Racconto di Luciano Oberdan Campatelli - POESIA

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Racconto di Luciano Oberdan Campatelli

Premio "L'Incontro"


IL RACCONTO CHE HA VINTO IL PREMIO EDITORIALE “L’INCONTRO 2006” – XIa EDIZIONE - SEZIONE B



LA RADIOSA PAZZIA
di Luciano Oberdan Campatelli


La mia radiosa pazzia scintilla nel cosmo di una ragione non conforme a Lei dottore, ai suoi simili che credono e s'illudono "curare" coloro che vivono in un’orbita sfuggente la mediocrità uniforme fossilizzata nelle sane maniere.
La pazzia è una vostra invenzione signori clinici, nessuno è pazzo anche se possono esservi delle diversità nel genere umano insediate in posizioni strambe, bizzarre e quin­di intelligenti, perciò lontane dai vostri punti oscuri, dall'ipocrisia permanente d'una superficiale constatazione. Quando da bambino ero "sano di mente" avevo la visione del bello e del buono talmente rosea da non credere alla malvagità, alla cattiveria, alla menzogna, alla crudeltà, al male. Un giorno che mio padre forgiava il ferro incandescen­te e i colpi di martello sprigionavano scintille insieme alle note argentine dell'incu­dine che evadendo dall'antro oscuro della vecchia fucina s'infrangevano sull'edera con­tornante la cavità tufacea d'origine etrusca, fui attratto da un lancinante ronzio.
Una mosca era rimasta invischiata nella ragnatela che insieme a tante altre ricamavano le pareti e il soffitto della bottega. Era come un lamento sibilante, alternava la tonalità a seconda dei tentacoli del mostro facente capolino dalla tana. Era nero ed orrido; lavorava le zampe in modo sadico punzecchiando in una morte lenta l'insetto imprigionato. Poi, come un richiamo sinistro altre ragnatele vibravano, altre vittime cadevano nel terrore dell'attesa ossessiva mentre il nero orrore brulicante allungava le viscide lame sulle ali frenetiche nell'inutile sforzo di alzarsi ancora.
E mio padre cantava e picchiava il martello con arte e con forza, le faville s'inebria­vano di vita e si spegnevano rapide come microscopici meteoriti. Poi il canto s'interrompeva, l'incudine taceva non più percosso ed una orribile bestem­mia usciva per qualcosa che non andava o che si era avariato nel ricciolo del ferro nell'atto di curvarlo sul corno del metallico altare. Ma non tacevano le mosche prigio­niere, si muovevano convulse mentre ancor più i tentacoli delle piccole cavernicole piovre terrestri si stringevano inesorabili e fatali.
Io ero piccolo, dottore, e le mie tempie martellavano smarrite quando alzando una mano arrivai con le dita alla tana dove la vittima più vicina si stava dibattendo.
Stracciai la ragnatela, il mostro si ritrasse, la mosca riprese a volare ed io a piange­re mentre la forgia sprigionante vento donava al carbone nei contorni incandescenti vaghi riflessi giallastri e turchini. Volli fuggire dal luogo della tortura e corsi attraverso i campi per arrivare ansante e stremato sotto l'ombra maestosa dei castagni.
Ma a nulla valeva la pace campestre di un preludio al tramonto; i raggi obliqui del sole filtravano tra le foglie come lunghe sciabole sull'erba, nell'aria il trillo lamentoso delle allodole, all'orizzonte oltre il piano l'astro diurno stava colorando di porpora striata d'argento l'immensità azzurrina, le cicale frinivano impazzite dall'ozio e pur tuttavia nella mia mente non si estingueva la nenia struggente delle mosche sacrificate.
Ma Lei dottore ha mai sentito nella testa una cantilena cosi ossessiva?
Rientrai sulla sera con una calma apparente, gli occhi stanchi e le membra indolenzite.
Mio padre stava per chiudere e senza parlare causa la mia breve assenza mi allungò un ceffone digrignando i denti con in viso una smorfia cattiva. Vidi una luce nel suo sguar­do di ghiaccio sinistra e torbida, l'angoscia mi attanagliò e sentii voglia di morire. A tavola non toccai cibo e la mamma intimorita e vittima aveva gli occhi velati di lacrime. Finalmente arrivò un po’ di pace nell'oscurità della fresca camera anche se la finestra gemeva schiaffeggiata di libeccio. Il sonno mi abbracciò confortevole pur se il respiro mi usciva irregolare: c'era come un singhiozzo sfumato ad intervalli. Non ricordo l'ora quando fui svegliato da qualcosa che oltre la parete nella camera dei miei genitori stava accadendo.
La mamma piangeva in tono sommesso e il babbo sardonico e beffardo, violento e spietato sentivo che la stringeva ai polsi insultandola con aspre parole mentre il tono della voce pur nell'ira esprimeva il desiderio di possederla anche se la ripulsa di mia madre si manifestava dapprima contenuta ed implorante e poi rabbiosa.
C'era una lotta che la mia verde età non riusciva del tutto a capire; l'acerbo intuito mi illuminava però la scena drammatica e immaginavo tremante gli occhi dolorosi della mamma sconvolta con i lunghi capelli sulla pelle nuda. Poi tutto mi illuminò la mente mentre il babbo ringhioso e ansante prendeva la sua preda obbligata con forza per il rito dell'atto carnale. Il finale si consumò in un grido di femmina e un ruggito placante e scaricante l'orgasmo di belva assetata.
Ed allora dottore, di nuovo come una maledizione, dai meandri del cervello ricominciò il ronzio spietato di quelle vitree ali rimbalzanti su fili d'argento.
Da allora sentii ripulsa del sesso; l'odio per la vita impostomi mi portò a non amare il genere umano. Cominciò lentamente lo scherno dei miei coetanei che vantavano ed esibiva­no la verde virilità come emblema di forza e di superiorità a seconda di forma e di po­tenza.
Il rinchiudermi nella mia malinconia mi cagionò la morte bianca, l'essere deriso come impotente, come incapace e non atto alla riproduzione, come essere spregevole e com­passionevole, nullità deviante su fantomatici ed anormali approdi.
La voce si sparse a poco a poco ingigantendosi in un crescendo rossiniano, la calunnia serpeggiò nelle strade antiche, nei vicoli ciottolosi sotto gli archi scalcinati affio­rando nelle bocche sgangherate delle orribili vecchie davanti alle porte cigolanti sedute su scalini di pietra serena, accovacciate come streghe maleodoranti.
Navigavo nella mia solitudine nell'infido mare dello scherno quando apparve Rosetta sul mio cammino tormentato. Stava vicino alla fontana nell'ora del tramonto. Si annunciava l'estate e le rondini solcavano a frotte l'azzurro in un gridar festoso, l'aria aveva riflessi rosati rapiti dal sole al tetto della chiesa, il campanile ardito e snello si ergeva come sentinella ed indice di riferimento agli stormi saettanti che calanti dal poggio invertivano la rotta ad ali distese e immobili facendo tesoro del vento.
Mi avvicinai a lei timidamente chiedendole da bere alla brocca ignorando la fonte invitan­te a pochi passi, ed ella, senza esitare e con grazia mi concesse il favore sorridendo.
Aveva la camicetta socchiusa spiccante l'ardita fessura del seno candido, i capelli cor­vini facevano aureola al volto dall'incarnato chiaro, gli occhi bruniti e lunghi brilla­vano come perle nere. Ci sentimmo attratti reciprocamente e fu così forte per me la sua ammirazione che a nulla poterono i malvagi nei loro infidi e spregevoli disprezzamenti a mio danno. Rosetta dominava i miei pensieri infondendomi gioia, speranza, forza, tanto da farmi rivivere la mia virilità discussa e oltraggiata.
Quando la stringevo tra le braccia salivo al cielo con l'anima portando in alto turgido e prepotente lo scettro del mio amore. Ella mi portò sulla bocca il profumo delle fragole di bosco, sulle sue labbra carnose colsi lungamente aromi di paradiso. Un giorno ci trovammo lungo le mura del paese; enormi bozze quadrate mettevano a nudo conchiglie preistoriche uscite dal profondo del mare nei vari assestamenti della terra. Le mura etrusche si ergevano dal globo tu­faceo dove il paese posava. Nell'ultima guerra mondiale vi furono scavate delle grotte a ferro di cavallo con doppia uscita per rifugi antiarei; in una di queste un giorno cercammo di vivere la prima volta l'incontro dell'unione uccidendo l'attesa. Eravamo li sul giaciglio sabbioso, la sera stava calando e le ombre delle lunghe acacie davano al paesaggio una vitalità irreale. Enorme e rossastra la luna saliva spettrale oltre i monti imbruniti donando un pallore di morte alle cime addormentate.
Rosetta era lì per me ad occhi chiusi pronta al sublime rito dell'amore mentre io mi accingevo a cogliere nel suo boschetto ombroso tutta la fragranza rorida e brinante con dolcezza e con forza ed immergere nella sua carne lo stelo roseo e ardito.
Allora, dottore, accadde che la musica ossessiva del mio destino riecheggiasse implaca­bile, feroce, satirica, beffarda in un crogiolio di vetri fruscianti, in un canto stre­mante di atrofizzate e cavernicole sirene. La stessa musica della mosca prigioniera riempì lo spazio della caverna ed altre mosche condannate, da altri pertugi cosparsi di vischiosa trina si unirono in un coro di disperazione. Ed ecco l'indefinibile senso d'angoscia attanagliarmi il respiro, qualcosa premermi sul petto pesante come l'incudine di mio padre mentre i colpi di martello si sgranavano in un metallico rosario. Il grido di mia madre dolorante e bellissima dagli occhi umidi color della notte, palli­da e vestita di soli capelli, il ghigno di mio padre nel ruggito esplodente l'orgasmo, erano lì insieme ai mostri torturanti le prede invischiate.
Crollai urlando e fuggendo nei campi verso i giganteschi castagni che mi raccolsero co­me allora mentre Rosetta nel vano della caverna, sorpresa e smarrita, piangeva.
Ora, dottore, la mia radiosa pazzia scintilla d'argento cosparsa dalla trina d'una ragione basata sulla malvagità ornata di calunnia, di scherno, di infamia. La ragione degli altri che cercarono di annientarmi con la complicità ambientale circon­dando di spregio l'innocenza, la sincerità, l'ingenuità d'un bambino dall'estrema sen­sibilità di percepire il palpito universale in microcosmi lottanti per la ragione della vita. La pazzia, quella che avete inventato, mi tiene recluso qui a Volterra colmo di attenzioni. Ma l'altra, la radiosa pazzia scintillante, la mia, mi porta lontano. Guardi dottore, guardi, venga qui. Guardi laggiù dalla parte del mare. In quel tripudio di sole che tramonta e brancola pulviscoli sulle colline, nel soffuso sfumarsi di viola impallidito adagiato sulla sera nascente, sulle finestre dischiuse dei paesi arroccati come sentinelle su speroni di pietra dove la fiamma dei vetri acce­cati dal raggio di fuoco germoglia effimere stelle, nel silenzio scalfito di rondini e campane, lì vi sono io.
Il mio essere inquieto ed etereo vola nel vento su ali di seta, il ronzio della mosca sacrificata è il pianto di un violino, ma il pianto è sublime ed io sto piangendo d'una gioia infinita perché di lassù posso dominare l'orizzonte e vedere il mio paese nativo senza più scorgere le vecchie megere assise come arpie maleodoranti sulle scale di pietra scolpita, rannicchiate e ghignanti sotto gronde di tetti fatiscenti incrostate dal can­dido escremento di piccioni randagi.
Il fiume Cecina serpeggia sognando il suo letto d'una volta quando le prore etrusche sol­cavano con fatica la corrente sospinte dai remi azionati da braccia nerbute con anelli e catene. Le tombe di Belòra ancora indenni inviano l'energia oltre la porosità del tufo che si propaga nell'infinito mistero delle cose non morte, le anfore e i vasi dormono con i dorati sarcofaghi in attesa del giorno da maledire i crescenti profanatori; il fiu­me corre sonnolento e blando, sinuoso e ricurvo come una gigantesca sciabola malese.
Sarò pazzo dottore, ma la mia radiosa pazzia m'innalza nel sole di gloria mentre l'infa­mia d'un tempo affonda la sgangherata bocca nella nera zolla, dove, in un fulgor di denti senza labbra la morte ride.
Ma tu, Rosetta, dove sei .....


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