Teresa Montobbio - Salutami il portone - POESIA

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Teresa Montobbio - Salutami il portone

Freschi di stampa
TERESA MONTOBBIO
Salutami il portone
Golden Press - Euro 8,00

La presente raccolta poetica di Teresa Montobbio scorre come acqua di sorgente, nel suo fluire ciclico attraverso la simbologia delle stagioni e le peculiarità che ciascuna di esse ha occasione di conferire al detta-to lirico.
Le immagini idilliache, primaverili, di colori e fiori, di rinascita e felicità, aprono il canto intridendo versi a-sciutti e delicati, sovente raccolti in agili e compiute terzine di quinari e settenari, in cui l’accurata ricerca di vocaboli cristallini e perfetti risulta uniformemente garbata, melodiosa e definitiva. Perché a sostenere, e valorizzare, la sublime delicatezza dei lessemi è sem-pre l’esatta corrispondenza del contenuto da trasmette-re, suggellato in forma assoluta, ossia l’incastro giusto per il nido concettuale del sentimento.
L’abbandono estatico al bello, l’incanto, la vita, uni-versale e misteriosa nella sua insondabile grandezza, sono cifre che emergono possenti dal verseggiare di Montobbio, tanto più quando rivelano dubbi, quando lambiscono la candida sorpresa di una causalità infini-tesima del vivere in mezzo alla congerie delle creatu-re; l’universo, il cosmo, il “mistero delle cose” anzi-ché contrastare lo slancio riflessivo tratto dall’osservazione, lo esaltano addirittura, rendendolo immenso, lasciando quasi intravedere, a tratti, le infi-nite possibilità di apertura in senso assoluto, porta su porta, al di là di qualunque limite.
Ma le medaglie hanno sempre doppia faccia; anzi, addirittura Montobbio ne individua una “terza” che sa rovesciare in un lampo l’autenticità del sentire, ricacciando lo spirito puro nella bruttura, nella vio-lenza, nella sopraffazione e nel caos. La solitudine, l’assenza degli uni agli altri, l’allontanamento, le perdite, la sovranità degli schermi che annientano le coscienze e impediscono i rapporti, offrono l’occasione per dardeggiare sentimenti cupi, che fanno socchiudere gli occhi e danno accenno al do-lore. In questi casi, però, il verseggiare di Montob-bio non cambia, al variare del respiro emotivo che volge al buio; rimane tuttavia lieve e delicato, inten-so e pulito, scorrevole, mai pietroso, pur intridendo e scavando l’anima del lettore con tocchi efficaci e precisi di corde basse, di note in minore.
Poi le aperture riprendono; dalla simbologia dei fiori si passa a quella ricercata delle pietre prezio-se; la luce s’innalza intensificandosi a dismisura e, do-po la sorpresa di un pregiato acrostico, il quadro si sposta sull’estate proterva, cambiando gradatamente scenario e temperie emotiva, rallentando il passo dell’osservazione verso una luminosità incendiata che attutisce suoni e percezioni, che intontisce e felice-mente intorbida la percezione della realtà allestendo un continuo quadro metamorfico con sapienti e misu-rati echi di “Alcyone” dannunziano.
Lo struggimento della sezione autunnale è l’occasione per lo sguardo sugli ultimi, sui derelitti, che natural-mente alludono anche a tutti i nostri pensieri riempiti di foglie cadute, di cose perdute, di ventate rabbiose che hanno saputo allontanare in chissà quante situa-zioni la nostra esistenza da una o più mete che ci era-vamo prefissi, ebbri, un tempo, della nostra possanza giovanile, non spavaldi o strafottenti ma solo natural-mente incoscienti, come la delicatissima e pregnante immagine degli innamorati al parco che osservano i vecchi buttati sulle panchine come fossero statue, semplici effigi di qualcosa che non esiste più, pur es-sendo presente.
Ecco che in autunno la città cercata non è più quella che si vorrebbe, ma sono tante e tutte uguali; ecco che le persone richieste non sono più quelle che si deside-rava incontrare o rivedere un’ultima volta, per un salu-to diverso e più sincero, ma sono tante persone tutte uguali, uniformate e spente, come in un unico blocco, forse di pietra anch’esso. Ed è struggimento, confon-de, annichilisce, atterra.
L’anelito di paradiso terrestre è vissuto, nei versi del sottofinale, come una visita orfica all’orrido dei giorni reali, dei giorni invernali, dove di tutto ciò che si era sognato resta solo il ciarpame che circonda uno spirito deluso nelle proprie aspettative.
Eppure l’inverno è senilità, e la senilità algida è can-dore ed è promessa di fioritura. L’accenno insistito al-la Natività e alla produttività della terra fa rinascere, nella poesia di Montobbio e nella sua perfetta ciclicità stagionale ed emotiva, la speranza sublime e mai del tutto riposta, mai del tutto abbandonata o delusa. E l’incontrarsi, al sopravvivere dell’anima, non sarà e non potrà essere in nessun modo fonte di delusione, perché il viaggio fatto col cuore puro, al netto delle asperità e delle incognite, non sarà mai deluso in ma-niera definitiva.

Alessandro Mancuso


Teresa Montobbio è nata in provincia di Alessandria.  Appassionata della poesia, ha fatto parte di varie Associazioni Culturali in varie regioni d’Italia.
Vive a Genova dove è socia del Corimbo e del’ASCAR. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali e internazionali piazzandosi al primo, al secondo e al terzo posto.
Sue poesie sono presenti su antologie e riviste letterarie.
Questa è la quinta raccolta di poesie che pubblica dopo: “Incontrami” Ed. La Conca, Roma; “Sono nell’attesa di essere”, Ed. Penna d’Autore, Torino; “Tempo”, Ed. Golden Press, Genova; “Prestami l’ali”, Ed. Golden Press, Genova.


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