Racconto di Lorenzo Marone - POESIA

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Racconto di Lorenzo Marone

Premio "L'Incontro"





IL VENTO ALL'IMPROVVISO





Ma il vento irrompe per strada
e le foglie cadono sul marciapiede...
Alzo gli occhi e vedo le stelle
che non hanno nessun senso...
F. Pessoa




Questa è la storia della mia vita.
Non so quanti anni ho, forse una trentina.
Non ho un nome o, almeno, non lo conosco.
Non dovrei essere qui a parlare con voi. Perché io, in realtà, non dovrei parlare.
All'inizio di quest'avventura non capivo tante cose, non sapevo spiegarmi il perché. Poi, lentamente, tutto mi è stato chiaro, ho cominciato a comprendere. Ma sarebbe stato meglio se non lo avessi fatto. Perché io non sono stato creato per pensare, né per capire. Sono stato messo al mondo per sostituire. Questa è la verità. Il mio compito è esserci, essere pronto quando lui avrà bisogno di me.
Mi sono svegliato una notte, così, d'improvviso. A un certo punto ho provato un gran freddo, poi ho aperto gli occhi e mi sono ritrovato lì, all'interno di un raccoglitore, una specie di frigorifero. Ricordo che non riuscivo a vedere bene, avevo come una patina davanti agli occhi, il mondo mi appariva sbiadito. Fu l'istinto a farmi aprire quella gabbia e così mi trovai all'esterno. Nella sua casa. Che poi è anche la mia. Ma questo, allora, non lo sapevo.
All'inizio non riuscivo a muovermi, percepivo un formicolio e avevo gli arti bloccati. Una sostanza viscida mi ricopriva tutto il corpo. Rimasi steso in quella stanza a guardare il soffitto per non so quanto tempo, con una sensazione d'immane stupore. Tutto era nuovo, tutto mi sembrava incredibile. Ogni cosa era per me affascinante e incomprensibile allo stesso tempo.
Poi a un certo punto mi sentii sfiorare il braccio da qualcosa di umido. Mi girai e vidi Nana, una bastardina di colore nero con le orecchie arruffate che mi stava annusando, un po' intimorita.
All'epoca non conoscevo il suo nome né tantomeno sapevo si trattasse di un cane. Però non ci misi molto a fidarmi di lei, anche perché non provavo alcuna sensazione sgradevole alla sua presenza.
Quando fui in piedi, iniziai a esplorare il resto della casa. La cucina, il salotto, la stanza da letto. È lì che mi accorsi di lui. Stava dormendo, ma questo io non lo capii.
Rimasi a fissarlo per un po', fin quando i rumori provenienti dall'esterno non attirarono la mia attenzione.
Mi avvicinai alla finestra del salotto e rimasi strabiliato. Lì fuori c'era un altro mondo ancora, un qualcosa di sterminato. Stavo per lanciarmi di sotto, ma per fortuna il corpo mi venne in aiuto, perché avvertii un'irresistibile voglia di andare in bagno. Ora posso dirvi che dovevo solo urinare, ma allora rimasi scioccato, sia dalla sensazione, sia dal mio stesso fisico che mi guidava verso il bagno. Mi sedetti sul water e lasciai fare a lui. Nana mi si avvicinò e iniziò a leccarmi i piedi. Iniziai a ridere, anche se non sapevo perché.
Poi mi accorsi dello specchio. O meglio, della mia immagine riflessa. Iniziai a tastare il viso, gli zigomi, la bocca, e poi giù, il torace, l'ombelico. Infine risalii agli occhi, il cui azzurro intenso risaltava grazie al bianco splendente dei capelli. Il corpo era per me un mondo inesplorato, una terra da conquistare.
Mentre mi osservavo, mi ricordai dell'uomo steso nel letto e mi venne un dubbio. Mi precipitai da lui e lo esaminai con attenzione. Eravamo uguali, stessi lineamenti, medesima fisionomia. Identici, come due gocce d'acqua. Mi sembrò di star guardando ancora dentro lo specchio. Solo il colore dei capelli ci differenziava, i suoi erano neri. La cosa allora non mi colpii più di tanto. Non sapevo nulla delle persone e della vita.
In ogni caso non lo svegliai, qualcosa mi diceva che era meglio non farsi notare. Me ne andai in giro nudo per la casa tutta la notte, accompagnato nei miei movimenti da Nana, rovistando silenziosamente fra le cose, nei cassetti, negli armadi. Fino a quando iniziai a sentire una sensazione strana che mi saliva dallo stomaco. Mi diressi in cucina, verso il frigo.
Mangiai e bevvi quella notte, come fossi una persona normale e non un clone risvegliatosi da un sonno trentennale.
I primi tempi furono difficili. Non capivo il mondo che mi circondava, non comprendevo quale fosse la mia condizione, perché mi trovassi lì, in quella casa. Lasciavo che fosse il corpo a guidarmi, mi abbandonai a lui.
Con il passare dei giorni cominciai a prendere confidenza con la casa e i suoi oggetti. Imparai a muovermi di soppiatto e a sentirmi più a mio agio. Con Nana si instaurò subito un rapporto di amicizia. Quando la notte uscivo dal contenitore, lei era lì, seduta ad aspettarmi. La accarezzavo e poi ci dirigevamo insieme in cucina.
Trascorrevo le nottate così, poi all'alba rientravo nella mia gabbia. Non perché ne avessi voglia, ma perché era il corpo a spingermi. Non so dire cosa accadesse durante il giorno, all'interno del raccoglitore, perché non ricordo. Credo, però, che in quelle ore tornavo a essere quello che ero stato per tanti anni. Solo un corpo in attesa di essere aperto.
In ogni caso mi sembrava di essere felice, anche se cominciavo a capire che fuori c'era qualcos'altro, qualcosa di molto più grande. E così, quasi senza rendermene conto, iniziai a perdere interesse per il mio piccolo mondo. Passavo la notte a guardare fuori la finestra. Anche il passaggio di un semplice gatto divenne per me qualcosa di straordinario. Lo seguivo con lo sguardo mentre rovistava fra i rifiuti e non lo abbandonavo finché non sgattaiolava su qualche ballatoio.
Altre volte mi fermavo a contare le stelle, nell'attesa che qualcuna cadesse giù nel vicolo. Mi chiedevo come facessero a rimanere immobili anche quando il vento sferzava con tale rabbia che sembrava volesse sbarazzarsi di ogni cosa, dei mille ostacoli che gli impedivano di perdere il controllo, di lasciar fluire il suo impeto.
Ricordo benissimo la prima volta che vidi la pioggia. Era meravigliosa. Mi persi nei movimenti dell'acqua, nei rigagnoli che trascinavano via le foglie, nelle gocce che si aggrappavano al vetro della finestra. Seguivo il percorso di queste ultime, affascinato dal loro incedere a tentoni, nello sforzo di trovare una strada che le portasse a unirsi e quindi a infrangersi.
Ma ben presto mi abituai anche alla pioggia e ai suoi movimenti ritmati e iniziai ad avvertire un senso di disagio. Quella casa e quella piccola finestra non mi bastavano più, sentivo che il corpo voleva comunicarmi qualcosa, che aveva bisogno di spingersi oltre, che il cibo e l'acqua non erano sufficienti.
Sapevo che per avventurarmi lì fuori avrei dovuto varcare la porta d'ingresso, ma non ne avevo il coraggio, qualcosa mi bloccava, il mio stesso corpo non lo permetteva. Forse non era giunto ancora il momento di uscire.
Dell'uomo nella stanza da letto non mi interessavo più di tanto. Qualche volta lo guardavo dormire, altre lo ignoravo. In qualche occasione si svegliò per andare in bagno, ma non si accorse mai di me, ero diventato bravo a nascondermi, a muovermi come un'ombra. Continuavo a provare la sensazione che sarebbe stato meglio tenersi alla larga da lui.
Una notte, però, trovai il suo letto vuoto. Era la prima volta che succedeva. Avvertii una sensazione strana, che non sapevo spiegarmi. Ora posso dire che era paura. Perché la sua assenza era il primo vero cambiamento che affrontavo nella mia breve vita.
Cercai di calmarmi e mi avvicinai come sempre alla finestra, per perdermi nei movimenti del vicolo. E mi accorsi di quella maglia che, venuta da chissà dove, si era impigliata nella ringhiera del balcone di fronte. Un'estremità del tessuto si manteneva aggrappata alla balaustra, mentre le maniche si lasciavano trasportare dal vento, a formare una danza vorticosa e irresistibile. Quella sera non lo potevo sapere, ma quella piccola maglietta sarebbe divenuta la mia più preziosa consigliera.
Ero così affascinato da quel movimento senza senso, da non rendermi conto che qualcuno stava per aprire la porta di casa. Senza nemmeno sapere come, mi trovai disteso dietro il divano, mentre Nana correva abbaiando verso l'ingresso.
Era lui, l'uomo del letto, accompagnato da una donna.
Quando la vidi, percepii una strana sensazione risalirmi dalle gambe, irrompendomi nell'inguine e poi nel petto. Mi sembrò di non riuscire più a respirare.
I due parlavano e ridevano. Ma io non capivo cosa dicessero.
Poi accadde qualcosa.
La stanza si fece d'improvviso accecante. Per poco riuscii a non urlare, anche se gli occhi mi lacrimavano e non vedevo più nulla. Per fortuna la coppia si allontanò verso la stanza da letto così, quando riacquistai la vista, potetti svignarmela nel mio contenitore.
Ora so che era solo una lampadina elettrica, che quei due non avevano fatto altro che accendere l'interruttore della luce. Ma quella sera mi sembrò che il mondo, quel piccolo mondo che stavo imparando a conoscere, mi avesse improvvisamente voltato le spalle.
Qualche sera dopo rividi quella donna. Quando mi svegliai lui non era in casa, così capii. Sarebbe tornato con lei. Questa volta mi nascosi sotto il letto. E attesi.
Arrivarono dopo poco e anche questa volta parlavano e ridevano. Io non capivo, non conoscevo quella lingua, non sapevo comunicare, lo avrei imparato solo in seguito. In ogni caso rimasi lì, ad ascoltare i loro movimenti, pur non comprendendoli.
Quando li sentii sospirare e muoversi con impeto sopra di me avvertii una sensazione di malessere, ma non feci nulla. Solo molto più tardi, quando mi resi conto che non provenivano più rumori, uscii dal mio nascondiglio e rimasi a fissare i loro corpi nudi. Soprattutto quello della ragazza. Era strano, molto diverso dal mio. Non mi riconoscevo in lei, non ritrovavo le mie stesse sembianze. Ma ne ero comunque attratto. Provai di nuovo quella sensazione che mi saliva dalle gambe e invadeva prima la schiena e poi l'intero corpo. L'avrei voluta sfiorare, ma non lo feci. Me ne andai in cucina a bere e a riflettere su quella strana percezione.
All'epoca non lo potevo sapere, ma mi stavo innamorando.
Poi una notte cambiò tutto.
Mi alzai e lei era lì, nel letto, da sola. Il cuore iniziò a battermi forte. Avrei voluto svegliarla, ma non ne avevo il coraggio. Me ne andai in salotto a guardare fuori la finestra, come ogni sera. E come ogni sera mi persi nel ritmo danzante di quella maglia che ancora resisteva aggrappata al ferro.
Solo che mi sentivo irrequieto.
Fu il mio stesso corpo a guidarmi, ancora una volta. Così mi stesi al suo fianco, facendo attenzione a non toccarla. E rimasi a guardarla. Per ore. Fino a quando non caddi in un sonno profondo.
Fu lei stessa a svegliarmi la mattina dopo.
E fu orribile.
Non riuscivo a vedere nulla, la luce del sole mi accecava. Lei parlava e dal tono della voce sembrava volesse qualcosa. Mi alzai con uno scatto felino, e senza neanche sapere quel che facevo, chiusi le imposte. Quando riuscii ad aprire gli occhi, mi accorsi che mi stava fissando, scrutava il mio corpo, così come io avevo fatto tante volte con il suo. Riprese a parlare, ma io non potevo risponderle. Iniziai a fare dei gesti con la testa, per farle capire che non comprendevo, poi le afferrai la mano e la portai nella mia stanza, davanti al contenitore vuoto.
Ricordo ancora il suo sguardo. Era disorientata e volgeva gli occhi dal raccoglitore a me. Poi, senza dire nulla, iniziò a tastarmi le guance, i capelli, il petto. Mentre esplorava il mio corpo, rimasi fermo, anche se dentro avvertivo un vortice inarrestabile che premeva per uscire.
Fu lei a prendere la situazione per mano e se oggi sono qui a raccontare la mia storia, lo devo a lei, che mi ha insegnato a parlare, a leggere, scrivere, vestirmi. Mi ha insegnato a vivere.
I primi due giorni comunicavamo con lo sguardo e con i gesti. Poi lei intuì che avevo molte potenzialità inespresse. Così mi insegnò a parlare. Imparai in tre giorni e alla fine della settimana sapevo anche leggere e scrivere. Era come se tutti gli input fossero già presenti al mio interno, occorreva solo premere i tasti giusti.
Mi disse di chiamarsi Elisa e che il ragazzo che avevo osservato dormire per tante notti era Nico. Le chiesi perché Nico ed io fossimo uguali, ma non mi rispose, cambiò argomento, sostenendo che anch'io avevo diritto a un nome e che da quel momento mi sarei chiamato Gabriele, perché un famoso angelo si chiamava così, ed io, con quel colore di capelli e quegli occhi, le ricordavo una creatura celeste. Non capii nulla di quel discorso, non sapevo cosa fosse un angelo, ma feci finta di nulla, sembrava così contenta che non volli infrangere quel momento con nuove domande.
Elisa era affascinata da me, voleva sapere, capire come fosse possibile che un clone si fosse svegliato e che vivesse una sua vita autonoma. Indagava il mio corpo, guardava le mie reazioni di fronte alle novità, mi interrogava sulle mie emozioni. Io a stento capivo cosa volesse, però facevo quanto mi chiedeva, le raccontavo della mia storia, così, solo per farmi ascoltare.
Mi piaceva ogni giorno di più, solo che non sapevo come soddisfare questa mia voglia di lei. A volte sentivo il bisogno di toccarla, di stringerla.
Mi rendevo conto che il corpo aveva bisogno di contatto fisico. Cosi, quando leggevamo o quando mi spiegava qualcosa, cercavo di sfiorarla.
Iniziai a rimanere sveglio durante il giorno, così da stare più tempo con lei. Mi bastava chiudere le imposte. All'inizio mi sembrò strano che lui non si facesse vivo, ma non tentai di capire, mi andava benissimo così. Poi una sera mi disse che Nico era stato fuori per lavoro ma che l'indomani sarebbe tornato. E lei se ne sarebbe dovuta andare.
Si era trasferita da lui per non lasciare Nana da sola, ma con l'arrivo di Nico sarebbe tornata a casa. Non me lo disse, ma capii lo stesso che la scelta non dipendeva da lei.
Provai un profondo malessere che non sapevo da dove arrivasse né quando se ne sarebbe andato.
Quando tornò Nico le cose ripresero come un tempo. Uscivo solo la notte e me ne rimanevo tranquillo in un angolo ad accarezzare Nana e a guardare fuori della finestra. La maglia era sempre lì e divenne ben presto un'amica silente delle mie notti. Ma in quel periodo anche lei non danzava più, restava ferma e penzolante. Sapevo che era per via del vento, ma non potetti fare a meno di pensare che anche lei fosse infelice, che volesse in qualche modo sciogliere quel vincolo e librarsi nell'aria, ma che non ne avesse il coraggio.
Il fatto è che mi mancava Elisa.
Una notte lei si fermò a dormire. Quando la vidi lì, al fianco di Nico, provai un brivido dietro la schiena, ma non seppi associarlo ad alcuna sensazione in particolare. Mi avvicinai al letto e le sfiorai con dolcezza il piede. Lei si svegliò, mi guardò e sorrise. Poi si alzò con calma, attenta a non fare rumore.
Rimanemmo tutta la notte chiusi in bagno a bisbigliare, a ricordare la settimana trascorsa insieme, a parlare della sua vita e della mia, anche se io avevo ben poco di cui parlare. Verso l'alba, prima di tornare a letto, mi fissò per un lungo momento. Mi sembrò che volesse dirmi qualcosa, ma poi quell'attimo svanì velocemente, così come si era materializzato.
Ora so che avrebbe voluto invitarmi a scappare, a cercare una mia strada nel mondo, se mai ne fosse davvero esistita una. Ma non lo fece perché non voleva il male di Nico. Se io me ne fossi andato, lui non avrebbe più avuto la sua scorta di organi, non avrebbe più potuto usufruire del mio aiuto. Ma questo, allora, non lo potevo capire. Lo compresi qualche mese dopo.
Una notte mi svegliai e avvertii un forte dolore dietro la schiena. Mi sentivo a pezzi, a stento riuscivo a camminare e avevo una sete infernale. Mi trascinai in cucina e trangugiai di getto dalla bottiglia, poi andai in bagno. Cercai di mingere, ma non ce la feci, una fitta dietro la schiena mi bloccò.
Era la prima volta in cui il corpo sembrava tradirmi.
Mi guardai allo specchio. Avevo il volto ceruleo e tremavo.
Poi mi accorsi di una grossa cicatrice rossastra sul fianco destro. Non sapevo cosa fosse. Tastai la ferita e ritrassi subito la mano per il dolore. Non riuscivo a capire. Mi avviai a passo lento verso la finestra, dove Nana stava dormendo. E proprio al fianco della sua cuccia notai un bigliettino.
Era una lettera di Elisa che mi spiegava l'accaduto. Nico si era ammalato e aveva avuto urgente bisogno di un rene. Mi avevano portato via in pieno giorno, mentre dormivo, per prelevare il mio organo e permettere a Nico di continuare a vivere.
Mi dovetti sedere. Non sapevo cosa fosse un rene, ma capii che quello che aveva perso davvero qualcosa in quella storia ero io. E che per questo mi sentivo così male e avevo quel brutto segno sul fianco.
Mi chiesi il perché di tutto questo. Perché dovevo aiutare Nico? Non lo conoscevo neanche, non ci avevo nemmeno mai parlato. Perché dovevo sacrificare il corpo per lui? Se fosse stata Elisa al suo posto, lo avrei fatto. Perché lei era la mia unica amica, l'unico essere al mondo che sapeva della mia esistenza.
Quella notte me ne tornai prima nel contenitore.
Non avevo voglia di guardare il mondo sotto di me.
Cominciava a non piacermi più quel mondo.
Per molti giorni non uscii dal raccoglitore, se non per andare in bagno o per bere. Non ero più quello di prima. Il corpo, che per tanti giorni era stato il mio unico alleato, mi aveva abbandonato. Mi sentivo denudato del mio unico scudo. E mi rendevo conto di essere stato ingannato, soprattutto da Elisa. Perché non mi aveva difeso? Perché aveva permesso tutto ciò?
Non avevo risposte.
Poi, col passare dei giorni, il fisico iniziò a riprendersi e provai di nuovo voglia di mangiare e di camminare, di tornare alla vita abituale, accanto alla finestra e a Nana.
Una notte, non trovando Nico nel letto, sperai che potesse far ritorno con Elisa. Mi nascosi, in attesa del suo rientro. Ma Nico non tornò con Elisa. C'era un'altra ragazza al suo fianco.
Li vidi dirigersi nella stanza da letto, i loro corpi avvinghiati. Mi resi conto che c'era qualcosa di ingiusto in quella scena. Non sapevo bene il perché, ma sentii il bisogno di avvertire Elisa.
Corsi d'istinto verso la porta d'ingresso e la aprii. In un attimo ero fuori, sul pianerottolo. Le gambe iniziarono a tremarmi mentre il respiro si faceva affannoso. Riuscii lo stesso ad arrivare fino al portone, anche se le energie mi stavano abbandonando. Con immane sforzo lo aprii e fui fuori, sul marciapiede. Ricordo che la prima cosa che mi colpì fu il vento. Avevo imparato a conoscerlo anche grazie alla danza della maglia sul balcone di fronte, ma sentirlo battere sul volto fu diverso, mi fece sentire vero e non più solo una semplice copia dell'originale.
Mi guardai in giro. Il vicolo era nudo e silenzioso, così come lo conoscevo. Mi resi conto di non sapere dove dirigermi, gli spazi erano immensi, non avrei mai potuto trovare Elisa.
E poi le gambe non volevano saperne di andare avanti. Così tornai indietro.
Nel mio mondo, dove sarei stato al sicuro.
Almeno fino a quando Nico non avesse avuto un'altra volta bisogno di me.
Qualche giorno dopo Elisa si fermò di nuovo a dormire. La andai a svegliare come sempre. Lei mi sorrise, poi mi seguì in cucina. Le parlai dell'accaduto e dell'altra donna. Mi ascoltò in silenzio, chinando il capo. Poi mi disse che, in realtà, lei e Nico non andavano più tanto d'accordo, che forse non avrebbero più condiviso la vita insieme e che sapeva dell'esistenza di un'altra.
La guardai stupito. Credevo che anche lei avesse a cuore la nostra amicizia. Come poteva pensare di non venire più da me? Se non avesse più condiviso la vita con Nico, non avrebbe più condiviso le notti con me. Mi sentivo ingannato, ma non le dissi niente, rimasi a fissarla fino a quando affermò di essere stanca e di voler tornare a letto.
Dopo quella sera il nostro rapporto non fu più come prima. In quelle poche occasioni in cui ancora dormì da noi, non andai a svegliarla. Non provavo più la stessa sensazione di un tempo, mi sentivo abbandonato. Mi chiesi per la prima volta se lei avesse mai provato qualcosa per me, se anche io fossi stato per lei il suo unico amico.
Ma non sapevo darmi una risposta, così, quando mi resi conto che non l'avrei più rivista, decisi che era giunto il momento di mettere Elisa da parte e ritornare alla mia vita.
E così feci, per otto lunghi mesi.
Ma si sa, gli amici, quelli veri, alla fine ritornano sempre nelle nostre vite.
Una notte mi alzai e la trovai lì, sotto la finestra. Con un cenno mi chiese di scendere. Ricordo che fu tale l'emozione che non provai alcuna paura nel varcare la porta d'ingresso. Il mio corpo sembrava fluttuare nell'aria, libero finalmente dai ganci che per tanti mesi lo avevano imprigionato. Come le foglie che nei giorni di tempesta si lasciavano trasportare dal vento, senza preoccuparsi di trovare un appiglio, senza la necessità di doversi per forza agganciare a un sostegno.
Ecco, in quel momento io ero proprio così, come una foglia al vento.
Pensavo volesse chiarire, che volesse di nuovo essere mia amica. Ma non era per questo che era venuta. In realtà aveva saputo che Nico si era di nuovo ammalato, e che questa volta era il suo fegato a non funzionare più. Ricordo che la prima cosa che chiesi fu dove si trovasse il fegato.
Lei mi prese la mano e la pose con dolcezza sul suo ventre, nel punto esatto. Non me lo disse, ma capii dal suo sguardo che senza quell'organo non si poteva vivere.
Una volta le chiesi cosa fosse la morte e lei mi rispose che con la morte non avrei più potuto affacciarmi alla finestra e accarezzare Nana. Quella sera sperai che la morte non mi trovasse mai.
Guardai Elisa. Perché non aveva voluto più passare le sue notti con me? Perché non voleva essere più mia amica?
Forse avrei trovato il coraggio di porle quelle domande se non avesse interrotto il silenzio per dirmi che me ne dovevo andare. Dovevo scappare subito, perché l'indomani mi avrebbero prelevato per l'operazione.
La guardai strabiliato. Ma non tanto per quelle parole, quanto perché dai suoi occhi scendeva una goccia. Pensai fosse pioggia e avvicinai un dito alla sua guancia, rapito da quella scena meravigliosa. Lei sorrise, poi mi spiegò che erano lacrime e che le persone piangono quando soffrono. Lei stava soffrendo. Per la scelta che aveva dovuto affrontare, perché non mi avrebbe più rivisto, e perché Nico avrebbe rischiato la vita in attesa di qualche altro donatore.
Non sapevo cosa dire. Poi lei mi strinse a sé. Quando avvertii il contatto del suo corpo rimasi paralizzato. Il cuore iniziò a battermi forte e il respiro si fece affannoso. Avevo tanto desiderato quel momento e adesso non sapevo come comportarmi. Lei se ne accorse, quindi mi prese la testa fra le mani e mi sfiorò la bocca con le labbra. Poi si distaccò con dolcezza e se ne andò, senza girarsi.
Rimasi su quel marciapiede per non so quanto tempo, nella speranza che tornasse indietro, ripensando a quel gesto così carico di energia. Non sapevo se si trattasse di un bacio, ma era la cosa più bella che mi fosse capitata nella vita.
Lei non tornò. Ma l'ho perdonata, anzi l'ho compresa. Non so se mi abbia mai davvero amato, ma so che quella notte mi regalò la vita.
Mi voltai verso la mia finestra. Dalla strada sembrava ancora più piccola. Eppure era stato tutto il mio mondo. Era giunto il momento di uscire da quella gabbia dorata e di andare incontro alla vita, quella vera. Era ora di lasciare il mio appiglio.
Sperai di riuscire a cavarmela. In fin dei conti ero sempre stato solo. Sì, c'era stata Elisa, ma solo per brevi periodi, per un tempo limitato della mia breve esistenza. Per il resto, me l'ero vista da solo. Nana ed io.
Mi fermai a riflettere. In fin dei conti quella cagnetta aveva vissuto più con me che con Nico.
E in fin dei conti Nico mi doveva qualcosa.
Risalii in casa e la trovai sulla soglia d'ingresso, che mi attendeva scodinzolando.
Ci guardammo negli occhi per un breve istante, poi scendemmo in strada.
Guardai a destra e a sinistra. Non sapevo da quale lato incamminarmi, quale strada prendere. Da dove cominciare.
Poi accadde qualcosa di strano.
Sopraggiunse un improvviso sbuffo d'aria e la maglia danzante, quella aggrappata al balcone da così tanto tempo, abbandonò la presa e si lasciò rapire dal vortice.
La guardai sparire fra i tetti e capii cosa dovevo fare.
Allargai le braccia e attesi che una folata di vento portasse via anche noi.






* * *





Il racconto Il vento all'improvviso
ha vinto la XVIa edizione del Premio Editoriale "L'Incontro", Sez. C, con la seguente motivazione:

"Curioso ed intenso il ritratto del protagonista di questo racconto. Dovrebbe essere una storia fantastica eppure l'autore evita accuratamente ogni indulgenza nei confronti delle facili alchimie da letteratura fantascientifica, o similari. La vicenda assume quindi i connotati di una storia di consistente umanità, scaturita a poco a poco dalle pieghe di un personaggio che definire insolito potrebbe non bastare a rendere l'idea. Emergono i germi sintetizzati di uno schema da romanzo di formazione, racchiusi nella scatola di un di-lemma che si fa più chiaro e più grottesco con il procedere della lettura, fino a stemperarsi in un finale deciso ma aperto su un ventaglio infinito di possibilità".


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