume, i vantaggi erano già quasi annullati. Rabi balzò rapidamente avanti agli altri, sfiorando le creste levigate e passando di pietra in pietra con innata agilità. Un flutto d’acqua improvviso coprì per un istante il successivo appoggio e Rabi perse la concentrazione per il tempo necessario a farsi prendere dal panico: cadde violentemente in acqua sbattendo contro le rocce, nel terrore dei fratelli, che nel vano tentativo di fermarsi ebbero la stessa sorte. Yoel iniziò a urlare nell’acqua che lo sommergeva e lo sballottava, mentre il corpo inerte di Rabi veniva trascinato a valle. Israel tentò di riprendersi dallo choc e, combattendo con la forza soverchiante della natura, cercò di raggiungere i fratelli. Fu una lotta disperata, senza tregua, senza speranza.
L’acqua gelida intorpidì le membra, il freddo del tardo pomeriggio che andava rabbuiando aggravò ulteriormente la situazione, il panico e l’ipotermia fecero il resto.
La mattina seguente, l’ispettore della polizia di Triberg si recò presso l’abitazione degli Stein, dove Chochana giaceva dimessa su una poltrona, sconvolta dalla sparizione dei propri figli, dopo una notte di inutili ricerche.
L’annuncio del ritrovamento dei tre piccoli cadaveri fu devastante. La povera donna cadde ai piedi del poliziotto in uno straziante pianto d’impotenza.
Chochana espresse il desiderio di riavere tre piccoli ciondoli metallici, coniati con le iniziali dei rispettivi nomi, che i suoi bambini portavano sempre al collo. Invano. Probabilmente erano andati perduti nel corso dello sventurato incidente.
Passò un intero anno prima che Chochana iniziasse a metabolizzare la scomparsa dei suoi tre figli, un lungo periodo di notti insonni e crisi di pianto, assenza di cognizione e abbandono.
La sua famiglia non esisteva più. Non rimaneva che una vecchia zia vedova bisognevole di cure, trasferitasi negli ultimi mesi presso l’antica dimora acquistata a suo tempo da Yits’aq Stein.
Fu proprio zia Rivka a vederli per la prima volta.
Un tardo pomeriggio di ottobre, Chochana rientrò dal paese, dove era stata per le misere compere necessarie per la cena. Nonostante la rendita lasciata dall’eredità paterna e quella accumulata pian piano dai familiari venuti meno, la donna non aveva alcun interesse per gli agi né per le prelibatezze del palato. I suoi pasti erano frugali, essenziali. La vecchia zia Rivka mangiava pochissimo, solo leggere minestre e quasi nulla di solido. Da qualche tempo, era caduta in uno stato catatonico che la allontanava dal mondo e dalla realtà per minuti, a volte ore.
Quella sera, Chochana trovò la zia seduta sulla rigida sedia di paglia, posta in penombra, immobile, con lo sguardo fisso davanti a sé. Le si avvicinò pervasa da una strana sensazione, dal timore di un malore fatale. Invece gli occhi dell’anziana erano vivi seppur vitrei, il respiro regolare seppur quasi impercettibile, il calore corporeo normale. L’arrivo di Chochana, le sue parole, il tatto, nulla modificò la postura della donna, che pareva non accorgersene. Lo sguardo tuttavia, a differenza di altre volte, era attento più che perso, e lentamente stava recuperando vivacità. Guardava davanti al camino, nello spettro di luce che penetra l’oscurità in quel luogo etereo senza spazio e senza tempo, la terra di nessuno fra materia e immateriale.
Ormai abituata alle temporanee assenze della zia, Chochana si voltò per allontanarsi.
«Yoel» sentì sussurrare alle proprie spalle, pietrificandosi. Lentamente si volse a guardare zia Rivka.
«Yoel» ripeté la donna.
«Cosa dici?» domandò Chochana all’anziana ancora immobile.
Il suono dell’esile voce uscì ancora dalle labbra statiche, socchiuse, come quelle di un ventriloquo «Yoel.»
Zia Rivka aveva visto il bambino solamente due volte fintanto che era in vita, l’ultima volta quando aveva appena cinque anni.
Chochana fu presa da una crisi di pianto. «Cosa dici?» domandò istericamente «Cosa dici?» fra le lacrime copiose.
«Yoel» ripeté la donna «Yoel» e ancora «Yoel.»
Non stava rispondendo alle domande di Chochana, era il disco rotto dello stato catatonico. La donna corse in camera e si buttò sul letto sgomenta, fino ad addormentarsi.
Passò qualche giorno e la zia tornò in uno stato di normale lucidità, compatibilmente con le condizioni di salute.
Una sera di novembre, verso il tardi, Chochana, terminato di lavare le stoviglie, si recò nel salotto dove zia Rivka stava seduta sulla propria seggiola, nella solita posizione defilata dallo spettro del camino, in penombra. Era nuovamente in stato catatonico e ripeteva qualcosa di impercettibile, un sussurro lamentoso e assillante che, nel silenzio della stanza, riusciva a bucare il crepitio del fuoco e a raggiungere l’udito di Chochana, turbandola.
La donna avvicinò un orecchio alle labbra dell’anziana, volgendo involontariamente lo sguardo nello spazio antistante al camino. Percepì distintamente la voce scandire: «Israel, Rabi, Yoel…» e proprio in quel momento, mentre le viscere gli si aggrovigliavano e il respiro si faceva corto, intravide nella luce tremula riverberata dal fuoco nell’oscurità tre sagome indistinte sedute sulle tre sedie davanti al focolare.
Urlò.
Urlò di paura, spavento, sgomento, impotenza, orrore.
D’istinto corse nella piccola stanza attigua e imbracciò il fucile che fu del padre, scarico, e lo puntò goffamente verso il camino.
Non vide più nulla. E la zia aveva smesso di mormorare.
Chochana pensò di essere vittima di allucinazioni causate dalla depressione. Avrebbe forse dovuto parlarne con il medico o con il rabbino ma probabilmente l’avrebbero considerata una povera pazza, finendo per portare nocumento al nome della famiglia.
Passò il tempo, passarono gli anni, ma la vecchia zia continuava a perdere lo sguardo davanti al camino, sempre più spesso, tutte le sere, ripetendo senza posa «Israel, Rabi, Yoel… Israel, Rabi, Yoel…». Così per quasi tutto l’autunno e quasi tutto l’inverno, da ottobre a febbraio. Ormai Chochana non mostrava più sgomento davanti alle manifestazioni dell’anziana zia ma in cuor suo era turbata da quell’avvenimento ricorrente, e i lunghi mesi di assenza, nel corso della primavera e dell’estate, non erano altro che la costante attesa del ripetersi del nuovo ciclo.
Nel settembre del quinto anno dalla prima sventurata apparizione, zia Rivka morì.
La casa, per Chochana, iniziò a sembrare mortalmente vuota, grande, inospitale. Pensò di liberarsene e con essa di liberarsi del proprio tormentato passato, della propria vita, dei propri ricordi. Tuttavia, meditò, suo padre non l’avrebbe permesso. La famiglia Stein aveva ricominciato la sua nuova vita lontano dalla Polonia in quella dimora e, da quel momento, quella sarebbe stata la sua patria, il rifugio nel cuore della Foresta Nera, il porto franco all’interno di un Paese, la Germania, dai due volti: l’ospite premuroso e il carnefice.
Fu il primo inverno senza zia Rivka.
Chochana accese il camino e alimentò il fuoco con abbondante legna, quindi andò a cucinare un semplice marak teimani. Scartò il manzo, preparò a parte, sul marmo della cucina, un cucchiaio di foglie di sedano tritate, alcuni spicchi d’aglio, un pizzico di pepe nero, due pomodori tagliati a cubetti, tre cardamomi interi, sale, prezzemolo tritato, olio, coriandolo e acqua. Seguì meticolosamente la preparazione come se stesse preparando la cena per la propria manchevole famiglia. Il marak teimani era uno dei piatti preferiti dai suoi bambini. Fece cuocere la carne in acqua poi la scolò e la ripose a parte. Poggiò quindi sul fuoco una padella dove fece friggere olio, aglio, coriandolo, sedano, prezzemolo e pomodori. Quando le spezie invasero con il loro profumo l’ambiente, aggiunse la carne, sale, pepe e cardamomo, mescolò continuando a cuocere, poi dispose il tutto su una pirofila di terracotta.
Chochana era scossa da brividi d’ansia, avvertiva come un senso di ineluttabilità che non poteva allontanare da sé.
Prese con entrambe le mani il tegame e lo portò in salotto dove, davanti al caminetto, aveva sistemato un tavolino al centro delle tre poltroncine. Il fuoco era già acceso. Poggiò delicatamente il marak teimani e andò a sedersi sulla seggiola che fu della zia Rivka.
Rimase lì per ore.
Il fuoco ardeva vividamente, emanando un ampio spettro arancio che cresceva con il calare della luce esterna. Verso sera, nell’oscurità totale della sala, solo la luce del focolare riverberava nella stanza.
Fu in quel momento che Chochana avvertì come un soffio freddo provenire dalle proprie spalle. Si voltò d’istinto. Nulla era fuori posto. Quindi volse nuovamente lo sguardo al camino. Dovette trattenere a fatica un moto di orrore e sgomento: negli strani riverberi blu delle fiamme, seduti alle tre poltroncine, c’erano Israel, Rabi e Yoel, silenziosi e immobili, perduti con lo sguardo nel fuoco ipnotizzante.
I brividi le percorsero la schiena e le lacrime sgorgarono impetuose dai suoi occhi.
«Israel, Rabi, Yoel» disse fra i singulti «Piccoli miei.»
I bambini erano immobili, non parevano accorgersi della presenza e della voce della madre. Sembravano infreddoliti, i loro abiti intrisi gocciolavano d’acqua di fiume, i capelli scarmigliati schiacciati sulla fronte e lo sguardo vuoto. Erano poco più che esili ombre rivelate dalla luce del fuoco, come borotalco su una ragnatela.
«Frau Chochana! Frau Chochana!»
La donna era completamente paralizzata dalla visione.
«Frau Chochana! Frau Chochana!» ripeté una voce da fuori la porta, mentre qualcuno picchiava il batacchio.
La donna si riebbe e corse ad aprire, voltandosi per un attimo alle proprie spalle, non scorgendo più nulla oltre al tegame.
«Guten Abend, gnädige Frau Chochana» disse un uomo bagnato di pioggia che pestava i piedi in terra per il freddo.
«Guten Abend, Herr Yaacov» rispose la donna aprendo la porta d’ingresso dell’abitazione.
«Frau Chochana, non l’abbiamo vista arrivare alla recitazione del Kaddish e ci siamo preoccupati.»
Solo in quel momento le sovvenne che si trattava dell’anniversario della morte dei suoi bambini.
«Oh, scusatemi» disse tremante «Mi… mi sono sentita poco bene… dica al rabbino Yosseph che arriverò a breve.»
«Volete che vi aspetti?»
«No, no… non sarà necessario. Arriverò subito.»
Quando richiuse, si sentì mancare. Si accovacciò con le spalle contro la porta e pianse.
Con quella consapevolezza, constatò che la prima apparizione coincideva sempre con la fatidica data, e l’ultima con la cerimonia del Tu biShvat, il capodanno degli alberi, celebrato tra gennaio e febbraio, che segnava la fine dell’inverno e il risveglio della natura.
Israel, Rabi e Yoel tornavano tutte le notti da moltissimi anni, da quello sventurato crepuscolo d’autunno che li aveva visti combattere per la vita con le acque del fiume Gutach, e perdere. Si sedevano accanto al fuoco, con i vestiti bagnati, fino al mattino seguente.
Tutti gli anni, dal martirio al Tu biShvat.
Chochana non ne fece parola con nessuno e fino alla fine dei suoi giorni, ogni sera, preparava i piatti preferiti dai suoi piccoli e li poneva sul tavolino davanti al fuoco.
Loro non parlavano, non mangiavano, non facevano altro che stare immobili con lo sguardo perduto nel fuoco del camino, davanti al suo calore per asciugare i vestiti e rinfrancare le membra infreddolite.
Uno spettacolo terribile per chiunque. Tanto più per una madre che aveva prematuramente perduto tutti i suoi figli, drammaticamente.
Con il passare degli anni, Chochana si chiuse sempre più nel proprio tormento, che finì per diventare ossessione, follia. Più volte, il rabbino aveva tentato di esortarla a riprendere la vita normale come i precetti della Torah imponevano, ma nulla era valso a convincere la donna.
Preoccupati, gli anziani della comunità avevano deciso che fosse opportuno condurre Chochana presso un ospedale psichiatrico al fine di tutelarne la salute fisica e mentale.
Fu un errore.
In una delle rare uscite in paese, Chochana si trovò a comperare della verdura in un negozio della comunità ebraica, quando avvertì le voci indiscrete di due donne parlare dei provvedimenti presi in considerazione. Fece finta di nulla e tornò a casa.
Come tutte le sere, preparò la cena per i suoi piccoli, e la torta di mele per il giorno seguente, il sabato.
Quando tutto fu pronto, apparecchiò il tavolino e si sedette sulla propria sedia. Puntuali, nello spettro arancio, si materializzarono i piccoli Israel, Rabi e Yoel, sempre uguali nonostante fossero passati oltre vent’anni.
Chochana era ormai vecchia e stanca. A breve sarebbero venuti a prenderla e l’avrebbero rinchiusa in un manicomio per il resto dei suoi giorni, lontano dai suoi amati bambini.
Non poteva permetterlo.
Si affacciò alla finestra attraverso i cui vetri appannati poté vedere la fitta pioggia scendere fra lampi e tuoni. In lontananza notò le lanterne avvicinarsi. Erano loro.
Si accostò ai propri piccoli, carezzò le impalpabili figure sussurrando dolci parole, poi prese un tizzone ardente e lo lasciò cadere in terra, dove aveva meticolosamente cosparso cherosene. Le fiamme divamparono immediatamente, con violenza, e ghermirono l’abitazione, intaccando tende, tappeti, mobili, la legna accatastata e l’abitazione stessa. La vestaglia bianca di Chochana si accese in un’unica fiammata e in poco tempo tutta la dimora degli Stein fu invasa dalle fiamme, che illuminarono a giorno il fitto bosco della Foresta Nera.
Nulla poterono gli avventori davanti allo spettrale scenario che si presentò ai loro occhi. E mentre l’edificio crollava su se stesso, dall’interno echeggiò un solo urlo disperato seguito da un terrificante riso di donna.
Nulla più.
Fu della pioggia l’onere di spegnere le fiamme.
Il mattino seguente, nel giorno dello Shabbat, fra le macerie dell’abitazione, fu trovato il corpo carbonizzato della povera Chochana e, davanti al camino di pietra rimasto intatto, tre piccoli ciondoli metallici delle lettere: I, R e Y.
Due giorni dopo, fu il Tu biShvat.


Il racconto Casa Stein di Gianluca D'Aquino ha vinto la XVIIIa edizione del Premio L'Incontro con la seguente motivazione:
“La narrazione di una storia tragica, con velature di mistero e richiami classici, unitamente ad una prosa consapevole e piena, fanno di questo racconto un fulgido esempio di narrativa universale, capace di ricreare ambientazioni tinteggiando atmosfere coinvolgenti a partire dal corretto, benché non ingombrante,  inserimento in un preciso quadro storico-sociale .”




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