Racconto "Crimine ab uno disce omnes" di Gianluca D'Aquino - POESIA

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Racconto "Crimine ab uno disce omnes" di Gianluca D'Aquino

Premio "L'Incontro"
Crimine ab uno disce omnes
 
 
La nebbia del mattino era fitta da non riuscire a vedere oltre il parabrezza. Tano ed Emanuele avevano viaggiato tutta la notte per arrivare in quel piccolo paese del Piemonte. Che paese poi non era ma un sobborgo, anche se del paese aveva tutte le caratteristiche e, in qualche modo, si sentiva pure di esserlo.
Il giorno precedente, avevano preso contatti con la Compagnia Carabinieri competente e l’appuntamento era fissato per le sei in punto presso il Comando Stazione del posto. A riceverli sulla porta c’era un giovane maresciallo dallo sguardo vispo, nonostante la levataccia.
– Ben arrivati. Dormito bene?
– Lui sì… – rispose l’autista indicando il collega con un cenno del capo – abbiamo viaggiato. Piacere… – disse, tendendo la mano – brigadiere Emanuele Lazzari.
– Brasco – rispose l’anfitrione, voltandosi verso l’altro collega dal volto assonnato.
– Luogotenente Gaetano Tarquini. Abbi pazienza, non ho più l’età per questo genere di cose. Cosa ne dici se, prima di tutto, ci andiamo a prendere un bel caffè?
– Brioche e cappuccino?
– Bravo, Brasco… ci siamo capiti.
Unitamente all’appuntato Giampà, un tipo basso e tarchiato dall’aria scaltra, alla guida dell’unica auto con i colori d’istituto, le due macchine si buttarono nella nebbia mentre le luci dell’alba iniziavano a fendere l’oscurità.
Davanti a una buona colazione con cornetti caldi e lo sguardo intrigante della giovane barista rumena, i quattro cominciarono a rompere il ghiaccio, parlando delle solite cose di cui si tratta quando incontri un collega di fuori.
– Certo che a Roma non siete abituati a questo clima.
– Macché! A quest’ora stavamo già in maniche di camicia a fare colazione da Palombini – replicò Emanuele, avvicinandosi alla cassa.
– Lascia, siete ospiti.
– Nun te preoccupà colle’, semo pagati bene ar TPC – scherzò con chiaro accento laziale.
– Insisto. Avrete modo di sdebitarvi da Palombini… perché pur’io ce vado spesso a fa’ colazione all’EUR – replicò Brasco, rivelando le proprie origini.
 
Poco più tardi, le auto si fermarono davanti a una bella villa appena fuori paese, lungo la provinciale. Il sobborgo, assurto a paese, in questione era Spinetta Marengo, propaggine oltre-Bormida del capoluogo: Alessandria.
– È qui. Abita da solo – spiegò Brasco – anche se da qualche tempo ha una badante. Adesso le chiamano così. In realtà si tratta solo di un escamotage per regolarizzarla, deve essere la sua amante. Dopo che l’avrete vista, me lo direte voi stessi.
– Beh, un buon risveglio dopo la colazione.
– Annamo! Mo’ famo i seri – fece il luogotenente Tarquini, dando un buffetto al collega.
– Sono le sette in punto, direi di suonare.
Brasco suonò il campanello. L’ingresso della villa distava una quindicina di metri dal cancelletto. Tutte le finestre erano chiuse e la bruma conferiva alla vecchia abitazione dei primi del Novecento un aspetto lugubre.
– Nun c’hanno voja da svejasse.
– Forse è meglio fare così… – disse Tarquini, premendo a lungo l’indice sul tasto del citofono.
– Chi è? – rispose bruscamente una voce maschile.
– Carabinieri.
– Chi? Carabinieri?
– Sì, signor Bistolfi. Carabinieri. Apra, cortesemente.
L’inequivocabile rumore del citofono riagganciato precedette di poco quello della serratura della porta blindata che, nel silenzio del mattino, risuonò distintamente. Dalla porta uscì un uomo in vestaglia dall’aspetto austero, il fisico asciutto e slanciato e un portamento nobiliare: – Siamo sicuri che siete Carabinieri? – disse con tono fermo, rivolgendosi ai due in borghese rimasti davanti al cancelletto mentre il maresciallo Brasco e l’appuntato Giampà si erano spostati ai lati dell’abitazione per controllare eventuali uscite secondarie.
– Può chiederlo ai colleghi in divisa.
L’uomo scorse oltre la recinzione il maresciallo che si riavvicinava all’ingresso: – Maresciallo. Ma cos’è questa storia?
– Buongiorno, signor Bistolfi. Ci faccia entrare, le spiegheremo tutto all’interno. Non vorrà mettere in piazza le sue cose?
– Ah, beh… io non ho niente da nascondere. Comunque…
– Questo lo vedremo… – commentò sommessamente Tarquini mentre il padrone di casa apriva il cancelletto elettrico.
L’abitazione del Bistolfi era arredata riccamente e con gusto particolare; facevano bella mostra di sé quadri e vasi antichi, opere d’arte di ogni genere e arredi ricercati dall’aspetto robusto.
– Accomodatevi – fece, con un gesto cortigiano della mano – faccio subito preparare un caffè.
– Maga… – cercò di dire Lazzari, strozzato da una piccola gomitata assestatagli con discrezione dal luogotenente Tarquini.
– Grazie, siamo a posto – assicurò il superiore.
– Come volete. Io ho bisogno di un caffè. Dorina?
Immediatamente, dal corridoio in penombra uscì una ragazza di poco più di vent’anni, alta, bionda e con la pelle candida, scalza e vestita solo di un babydoll.
– Fammi la cortesia di metterti qualcosa addosso! Non siamo qui a fare le sfilate! E vedi di preparare un caffè.
I quattro carabinieri rimasero semplicemente sbalorditi.
– Li mort… – disse a mezza bocca Lazzari, interpretando il pensiero di tutti.
– Bene, signor Bistolfi. Siamo qui per dare esecuzione a un provvedimento della Procura di Roma. Dobbiamo effettuare una perquisizione, come indicato sul decreto che le notificherò, alla ricerca di materiale di interesse archeologico. Nello specifico: monete romane.
Bistolfi non ebbe nessuna reazione particolare: – Vogliamo accomodarci?
Il luogotenente Tarquini gli notificò il decreto e spiegò sommariamente le motivazioni del provvedimento, rispondendo per quanto possibile alle domande dell’uomo.
– Lei detiene monete romane, signor Bistolfi? – lo interrogò quindi a sua volta. – Devo informarla che in ogni caso procederemo alla perquisizione ma, se lei collaborerà consegnando spontaneamente quanto cerchiamo, la sua posizione potrà essere considerata sotto un’altra ottica.
– Potete cercare dove volete, signori. In questa casa, non troverete nulla di ciò che state cercando. Io non ho monete di alcun genere. Solo quadri, vasi, mobili antichi, statue… ma di monete non ve n’è traccia alcuna. Fate pure.
Tarquini fissò per un attimo con sguardo inquisitorio gli occhi del Bistolfi, prima di parlare: – Vuole farsi assistere da un avvocato?
– Non ce ne sarà bisogno.
– Bene, noi iniziamo…
La perquisizione fu scrupolosa. Nel contempo Bistolfi seguì le operazioni, prese il caffè servitogli dall’asserita badante ucraina e commentò, di quando in quando, lo scontato esito negativo delle ricerche.
In un momento di distrazione dell’uomo, Tarquini si rivolse sottovoce a Brasco: – Le ha! Abbiamo le intercettazioni.
Valerio rispose con un cenno d’assenso, senza fiatare.
Dopo un’ora abbondante, la villa era stata rivoltata come un calzino senza che nulla fosse stato rinvenuto.
– Cosa le dicevo, maresciallo? Qui, di monete non c’è traccia.
Brasco si separò di un metro dalle persone riunite, avvicinandosi allo scrittoio dello studio: – Bella scrivania, è dell’Ottocento?
– Può giurarci, originale come i suoi anni.
Il maresciallo sorrise.
– Lo trova divertente?
– Può darsi. Posso dargli un’occhiata? Mi piacciono le scrivanie d’epoca.
Bistolfi rispose sicuro: – A suo comodo.
Brasco iniziò a saggiare con il palmo della mano le forme dello scrittoio, come ad accarezzarlo, quindi iniziò a fare leva con i polpastrelli in alcuni punti. Bistolfi non appariva turbato dall’interesse del maresciallo che, dopo avere girato intorno al mobile, si accovacciò davanti al pertugio fra le due colonne verticali di cassetti, l’unico lato aperto di quattro, mise la testa sotto e armeggiò fuori dalla vista dei presenti.
– Non vorrà mica smontarmela?
– No… – rispose canzonatorio il maresciallo – solo… – tacque per qualche secondo – ecco: voglio solo farle vedere cosa ho trovato nel doppio fondo della sua bella scrivania – dichiarò, riapparendo e mostrando un tiretto di legno rettangolare grande quanto un libro enciclopedico e spesso appena tre centimetri. – Saranno mica monete romane, queste?
Bistolfi sbiancò.
– Credo che questa scrivania valga molto più del suo valore commerciale – concluse Brasco con un sorriso insolente. – Adesso, può chiamare il suo avvocato.
 
Bistolfi fu denunciato a piede libero ma non era lui il terminale dell’indagine. Il traffico di monete romane trafugate dai siti archeologici era molto ampio e il Reparto Operativo del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale stava cercando di mettere insieme alcuni tasselli per arrivare ai vertici dell’intera organizzazione.
– Siamo ormai certi che si possa parlare di associazione a delinquere. Non si tratta di singoli o di poche persone in concorso, ci troviamo davanti a una vera e propria struttura criminale.
– Non avrei mai immaginato che potesse esserci un interesse così diffuso e deviato per delle monete – considerò Valerio.
– Beh, alcune di queste possono valere cifre inimmaginabili. I collezionisti sono disposti a tutto pur di avere un pezzo mancante, anche a spendere cifre fuori da ogni parametro.
– Anche a uccidere? – esordì il brigadiere Vincenzi con il suo accento spiccatamente altoatesino, entrando nell’ufficio di Brasco.
– Come dici? – protestò Tarquini.
– Non è stata ancora data la notizia dell’attività di stamattina che, nel comune a dieci chilometri da qui, è stato trovato morto ammazzato Alcide Pitassi: antiquario.
– Pitassi? Non c’è nessun Pitassi nelle nostre indagini.
– In ogni caso, adesso non ci sarà più – aggiunse con ilarità Vincenzi – per nessun motivo.
Gli altri si rivolsero sguardi disorientati.
– Beh – riprese Brasco, rompendo gli indugi – sarà il caso di andare a dare un’occhiata.
 
Il comandante della stazione competente sul luogo del delitto riepilogò con indolenza i dati raccolti: – Alcide Pitassi: persona inappuntabile, antiquario di vecchia data, da quando, ereditato un ricco patrimonio familiare, ha smesso di fare il direttore di banca e si è messo nel commercio delle antichità.
– Cosa poteva avere in comune con il Bistolfi? – domandò Tarquini, Urbi et Orbi. In realtà ragionando più con sé stesso che con gli altri.
– A parte il debole per le bellezze dell’est, le antichità, un discreto conto in banca e una villa dei primi del Novecento arredata come un museo… niente – rispose faceto Vincenzi.
– Emanuele... – riprese Tarquini – senti Roma. Cerca di capire se questo Pitassi è mai passato per i nostri archivi… una telefonata, un contatto, una ricevuta, una citazione…
– Vabbène!
Poco distante, il cadavere era stato coperto da un lenzuolo bianco. Un unico fendente all’addome. Letale. E una lesione alla nuca, verosimilmente prodotta dall’impatto contro il tavolino della veranda nella caduta. Nessuna traccia dell’arma del delitto.
– Porte e finestre chiuse dall’interno – considerò Brasco, riportando le informazioni fornite dal maresciallo del posto – la porta d’ingresso senza mandate.
– Chi l’ha trovato? – domandò il collega romano.
– La vicina. Si è affacciata alla finestra e ha visto il corpo a terra oltre l’ampia vetrata di fronte.
– Voglio dare un’occhiata prima che quelli del Nucleo Investigativo ci mettano troppo mano e facciano sparire qualche elemento utile.
– Immagino che ti ringrazierebbero per la fiducia, se sentissero – scherzò Valerio.
– Credimi – spiegò Tarquini – non è per scarsa stima ma ognuno ha i suoi livelli di competenza e la nostra materia viene spesso ignorata per la troppa specificità. Non voglio dire che siamo Mandrake, solo che non ci sono molti esperti di opere d’arte e antichità nel nostro ambiente. Tutto qui…
– Aspetta, parlo con il collega, è un amico – assicurò Brasco, andando a confabulare con il maresciallo Saracco, con evidenti cenni del capo in direzione di Tarquini. – Fai come se fossi a casa tua – dichiarò tornando.
– Troppa grazia: mi basterà considerarla casa del Pitassi. Ti ringrazio.
 
L’abitazione avrebbe realmente fatto invidia ad alcuni musei. Apparentemente non vi erano pezzi la cui detenzione fosse vietata, un antiquario non avrebbe mai commesso una leggerezza simile. Tutti i reperti più importanti erano corredati da dichiarazioni di provenienza, magari fasulle ma c’erano. Quel che mancava assolutamente erano le monete.
– Tano?
– Dimmi Emanuè.
– ‘N ce sta gnente!
– Non è mai entrato nel nostro giro?
– No.
– Possibile che Bistolfi non abbia mai avuto contatti con lui? Erano entrambi nel settore delle antichità. Non so: una telefonata… l’avrà mai contattato? Se sì, come?
Lazzari fece spallucce.
– Non posso crederci. Guarda qui: monete del Regno d’Italia, ce ne sono alcune dell’Ottocento ma manco una moneta romana. Però se guardi di là troverai una daga e un busto di Adriano. Non ti sembra strano? Non ti dice niente?
– Mi dice un Sesterzio della metà del I secolo d.C., con Adriano che visita la Giudea.
– E ti dice bene! Vuoi che un antiquario che ha una daga e un busto di Adriano non abbia piacere di avere un bel Sesterzio? E magari più di uno?
– Ce l’ha, ce l’ha… – sentenziò Lazzari, come fosse la verità più vera.
– Allora, o qui c’è qualcosa che non vedo o da qui qualcuno ha portato via ciò che non vedo.
– Prima o dopo avere spansato il Pitassi.
– Magari dopo. Che dici?
– Eh, mo’ stai a fa’ er sofistico!
 
Il panorama spinettese non offriva particolari motivi di gaudio ai colleghi romani in trasferta. L’ingombrante spettro della Solvay, lo stabilimento chimico tristemente noto per i sospetti di inquinamento ambientale, allungava le proprie ombre sull’abitato. I densi fumi bianchi creavano sagome inquietanti lungo le strade, frapponendosi fra il timido sole e l’asfalto.
– A che punto sono le indagini? – domandò Tarquini.
– Ancora tutto al vaglio della magistratura, dal 2008, a seguito del rinvenimento di quantitativi abnormi di sostanze tossiche nei terreni e nelle acque di falda limitrofi al polo chimico.
– Che tipo di sostanze?
– Perlopiù cromo esavalente, cloroformio, DDT e metalli pesanti con soglie oltre i limiti consentiti dalla legge. Non solo, sono stati riscontrati centinaia di casi di malattie e decessi che hanno colpito operai e abitanti del sobborgo e che si ipotizza abbiano una stretta correlazione con l’inquinamento.
Tarquini affondò lo sguardo oltre il finestrino, verso i camini dell’industria: – Chi te lo fa fare di restare qui… – considerò quasi fra sé, con un filo di voce, quasi non fosse una domanda.
– Non è propriamente una mia scelta – rispose comunque Valerio, perdendosi nell’azzurro del cielo in lontananza, dalla parte opposta.
Il discorso sfumò in una brusca frenata dell’auto dei carabinieri nei pressi del parco giochi, da cui era piombato in mezzo alla strada un pallone. Lo seguì un bambino dal volto felice, ignaro del pericolo incombente e di quello appena scampato.
L’auto ripartì nel silenzio. Forse tutti si erano rivisti in quel volto innocente, nel tempo lontano dell’infanzia e in tutti i palloni rincorsi lungo la vita, più o meno consapevolmente verso e attraverso pericoli reali o solo supposti. Fino ad arrivare lì, nell’incrocio delle loro vite lavorative, che solo lavorative non sono mai, a tentare di risolvere il caso di chi era arrivato al capolinea della propria. Vita, ovviamente.
 
Il caffè della macchinetta bruciava come acido, disturbando i pensieri di Tarquini poggiato al mobiletto dimesso della cucina.
– Da che parte la prendiamo, adesso?
– Perché non la cambiate sta ciofeca?
– È quel che passa il convento – dichiarò Valerio sbucando dall’archivio – io ho risolto smettendo di berla… scelgo la vita!
– Caro Brasco, questa non ci voleva.
– Mi spiace, avrei dovuto avvertirti…
– No – riprese il luogotenente – intendevo l’indagine. Si apre uno scenario che non avevamo previsto. Non dubito che la morte del Pitassi c’entri qualcosa con il Bistolfi ma sinceramente non mi capacito di un omicidio così repentino.
– Sai cosa mi ha colpito? Sembrerà banale…
– Cosa?
– Vincenzi ha detto: “niente, a parte il debole per le bellezze dell’est, le antichità, bla, bla, bla…”. Bene. Tu hai visto ragazze dell’est in casa di Pitassi?
– Direi di no.
– Guarda un po’ qui… – fece Brasco – così mi perdonerai per quella sottospecie di caffè.
– Lo stato di famiglia – commentò Tarquini prendendo in mano quel che Valerio gli porgeva – Anya Mikhailova. Interessante… risulterebbe convivere con una ragazza ucraina, che non era in casa e che non si è fatta viva.
– Ho già mandato i miei a chiedere ai vicini quando l’hanno vista l’ultima volta.
– Anarchia investigativa?
– No, solo, come direbbe un collega: non ci sono molti esperti di… indagini… nel nostro ambiente.
– Te possino… – replicò con un ampio sorriso Tano, prima di tornare al nome sul documento: – Cosa pensi possa c’entrare?
– Non lo so. Un semplice sospetto.
 
Il telegiornale locale riportava la notizia dell’omicidio, rimandando immagini dell’abitazione luogo del delitto e vecchie riprese di repertorio di auto dei carabinieri sfreccianti per le vie di Alessandria o ferme in posti di controllo lungo le arterie principali.
– Come immaginavo: ieri sera sono rientrati insieme, verso l’ora di cena – esordì Brasco – li ha incrociati la vicina, che ha anche confermato che vivevano stabilmente insieme. Sarà un caso ma la ragazza è sparita. Dal telefono di Pitassi è stato rintracciato il numero della Mikhailova ma l’utenza è irraggiungibile.
– Allora c’è qualcun altro che sta indagando oltre a noi?
– Sì – rispose Valerio, sorridendo – ma questo non ci vieta di fare qualche piccolo accertamento in proprio.
– Beh, con le dovute accortezze.
– E la massima riservatezza.
– Certo. Quindi… – ipotizzò Tarquini – potremmo far verificare alla Polizia di Frontiera se abbia preso un aereo per l’estero o se abbia passato i confini terrestri.
– Non più. L’unica è se ha preso un aereo. Alle frontiere ormai…
– Già, la libera circolazione di mezzi e persone. Sta cavolo di Europa unita ci ha solo invaso di extracomunitari.
– Aspetta che gli diano il voto.
– Vabbè, dicevamo: Genova, Torino, Milano… qui si parte da questi aeroporti, no?
– Per non sbagliarsi, meglio chiedere a tutti.
 
Il tempo passava e la permanenza dei romani nel sobborgo del capoluogo piemontese minacciava di protrarsi oltre il previsto.
– Il PM ha disposto l’interrogatorio del Bistolfi e per fortuna ce l’ha delegato – esordì Brasco, entrando in ufficio con il decreto in mano – meglio occuparsi in prima persona di certe cose. In quanto alla richiesta inviata alla Polizia di Frontiera, ancora nulla. Per stringere i tempi, Vincenzi ha chiamato una sua conoscenza a Bergamo, sai come vanno queste cose…
L’espressione del collega di Roma certificò la triste realtà della burocrazia italiana.
Poco dopo, Brasco e Tarquini erano a casa del Bistolfi, unitamente a Lazzari e a Vincenzi che stava al PC portatile per redigere il verbale di interrogatorio. C’era anche l’avvocato dell’indagato, il dottor Mario Renda, un pezzo grosso del Foro di Alessandria, dai modi indelicati e l’atteggiamento supponente.
– Lei conosceva Alcide Pitassi?
– Non mi sembra una domanda pertinente all’indagine per le monete – sbottò il legale.
– Non mi sembra che debba rispondere lei e se non sarà pertinente verrà stabilito in altra sede – replicò secco, con il solito odioso sorriso, Brasco. – Quindi, signor Bistolfi?
– Beh, in effetti… devo avere avuto a che fare con lui parecchio tempo addietro. Roba di mobili antichi, cose lecite.
– Non lo metto in dubbio. Solo, mi lascia perplesso il fatto che un collezionista e un antiquario che vivono nel raggio di così pochi chilometri, in due paesi di poche migliaia di anime, non si conoscano. Per caso, avete mai avuto modo di parlare di monete?
– Le ricordo che può avvalersi della facoltà di non rispondere.
– No, avvocato. Il maresciallo ha ragione. Qui non si parla più di monete, c’è di mezzo un morto – tacque per alcuni secondi, come a voler trovare le parole giuste per iniziare – Pitassi era un uomo senza scrupoli ma non aveva mai avuto a che fare con la criminalità, era semplicemente determinato a raggiungere i propri obiettivi. Apriva ogni porta tramite amicizie e conoscenze, laute mance e qualche regalia. Ultimamente aveva deciso di allargare i suoi giri, so che aveva avuto delle richieste dall’estero.
– Precisamente da dove?
Bistolfi si guardò intorno, quindi abbassò il tono della voce e si avvicinò a Brasco: – Paesi dell’est…
Il maresciallo annuì e chiamò a sé Vincenzi. Bisbigliò qualcosa e questi subito si diresse nella stanza attigua, dove avevano lasciato la signorina Dorina.
– Viveva con una donna ucraina, una certa Anya Mikhailova: è lei che mi ha presentato Dorina. Siamo uomini, maresciallo, ci capiamo. Per di più, entrambi eravamo ormai avanti con gli anni, io vedovo, lui scapolo… ce le siamo messe in casa. Anya gestiva per lui alcuni affari con la Russia, roba di antiquariato pulito, all’inizio…
Brasco e Tarquini si scambiarono un cenno di intesa.
– Chi mai avrebbe immaginato che due ballerine di nightclub potessero essere legate a certi giri. Anya se ne intendeva di antichità, era laureata in Archeologia e Beni Culturali nel suo paese, non era una sprovveduta.
– E adesso è sparita.
Bistolfi sorrise amaramente.
– Cos’è che la fa sorridere?
– Dovevo aspettarmelo.
– Dove pensa che possa essere andata e perché?
– Maresciallo, il mio cliente è stato convocato per altro!
– Oh, insomma, avvocato! La vuole fare finita? So bene cosa posso o non posso dire. Lei pensi a difendermi in tribunale, alla mia pellaccia provvedo da me, qui abbiamo a che fare con gente che non scherza!
– Bene, dia pure atto nel verbale che il legale di fiducia si congeda ad atto in corso – dichiarò stizzito il dottor Renda, chiudendo la propria borsa di pelle e lasciando l’abitazione del Bistolfi.
– Lasci stare il verbale, maresciallo. A quello ci penseremo dopo. Ciò che sto per dirle deve registrarlo per bene nella sua testa, senza formalità. Potrei non essere in grado di ripeterlo in futuro.
 
Mentre Vincenzi interrogava la signorina Dorina in modo sommario, un po’ per distrarla, un po’ per raccogliere effettivamente qualche informazione, Bistolfi era divenuto un fiume in piena, molto probabilmente per il timore di fare la fine del Pitassi.
– Un giorno, mi fece vedere la collezione che era riuscito a mettere in piedi. C’erano monete di valore altissimo, sia storico che commerciale. Ricordo un Asse di Adriano, diversi anonimi in oro, Sesterzi di Nerone, Traiano, Antonino Pio, Galba, Caracalla, Geta, Eliogabalo. E ancora, di Gordiano, Pupieno, Macrino, Clodio Albino, Domiziano, un Aureo di Adriano, il Denario di Vitellio, Caligola, Augusto. Due monete in particolare avevano un pregio incredibile, mi stupii che potesse averle: c’era una moneta di Bruto con i pugnali, rarissima, dovrebbe esistere in sessantotto esemplari contati, numerati e registrati, la maggior parte dei quali in collezioni pubbliche; e un Sesterzio di Nerone riportante sul retro il porto di Ostia, una delle più belle monete coniate durante l’Impero Romano. Tutte monete di valore superiore ai mille euro, fino ad arrivare anche a ventimila. In tutto saranno state una cinquantina di pezzi per un valore complessivo superiore ai 130.000 euro, così mi disse. Non c’erano pezzi troppo comuni, solo monete rare o molto costose.
– E le sue monete?
– Sì, le avevo acquistate in parte da lui, in parte attraverso i miei canali. Si trattava comunque di una collezione privata, ne avrei rivendute solamente alcune. Le tenevo nascoste per paura che lei – cenno del capo – le scoprisse. Non avevo intenzione di entrare in quel giro.
– Non riesco a capire…
– Queste ragazze sono state utilizzate per controllarci, per riferire i nostri… traffici e le nostre conoscenze. So quello che pensa… no, non potevamo liberarcene, erano gli accordi.
– Accordi?
Bistolfi mostrò un’espressione inequivocabile: – Ci avevano in pugno.
– Perché è stato ucciso il Pitassi? – domandò Tarquini.
– È solamente una mia ipotesi ma temo che il vostro sequestro qui da me abbia innescato un meccanismo. Evidentemente Anya deve avere ricevuto ordine di recuperare le monete che Alcide stava mettendo insieme per loro, e magari lui si è opposto all’idea di consegnarle senza avere immediatamente in cambio il proprio compenso.
Il volto di Brasco tradì un certo dissenso.
– Gliel’ho detto: è solo un’ipotesi.
 
– Certo è che con le ipotesi non ci facciamo niente – commentò Valerio, una volta congedato il collezionista. – Se non diamo al magistrato prove certe, anche questa storia rimarrà l’ennesimo caso irrisolto.
– Siamo in Italia mica in un film americano. Caro Brasco, scherzi a parte, vedrai che caveremo il ragno dal buco.
– Sì, ma… si nun magnamo quarcosa, er ragno me lo magno io, appena lo pizzico!
– Hai ragione Emanuè, conosco un posticino dove con pochi soldi si mangia ‘na favola!
– Che stamo ancora a’aspettà?
 
Alessandria si presentava come una sacca di degrado e marginalità sociale. Dal boom dell’immigrazione clandestina al dissesto finanziario, con la crisi delle aziende municipalizzate e il crescente sentimento di sfiducia nei confronti della classe politica dirigente, quella che un tempo poteva essere considerata una tranquilla città di provincia era diventata uno sgualcito dipinto multicolore di trascuratezza e imbarbarimento. Lungo strade tempestate di buche e di immondizia, vagabondavano facce da galera ed extracomunitari di ogni provenienza, abbandonati su panchine o parcheggiati davanti a bar malfamati, sale gioco e centri scommesse. Il viaggio culturale poteva proseguire attraverso la kasbah del centro, dove donne scure proteggevano la propria presunzione di moralità coperte sotto immorali prigioni del corpo e dell’anima, o i quartieri un tempo decorosi delle periferie, dove ormai proliferava l’illegalità e il senso di insicurezza fra le persone perbene.
Cartelli vendesi e affittasi addobbavano ogni via, ogni palazzo, ogni vetrina. Serrande abbassate, ditte e negozi chiusi, lenzuoli scarabocchiati con improperi e proteste di lavoratori e nuovi disoccupati, auto in divieto di sosta davanti ai locali alla moda, sigarette accese e bottiglie di birra vuote sui marciapiedi, sguardi persi nel display dell’ultimo smartphone e vite buttate al margine della strada.
Là dove c’era l’erba ora c’è una città, avrebbe cantato Celentano. In realtà, là dove c’era una città ora c’è solo sporcizia, nella più ampia accezione del termine, si sarebbe dovuto dire. Con profonda desolazione per l’animo. Niente progresso, solo un’involuzione sociale, morale e infrastrutturale. La colpa ovviamente non era di nessuno.
 
Il televisore acceso rimandava le notizie del giorno: il bollettino di guerra dal mondo, la crisi economica e occupazionale, pirati della strada che investono e uccidono quindicenni incolpevoli e coppie che scoppiano fra veline e calciatori. Relegate in ultima pagina, occasionalmente, cultura e arte, nella rubrica spettacoli, marginalmente, fra le news sul reality del momento e un promo sullo special guest del talk show della sera.
– A panza piena se raggiona mejio! – dichiarò Lazzari, stravaccato sulla poltroncina dell’ufficio, dopo la gradita esperienza gastronomia nella vicina trattoria piemontese.
– … e a quanto pare, si è anche più fortunati.
– Perché, Giacomo? – domandò Brasco a Vincenzi, solito apparire come improvviso latore di notizie.
– Sono arrivati gli esiti dalla Polizia di Frontiera: Anya Mikhailova non si è imbarcata da nessun aeroporto italiano.
– Ma por…
– Tuttavia… – riprese Vincenzi.
– Tuttavia?
– Tuttavia è stata in un albergo a Firenze la sera stessa dell’omicidio del Pitassi.
– Roma! – esclamò Tano.
– Roma? Ha detto Firenze.
– Ma certo! Che imbecilli! – sbottò Tarquini. – Macché, una con cinquanta monete romane da 130.000 euro si imbarca su un aereo? Come fa a passare i controlli al metaldetector?
– Scatola di ceramica o bagaglio imbarcato.
– Tu imbarcheresti un capitale del genere nel bagaglio in stiva, con tutti i furti che fanno?
– E magari non sarei nemmeno attrezzato con una scatola di ceramica.
– Sta andando… – Tarquini guardò l’orologio – ormai ci sarà già, a Roma. Avranno sicuramente un ricettatore nel giro o intendono mettere al sicuro le monete. Giù abbiamo un paio di facoltosi russi che possono permettersi il lusso di un acquisto simile. Uno l’abbiamo seguito a lungo senza riuscire a pizzicarlo, l’altro è arrivato da poco ma puzza da prima.
– Quindi?
– Quindi noi torniamo a casa e tu continui a raccogliere qui le informazioni che potranno servire.
Valerio perse lo sguardo nel vuoto del televisore. Immagini sconnesse dai pensieri del maresciallo. Poi un lampo: – Scusate un attimo – disse, indicando il servizio in corso e alzando il volume con il telecomando – sbaglio o stanno dicendo che in questi giorni è in corso un incontro fra i ministri dei beni culturali di tutta Europa?
– Già, è vero… – confermo Lazzari.
– Ed è a Roma – chiuse il cerchio Tarquini – non penserai…?
Brasco annuì prima di liberare il proprio sorriso: – Chi, meglio di un ministro che vola su un jet privato, può attraversare le frontiere senza essere sottoposto a controlli?
– Stiamo parlando di un ministro – obiettò il luogotenente, allargando le braccia – questa è fanta-polizia giudiziaria! Roba da film americano.
– Era per semplificare – precisò Brasco – non intendevo dire che si tratti di lui. Potrebbe trattarsi di qualcuno del suo staff. Qualcuno che beneficia degli stessi privilegi – spiegò – potrebbe addirittura trattarsi di qualsiasi altro ministro o delegato di altri paesi… ma visto che abbiamo a che fare con russi e ucraini…
– Famo ‘na telefonata a Roma pe’ vede’ si c’avemo ‘na lista.
Tarquini rifletté. Scosse leggermente la testa. Si passò una mano sul viso. Poi parve persuaso a dare credito all’intuizione di Valerio: – Emanuele, trovami subito Aloisi. Fai verificare l’elenco delle autorità presenti al convegno e recupera tutte le informazioni che sono in grado di darci. Per quanto non sia propriamente convinto di questa cosa – dichiarò guardando il maresciallo – dobbiamo fare in modo che per il nostro arrivo a Roma sia tutto organizzato. Se c’è un briciolo di riscontro in quel che supponiamo, non devono fregarci.
Brasco si sedette con l’aria di chi ha perso tutte le speranze.
– Che succede adesso? – domandò Tarquini.
– Il mio lavoro finisce qui.
Il luogotenente del TPC rimase nuovamente in silenzio, meditabondo: – Cosa ne pensi di una vacanza romana?
– … in Vespa, co’ Gregory Peck e Audrey Hepburn.
Valerio sorrise all’esuberante Emanuele: – Faccio subito domanda di licenza – disse, scattando come una molla dal divanetto in similpelle bordeaux della sala convegno.
 
Il ministro russo per la Cultura passava nelle immagini del telegiornale, fra energiche strette di mano e sorrisi di circostanza, mentre Valerio si annodava la cravatta allo specchio. Un movimento simpatico del viso mostrò le rughe d’espressione intorno a naso e bocca, più nette dell’ultima volta in cui le aveva notate. Sentì il cuore come fermarsi e fu preso da un’improvvisa malinconia: rivide, attraverso il proprio volto, quello di suo padre; quindi, per somiglianza e per i sottili baffetti che portava, suo nonno. Tutti carabinieri. Le mani fremettero e il nodo si sciolse. Dovette rifarlo mentre chiudeva gli occhi e scuoteva la testa per scacciare i pensieri, i ricordi, la paura di morire, l’angoscia e la frustrazione di non poter abbracciare chi aveva amato e chi amava, un nonno lontano in vita e un padre che non abbracciava per timidezza e troppa virilità. Quelle rughe lo spinsero oltre i suoi trent’anni e ne avvertì il peso, si rivide bambino e si immaginò vecchio, con nostalgia prima e timore poi.
 
Nel silenzio del primo mattino, scendendo le scale interne, Valerio avvertì il rumore del motore acceso della macchina davanti alla Caserma Lamarmora, nel caratteristico quartiere di Trastevere.
– Credevo non arrivassi più.
– Scusate – rispose, ancora turbato.
– A collè, mo’ prima d’annà a fa’ ‘j sceriffi, se n’annamo da Palombini a fasse brioche e cappuccino! Come la vedi?
– ‘A vedo bène, Emanuè!
Scoppiarono tutti a ridere e l’auto partì sgommando. Il brigadiere Lazzari non si era mai scordato di essere un coatto di periferia.
Roma ha il suo fascino la mattina, quando ancora tutto è fermo. Il profumo dell’oleandro e dell’alloro. La rugiada. Il verde che fa capolino sui colli e si staglia fra le bianche costruzioni marmoree dell’EUR.
L’aria era frizzante, sapeva di buono, sapeva di belle notizie, presagiva una giornata positiva.
Da lì a poco, Tarquini avrebbe ricevuto la telefonata che aspettava: Anya Mikhailova aveva alloggiato presso un albergo della capitale, nella zona del consolato russo. Il problema sarebbe stato recuperare le monete prima che entrassero in territorio straniero, prima che varcassero il cancello dell’ambasciata.
Il SUV del TPC guidato da Lazzari si fece strada nel lento e intorpidito traffico del primo mattino, assonnato come la domenica di marzo che stava per iniziare. Un timido sole fece capolino al di là del Tevere, dai colli dell’Aventino e del Celio.
In pochi minuti, furono sotto l’albergo. Il luogotenente Tarquini entrò mentre gli altri rimasero nell’auto parcheggiata in modo tale da poter controllare i movimenti della Mikhailova, della quale avevano recuperato una fotografia dal cartellino anagrafico. Tarquini uscì con aria indifferente e risalì in macchina: – Il portiere è uno che sa il fatto suo, ha capito subito il proprio ruolo. Lei è in camera, da sola.
– Posso annà io?
– Buono. Aspettiamo e vediamo cosa fa. Questo è quanto: appena dovesse uscire, io e Brasco la seguiremo, tu vai su e controlli se il pacco è ancora qui. Nel frattempo chiamo e faccio venire Artico e Nespoli. Finito su in camera, in caso negativo, ci raggiungerete.
 
Come da copione, a metà mattina, arrivò un taxi bianco e, poco dopo, la Mikhailova uscì dall’albergo. Alta e bionda con i capelli raccolti in una lunga coda che le sfiorava le spalle, occhiali da sole griffati, stivali neri tacco dodici e un fisico da modella fasciato da abiti di primissima scelta. A tracolla un’ingombrante borsa di Gucci e in mano una ventiquattrore di pelle nera.
– Eccola! Dici che sono lì?
– Dico che è possibile. Voi andate su, noi la seguiamo.
Il taxi si fece largo nel traffico divenuto più fitto, prendendo numerose corsie preferenziali, seguito dalla macchina civetta dei carabinieri.
– Sai quante foto ci stanno facendo?
– Paga il ministero?
– Nah… non paga nessuno. La targa è registrata.
Il taxi si fermò davanti a un ristorante di lusso non lontano dalla sede dell’ambasciata russa, dove erano parcheggiate due Mercedes nere di quelle che si notano e due bellimbusti dalla faccia dell’est all’ingresso. La donna scese dal taxi ed entrò con passo deciso.
– Che pantera!
– Non potremo entrare.
– Già… ma ci basterà vedere se all’uscita avrà ancora la valigetta.
– Il problema è se non ce l’avrà. Chi lo ferma un ministro russo per le vie di Roma?
– Fuori dall’ambasciata?
Proprio in quell’istante squillò il telefono.
– Emanuè.
Lupus in fabula.
– Qui non c’è nulla – riferì il brigadiere – stiamo uscendo, dove siete?
In pochi minuti, un SUV tale e quale a quello di Tarquini parcheggiò a breve distanza. Lazzari scese da una macchina per salire sull’altra.
– Mo stamo a guardà leggi e regolamenti, ne staremo a fa’ poche de bojate! Tu sei pure in licenza. Ce penzo io: appena esce er sor Ministro, si c’ha la borza, gliela faccio zompà per aria e voi passate de lì per caso e raccogliete le monetine.
Brasco guardò Tarquini un po’ smarrito.
– Che ci vuoi fare? Male che vada, ci ritroveremo tutti a Santa Maria Capua Vetere.
 
Le cose nel ristorante andarono per le lunghe, la ragazza uscì a mani vuote dopo circa due ore. Poi altra attesa. Una pattuglia del Nucleo Radiomobile, precedentemente allertata, la fermò poco distante con il pretesto di un controllo occasionale, trattenendola in attesa dell’esito dell’operazione. La situazione era ancora tutta in divenire. Molti i punti ancora da chiarire e gli elementi da portare in evidenza. In primis l’omicidio. Non essendo stata trovata l’arma del delitto e in assenza di testimoni, solo il rinvenimento delle monete sparite e la testimonianza del Bistolfi avrebbero potuto aiutare a formare le prove per incriminare la Mikhailova per il delitto Pitassi, senza una sua confessione.
– Hai avuto una bella intuizione, Brasco.
Il volto di Valerio sembrò voler tradire una certa perplessità ma l’argomento fu chiuso dal movimento di uno dei bellimbusti, avvicinatosi alla macchina, mentre l’altro si poneva a metà del marciapiede fra ingresso e auto. In quel momento uscì il ministro russo, con una donna e altri due guardaspalle. La valigetta in mano a un secondo uomo incravattato dall’aria austera.
L’operazione fu repentina. Lazzari, che da ragazzino borseggiava i turisti a Porta Portese, si era appostato in modo tale da essere pronto all’azione: scattò in direzione degli uomini vestiti di nero, riuscendo a sgattaiolare fra le gambe e le braccia dei bodyguard che si chiudevano a protezione del politico, non prima che il brigadiere riuscisse a strappare di mano all’altro uomo la ventiquattrore, lanciandola in aria e fuggendo oltre l’angolo della strada.
La valigetta cadde rovinosamente in terra aprendosi come un libro e riversando sul marciapiede un elegante raccoglitore ad anelli di pelle bruna.
– Cosa succede? – tuonò Tarquini mostrando il tesserino e avvicinandosi alla valigetta. Il ministro era scosso e i guardaspalle allarmati. – Luogotenente Tarquini, Carabinieri. Chi era quell’individuo?
La donna, probabilmente l’interprete, rispose traducendo le parole dell’uomo, in un italiano contaminato dal netto accento straniero: – Un pazzo o un ladro! Dovreste inseguirlo invece di essere qui!
Brasco sorrise, il suo sorriso: – Vediamo se il ladro è scappato o è ancora qui.
– Cosa? – domandò la donna, senza comprendere l’allusione.
– Sono l’ambasciatore russo in Italia – ammonì l’uomo che portava la valigetta, sovrapponendosi – voglio parlare con…
Tarquini alzò il palmo della mano aperta: – Stiamo calmi – consigliò, ostentando serenità, mentre Artico e Nespoli recuperavano la valigetta.
Il ministro domandò qualcosa al diplomatico, che rispose con imbarazzo, cercando di non perdere di vista il raccoglitore.
– Tombola! – disse uno dei due carabinieri, tenendo a distanza un guardaspalle che tentava di avvicinarsi, subito fermato da Tarquini con il solo atteggiamento del corpo.
– E poi dice che ambasciator non porta pena… – commentò Nespoli, mostrando il contenuto della preziosa cartella.
Il ministro si voltò di scatto a incontrare l’espressione angosciata del diplomatico, incapace di reggere lo sguardo del membro del governo. Non proferì parola, fu sufficiente l’eloquenza del volto ricolmo di delusione e biasimo a condannare la condotta dell’ambasciatore: Tu quoque, Brute, fili mi!.
Giustizia italiana o meno, nonostante tempi, cavilli procedurali e fantasiose sentenze possibili nel Bel Paese, la reputazione e la carriera del rappresentante erano già irrimediabilmente compromesse. In patria.
– Sarà bene chiamare l’ambasciata – considerò Brasco – queste sono monete romane e voi non avete la faccia da Centurioni – decretò, firmando i titoli di coda con il suo solito sorriso.


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